venerdì 31 luglio 2009

Lunacy

Lunacy, dall’inglese all’italiano: follia. Dall’italiano al cecoslovacco: Sìlenì.
Muoviamoci come lingue striscianti in cerca di una bocca, occhietti vitrei che rotolano, cervelli rugosi imbrattati di fango. Carne, bistecche, sangue.
Questo è il mondo di Švankmajer che nell’incipit del film avverte lo spettatore di trovarsi a cospetto di un horror (ma non sarà proprio così) e non ad un’opera d’arte poiché l’arte non esiste più (provocazione). In un anacronistico settecento il giovane e tormentato Jean di ritorno dal funerale di sua madre, incontra l’ambiguo Marchese che lo accoglie nella sua dimora. Il ragazzo scopre che il nobile si diletta in orge e riti blasfemi all’ombra di un cristo ricoperto di chiodi. Invece di fuggire, Jean, resta nella residenza perché incuriosito dalla finta morte del Marchese, il quale decide di portarlo nel manicomio del dottor Murllope per curarlo dai suo incubi notturni. Il dottore utilizza un metodo bizzarro per i suoi pazienti concedendo loro ogni libertà. Ma Jean viene forviato dalla bella Charlotte che lo esorta a liberare i veri dottori del manicomio rinchiusi nei sotterranei. Una volta ristabilito l’ordine le cose non andranno affatto bene.

Ecco, ordine contro disordine, follia contro razionalità. Lunacy oscilla fra queste dicotomie rimanendovi sospeso. Forse il messaggio di Švankmajer si cela in quelle inquietanti sequenze in stop-motion di organi che si muovono, quella è l’Arte. Una volta che Jean viene rinchiuso nel manicomio i pezzi di carne sono tutti inscatolati ed esposti sul bancone di un supermercato, di loro resta soltanto un lieve respiro dietro il cellophane. Qualcosa mi suggerisce che senza libertà non c’è Arte, anche perché nella grottesca riproduzione del dipinto di Delacroix, la libertà è impersonata da Charlotte, una donna che userà Jean solo per raggiungere i suoi fini: ovvero ristabilire l’ordine, la razionalità, e quindi negare l’Arte.
Banalmente si potrebbe intendere le due figure del Marchese e del vero direttore come il concetto di Yin e yang. Se il folle nobile ha abitudini quantomeno deprecabili è pur vero che non ha mai fatto del male a Jean e ai pazienti del manicomio sotto gli ordini di Murllope, ma è giusto ricordare di come egli segregò il vero personale nelle cantine ricoprendoli di piume (immagine fantastica). Parimenti, il vero direttore riporta sì l’ordine e la disciplina, ma lo fa con metodi violenti che spaccia per terapie riabilitative. Manca però quell’equilibrio fondativo proprio del concetto cinese, l’unico comun denominatore tra i due è la follia.
Nel complesso questo film è, fra tutti i lavori di Švankmajer, il meno ficcante. Non per una povertà di argomenti, ma per il motivo opposto: troppa carne (!) al fuoco. Tirando nella mischia De Sade (chiaro riferimento al Marchese), Poe e liberalismo francese, Švankmajer introduce troppi ingredienti che forse non riesce a dosare in maniera adeguata. Ma resta un prodotto unico nel panorama cinematografico, e alla luce di tutti e 5 i suoi lungometraggi, appare come un vero e proprio scandalo il fatto che qui in Italia non sia mai arrivato nessuno di questi film, nemmeno in home video.

Švankmajer è un autore che non può mancare all’attento cinefilo che sa scendere nelle profondità del cinema che sta oltre (il fondo?). Alice (1988), Faust (1994), Conspirators of Pleasure (1996), Little Otik (2000) e Lunacy (2005) sono pietre preziose incastonate nel deserto della banalità. Cercatele, ne vale la pena.

giovedì 30 luglio 2009

La bestia

In attesa del cardinale che dovrebbe sancire l’unione col rampollo Mathurin de l’Esperance, la giovane Lucy Broadhurst sogna l’incontro hard fra Romilda, antenata degli Esperance, e la bestia che viveva nel bosco. Contemporaneamente Mathurin non sembra passarsela troppo bene.

Pensato originariamente come uno degli episodi de I racconti immorali (1974), La bestia è il film più famoso di Borowczyk, nonché il più tagliato e censurato.
Il concepimento della pellicola come un breve episodio pesa sulla riuscita finale accusando tempi morti che hanno il sapore di brodo allungato. Giusto per dire: la bestia del titolo entra in scena solo dopo un’ora e non è che prima vengano rivelate cose di vitale importanza.
Ma rispetto a I racconti siamo su un altro pianeta poiché qui c’è una base, un fondamento, su cui si snoda la storia, e non soltanto una sequela di culi, che sono sempre un bel vedere, certo, ma non per 90 minuti.
Qual è, dunque, il cardine attorno al quale La bestia ruota?
La risposta non è così semplice.
La sessualità appare come il tema dominante: repressa per Mathurin che guarda con libidine i cavalli accoppiarsi; curiosa per Lucy che tramite la masturbazione crea un ponte tra lei e Romilda con la seguente ipotetica rottura dell’imene immortalata da Borowczyk coi petali di rosa; passionale per il cameriere di colore e la figlia di Esperance; ambigua per il prete che “coccola” i suoi chierichetti più di quanto dovrebbe.
Insomma, la concupiscenza pare muovere le figure del film che però non riescono a godere dei piaceri sessuali perché ingabbiati da un sistema soffocante come quello del clero (ascoltare il discorso conclusivo del cardinale) o dalle manfrine della famiglia Esperance che per risollevare le sorti della dinastia cerca di combinare un matrimonio infattibile fra un allocco ed una ragazza tanto sveglia quanto carina. E dunque il sesso selvaggio (bestiale) immortalato fin da subito con l’amplesso equino rappresenta la porta d’uscita da un mondo troppo inquadrato.

Purtroppo le fattezze della bestia lasciano a desiderare. Ci può stare che Boro provochi con la zoofilia autoironica estremizzando un discorso diretto ad una società castrante, ma ‘sto cavolo di mostro sembra una marmotta superdotata troppo cresciuta. Mi ripeterò, però se nel ’75 vedere una tizia che si cimenta con una protuberanza proboscidale in footjob, spagnole, ecc., aveva un suo perché, nella nostra epoca tempestata di informazioni non ha più molta forza, se non quella di far scappare una risata.

Vedere La bestia come un erotico facilotto sarebbe sbagliato, ma non aspettatevi il capolavoro rivoluzionario.

mercoledì 29 luglio 2009

Communion

Whitley Strieber è uno scrittore americano apprezzato per i suoi romanzi horror che il 26 Dicembre del 1985, nella sua villa in campagna, incontrò, secondo lui, esseri provenienti da altri pianeti. Anche se in seguito ritrattò almeno in parte questo contatto affermando di non avere la certezza se ciò che vide fosse reale o frutto della sua immaginazione, nell’87 scrisse il libro Communion che divenne nel giro di poco tempo un vero e proprio bestseller al punto di convincere Philippe Mora a girarne la trasposizione cinematografica nel 1989.

Il ruolo di Strieber fu affidato a Christopher Walken, faccia perfetta per un film sugli alieni, peccato che stia dalla parte sbagliata, doveva esserci lui sull’astronave, o quel che è.
Io non so, ma la figura dello scrittore è proprio antipatica… Cioè, odio quando sullo schermo gli interpreti ridono per banalità di cui non c’è niente da ridere, è un qualcosa di poco spontaneo e quindi finto. Tutto il film accusa questa atmosfera fasulla: dalla famiglia perfettina che recita battute da mulino bianco, agli alieni che sembrano maschere da carnevale di plastica, per non parlare di quegli esseri incappucciati… Cosa sono? Elfi che hanno preso il voto?
In ogni caso Communion l’ho visto con simpatia poiché rappresenta per me uno degli ultimi sbuffi dei mitici 80’s: i capelli cotonati ci sono anche se contenuti, nelle musiche ai fiati suadenti si sostituiscono assoli di chitarra, sempre soft.
Anche nel make-up degli alieni si nota un momento di passaggio: non ci sono mostri alla Ridley Scott o di qualche sci-fi old style, eppure sotto quella maschera liscia non sembra esserci niente di buono. In Communion la caratterizzazione del loro aspetto è ridotta al minimo, sembrano di plastica (e lo sono di sicuro, ma lo spettatore non dovrebbe capirlo).

A parte tutto questo (che è molto), non mi è dispiaciuto l’alone di moderata incertezza che avvolge l’opera. Non vengono date risposte sicure al mistero di Whitley Strieber: l’ipotesi degli extraterrestri è plausibile quanto quella di una possibile follia. Ok che anche il figlio ha visto “i piccoli dottori blu”, ma queste visioni potrebbero essere una sorta di patologia ereditaria alla quale, tra l’altro, fa riferimento lo scrittore stesso. D’altronde l’incontro di Strieber con il suo doppio sembra avvenire più nella sua testa che nell’alcova aliena, ed infatti nella scena successiva lo vediamo fermo nella sua auto. Come è ritornato nel mezzo? Forse non si è mai mosso da lì.

Peccato, la storia non è malvagia, il problema è ciò che sta attorno, troppo antiquato per poter fare centro al giorno d’oggi.

martedì 28 luglio 2009

Animal Love

Che stranezza questo lungometraggio del 1996 di Ulrich Seidl… Difficilmente inquadrabile, dal taglio documentaristico, ostico nella sua comprensione, non esiste una trama: sono soltanto tanti frammenti uniti tra loro. In queste schegge vengono riprese persone della middle-class (e anche più sotto) austriaca che vivono con, e PER, gli animali. Soprattutto cani, ma anche gatti, conigli e furetti. L’animale domestico viene coccolato e strapazzato da questi individui che sono sempre brutti, vecchi, obesi… poveri, anche se non viene mai fatto cenno alla loro situazione economica, ma soprattutto soli. Come riporta la tagline del dvd, queste persone desiderano amare a causa della loro condizione. Ma ciò che emerge, è, almeno secondo una mia interpretazione, una solitudine sociale, una mancanza di vita al di fuori delle quattro mura di casa. E così anche la coppia scambista che cerca annunci sul giornale finisce per fare sesso da sola. Sembra non esserci altri mondi al di fuori del loro mondo. Animal Love potrebbe anche essere considerato un film corale al pari di Canicola (2001), opera che indaga nuovamente le abitudini della borghesia viennese, ma non sono riuscito a ravvisare nessun filo logico che lega i vari personaggi tra di loro, a parte l’amore per gli animali, ovviamente. (allora è un film corale? Boh, non credo sia molto importante).
La regia di Seidl è quantomeno bizzarra: totale assenza di sonoro, inquadrature fisse con due persone sulla scena di cui una è spesso relegata sullo sfondo, immobile; e rare riprese di ambienti esterni.
L’impressione è che ciò che racconta in circa due ore poteva essere riassunto nell’incipit che precede i crediti iniziali: un tizio che si azzuffa scherzosamente col suo cane. Praticamente questo frame viene ripetuto in loop, con situazioni e location diverse, fino alla conclusione del film. Un po’ pochino.
Tra l’altro alcune sequenze sono volutamente ammiccanti (come la donna che riceve lettere d’amore, ma che se la spassa col suo husky), e se nell’intenzione del regista c’era quello di dare vita ad un chissà quale sottotesto, il tentativo non va proprio a buon fine perché si sente un vago odore di morbosità gratuita.
Eppure c’è un qualcosa che continua a non farmi disprezzare questo regista, sarà quella specie di estasi della bruttezza, o la scelta pasoliniana di affidare i vari ruoli ad attori non professionisti…
Provate voi a dare un giudizio, ce n’è bisogno.

lunedì 27 luglio 2009

Medea

Film per la televisione danese che fa da intermezzo alla trilogia europea.
Von Trier riprende una sceneggiatura di Dreyer che non vide mai la luce modificando un paio di cose, l’ambientazione su tutte, senza però snaturare il senso dell’opera che come dichiara von Trier stesso non è un tentativo di girare il SUO film, ma una personale interpretazione e un omaggio a Dreyer, regista stimatissimo dal buon Lars.

Medea è una figura della mitologia greca.
Innamorata di Giasone, lo aiuta a conquistare il Vello d’oro passando sopra il cadavere di suo fratello Absirto. Divenuta sposa di Giasone, si reca a Corinto dove il re Creonte offre in sposa la sua giovane figlia Glauce a Giasone, permettendogli così la successione al trono. L’uomo accetta la proposta abbandonando Medea.

Il film parte da qua. Mettendo in mostra la rabbia e il rancore di questa donna esiliata dalla città con i due bambini che deve subire le rassicurazioni di un Giasone innamorato del potere invece che della madre dei suoi figli.
La vendetta messa in atto da Medea – il cui nome in greco significa astuzie, scaltrezze – è agghiacciante nella lucida razionalità con cui viene condotta. Grande merito va a Kirsten Olsen che recita sussurrando, ma le sue parole sono scudisciate sulla pelle. Un’impostazione che sembra richiamare le tecniche del cinema muto con quell’uso massiccio di primi piani e di inquadrature dall’alto.
Von Trier mette la sua firma donando all’ambientazione un’atmosfera spettrale fatta di acque basse, fumose, unite a luci ambrate e alla presenza costante del vento. Inoltre sovrappone curiosamente la figura messa a fuoco con sfondi slegati al contesto filmico (vedere il dialogo fra Medea che finge di essersi ricreduta e Giasone). Il tutto conferisce alla pellicola una dimensione straniante che sembra caratterizzare un po’ tutti i primi lavori del regista danese.
La messa in scena, curata pur avendo un aspetto trasandato, supera di gran lunga i contenuti del film che si perdono nello “specchiarsi” di von Trier. Ho avuto la sensazione che risalti di più lo stile con cui la storia viene raccontata, che la storia stessa.

Ritengo Medea un discreto esercizio stilistico: l’attenzione alla forma fa perdere al film quell’empatia che una storia drammatica come questa dovrebbe rilasciare, ma probabilmente non era nelle intenzioni di von Trier trasmettere ciò.

domenica 26 luglio 2009

Hiruko the goblin

Archeologo risveglia un demone che da secoli dormiva beatamente. Sfiga vuole che la sua tana sia proprio sopra un liceo. Per alcuni studenti saranno cazzi amari.

Se non avessi letto l’anno di uscita, 1990, avrei asserito con sicurezza che Hiruko the goblin fosse un film precedente a Tetsuo (1989), ma di parecchio anche. Se con le avventure dell’uomo d’acciaio Tsukamoto aveva dato vita ad uno dei peggiori incubi su celluloide mai visti, con questo film rientra nei binari della normalità con un horror “leggero” condito da un pizzico di ironia mista a romanticismo. Non un granché in effetti, ma nonostante qualche caduta di stile (pessimo sonoro, sembra di essere in un videogioco anni ’90), il film si assesta su un livello di accettabilità grazie al ritmo forsennato e alla simpatia dei due protagonisti che paiono usciti dritti dritti da un manga.

In più non sono da sottovalutare alcune trovate di Tsukamoto che impreziosiscono la pellicola. Ho gradito, ad esempio, il fatto di non mostrare, per buona parte del film, il goblin, ma di renderlo al meglio con inquadrature accelerate in soggettiva. Meritano anche le apparizioni del ragno con la testa di donna ed il suo metodo per indurre le persone al suicidio, senza dimenticare la nenia da lei cantata, vero leitmotiv del film.

Finché i protagonisti si muovono all’interno della scuola, la tensione si registra su livelli abbastanza soddisfacenti, una volta usciti dall’edificio per entrare nella caverna, la pellicola scade un pochino, complici un paio di SFX datati (quei mostrilli non si possono vedere) e un finale telefonato già a metà film con le rivelazioni del bidello – ottimo personaggio questo, la sua morte è una delle cose migliori in assoluto – che creano un collegamento fra Hiruko e l’opera prima del regista nell’ottica della trasformazione. Anche se qui l’accenno e più flebile e non di primaria importanza, il giovane Masao si trasforma soffrendo, con quei volti marchiati sulla schiena, al pari del suo “collega” fatto di tubi e ferro.

Anche se sono all’inizio della filmografia di Tsukamoto mi sento di dire che Hiruko the goblin può essere considerata come un’opera minore, ma qualche appassionato di j-horror potrebbe apprezzare.
In Italia la Raro Video ha distribuito il dvd in lingua originale con sottotitoli in italiano.

sabato 25 luglio 2009

Timecrimes

Hector vede col binocolo una ragazzina in toppless nel bosco, si alza dalla sua sdraio e si inoltra nella sterpaglia. Arrivato in una radura scorge la ragazza svenuta e completamente nuda appoggiata ad una pietra, mentre si avvicina a lei viene infilzato con una forbice da un tizio bendato che lo insegue per il bosco. Così giunge in un laboratorio dove uno studioso compie strani esperimenti; per sfuggire al pazzoide s’infila in una vasca collegata ad un macchinario che altro non è se non una macchina del tempo che lo sdoppia e lo riporta indietro di qualche ora nei pressi della sua abitazione dove si rivede che spia la ragazzina col binocolo, attivando così un loop temporale da cui non sembra esserci via d’uscita.
Piatto ricco mi ci ficco.
Produzione spagnola firmata da Nacho Vigalondo (che qui interpreta il giovane studioso), Timecrimes (Los cronocrímenes) è un film coraggioso. Non perfetto, non un capolavoro, ma coraggioso. Quello che all’inizio sembra essere un normale thriller con tanto di killer squilibrato, si trasforma pian piano in un gioco di scatole cinesi che ribaltano gli stilemi del genere senza però perdere di suspense, e questo non è mica poco! Dopo mezz’ora si sa già chi è l’assassino, eppure il film non scivola mai nella noia. E ciò accade grazie ad un montaggio che viene costruito e distrutto più e più volte, un’operazione, questa, in cui lo spettatore è coinvolto al 100%.
Certo, bisogna credere a viaggi temporali e sdoppiamenti (addirittura triplicamenti) di personalità, il che non è niente di sconvolgente, se Corona reciterà in un film di Garrone può accadere di tutto davanti ad una mdp, ma è l’ambientazione, un piccolo laboratorio situato su una collinetta, che fa storcere un po’ il setto nasale e pensare: “Ma una delle più grandi invenzioni dell’uomo sarebbe rinchiusa in quel buco?”.
Comunque il gioco vale la candela, pur non essendo privo di difetti (sento che alla fine qualcosa non torna ma non saprei dire cosa), Timecrimes è un buon esempio di cinema alternativo.
L’unico paragone che mi sovviene è Memento (2000), anche se il film di Nolan è superiore sotto molti aspetti (ma i denari americani pesano tanto), condivide con Timecrimes la stessa frammentarietà del tempo filmico permettendo così una soddisfacente ricostruzione da parte del pigro spettatore. C’è partecipazione e quindi divertimento.