sabato 15 ottobre 2011

Grazie James


L'uscita dell'ultimo EP di James Blake, Enough Thunder, è stata una felice occasione per conoscere Joni Mitchell.

A Case of You mi ricorda quella volta in cui uscendo da un bar di Montréal, con il giorno che ormai toglieva il disturbo, e l'aria fresca della sera a quietare ogni rumore, pensai che casa mia era un posto bellissimo.
Anche se, a dir la verità, in Canada non ci sono mai stato.

venerdì 14 ottobre 2011

The King of Ping Pong

La cornice abbagliante di una Svezia sovrastata dalla neve: due ragazzini, due fratelli, mai così uguali (la passione per il ping pong), mai così diversi, nel fisico, nella personalità. E nell’essere figli.

Coincidenza vuole che poco tempo fa da queste parti era passato quell’ottimo, ma veramente ottimo, film tedesco dal titolo Pingpong (2006). Lì il tema del tennis da tavolo era semplicemente il contorno di un piatto sfiziosissimo che impietoso ci mostrava una famiglia ridotta a piccoli e neri coriandoli. Il caso ha voluto che anche in questo film diretto dallo svedese Jens Jonsson nel 2008 tale sport funga soltanto da prestanome a una storia che ugualmente delinea sottili drammi consanguinei.
Attraverso i toni pacati della commedia intelligente il regista-sceneggiatore sviscera con algida perizia il legame fra i due fratelli che viene portato al centro dell’attenzione, e a cascata si profilano da questo focus altre situazioni ad esso collegate. Il pregio della pellicola è quello di saper trasmettere le giuste informazioni senza esibirle smaccatamente, soprattutto il mistero principe della paternità di Erik che si gioca su vari indizi disseminati qua e là (la bandiera americana sulla porta della camera) è in grado di portare felicemente fuori strada lo spettatore.

La sensazione è che via sia un netto contrasto fra il bianco accecante della neve e le vicende tristemente umane riprese. Sormontate da un progetto mai realizzato (la superstrada di Gunnar che sta come a dire: qui siete e qui rimarrete), le vite di queste persone sono costellate da ordinarie tragedie quotidiane. Anche in un luogo che assomiglia al Purgatorio abbiamo una madre giunonica incapace di dire la verità al proprio figlio, un padre assente e alcolista, adolescenti bulli come in mille altri paesi e perfino una bambina Mary Poppins in miniatura che disegna uomini nudi e muscolosi con tutta la mercanzia in bella vista. Così il povero Rille, un totem di 13 anni fatto di spugna, non può altro che assorbire, anzi, non può altro che subire: i divieti della mamma che gli dice di non mangiare, le bottiglie di alcol nascoste nel camioncino di papà, le angherie dei coetanei, i ritratti dell’amichetta che sono tutto quello che lui non è. Fino ad un’inevitabile catarsi racchiusa in un gesto scellerato che se visto da uno specchietto retrovisore mostra un corpo esanime sulla strada innevata, il tempo di riordinare le idee e arriva la chiosa conclusiva: il ping pong è l’ultimo sport giusto in una vita sbagliata.

mercoledì 12 ottobre 2011

Nel più alto dei cieli

Un nutrito gruppo di persone si reca al Vaticano per un’udienza papale, saliti sullo spazioso ascensore vi rimangono intrappolati dentro.

Se proprio vogliamo usare delle etichette allora Silvano Agosti non può che essere collocato fra gli outsiders del cinema nostrano. Con una robusta formazione alle spalle (studia anche in Russia), questo regista bresciano (ma anche documentarista e poeta) esordisce nel ’67 con un film azzoppato dalla censura chiamato Il giardino delle delizie, 10 anni dopo le cose non vanno affatto meglio perché Nel più alto dei cieli viene immediatamente ritirato dal commercio e sequestrato per la bellezza di quasi 14 anni. Potrei dire che è stato un atto comprensibile, ma non ammissibile!, visto che qui non si tratta di satira o grottesco verso le istituzioni, ma di una dinamitazione totale nei confronti di tutto il Sistema. È uno di quei film impossibili che fa specie pensare, alla luce della produzione attuale, che sia stato fatto in Italia, e oltre che di impossibilità l’opera si carica di irripetibilità andando a configurarsi per il sottoscritto come una delle migliori pellicole del cinema bis italico, anche se forse essa non vi rientra appieno ma abbiamo deciso di usare delle etichette e allora facciamo finta di niente.

All’occhio clinico non sfuggiranno delle imprecisioni di metodo: i dialoghi sono pura ruggine e il montaggio è grezzo, per non dire grezzissimo nei raccordi tra una scena e l’altra, apparendo così sconnesso e spezzettato, tuttavia le difficoltà insite in un progetto del genere risultano davvero toste e richiedono molto coraggio, tanto che Erick Dowdle (Devil, 2010) e Vincenzo Natali (Cube, 1997) possono solo che dire “grazie” ad Agosti il quale, comunque, rispetto ai suoi colleghi ha a che fare all’interno dello spazio chiuso con un gruppo di persone molto più numeroso e che quindi ha richiesto uno studio di movimento sicuramente più complesso.
Concentrandoci sulle persone all’interno dell’ascensore scopriamo che esse rappresentano fedelmente varie classi sociali medio-alte; per cui abbiamo un politico, un insegnante, un intellettuale e un sindacalista, ma anche uomini di fede come suore e sacerdoti. La prospettiva è poi antropologicamente trasversale raffigurando persone di tutte le età, dall’infanzia con i due bambini, alla vecchiaia dei più anziani.
La panoramica a 360 gradi dimostra attraverso una gabbia drammatica che anche degli individui per così dire civilizzati di fronte a situazioni in cui la loro vita è messa a repentaglio smettono i panni dell’uomo moderno per tornare ai tempi di Neandertal o forse anche prima. Sorgono così gruppetti che sospettano gli uni degli altri, l’egoismo soppianta l’altruismo, l’Io prevale sul Noi, e Agosti esacerba questo crollo perverso tramite segmenti parossistici che mostrano omicidi, pedofilia, blasfemia e cannibalismo.

Eppure il senso del film non si esaurisce nel processo di imbarbarimento dei protagonisti, perché se si pensa alla collocazione dell’ascensore la metafora si amplia. Nel ventre della Chiesa Cattolica, e quindi nel cuore di colei che dovrebbe proteggere e liberare dal male, gli agnelli di un dio lontanissimo (l’ascensore sale all’infinito) si scannano a vicenda senza pietà. La critica acidissima sembra voler suggerire dell’inadeguatezza religiosa che di fronte al degrado morale si rifugia dietro a sterili massime proverbiali pronunciate dalla filodiffusione dell’ascensore.

Nel più alto dei cieli è perciò un film che ha tutti i limiti del mondo, ma che ciononostante squaderna con irriproducibile efficacia il nostro mondo limitato da falsi valori. E il finale che riconduce tutto alla realtà fa comprendere di come niente di quello che abbiamo visto sia successo, ma che sicuramente, come un avvertimento, sarebbe potuto accadere.

Una visione che lascia ferite profonde.

lunedì 10 ottobre 2011

Catfish

Se The Social Network (2010) rappresenta il biopic ufficiale di un fenomeno oramai più che sociale come è Facebook, Catfish, dello stesso anno, si svincola dalla ricostruzione storica per andare a ficcarsi nel presente (più o meno, la cronologia sullo schermo riporta il 2008 come data dei fatti), e lo fa riprendendo i fruitori del servizio, perciò, potenzialmente dei noi come tanti, con focus d’attenzione su Nev, utente facebookiano residente a Manhattan, immortalato dal fratello regista alle prime armi (ma che, “chissà come mai?”, firmerà il terzo capitolo della serie di Paranormal Activity), mentre inizia ad intessere una web-relazione con una bellissima ragazza di nome Megan che abita in una cittadina del Michigan.

Il taglio è di quelli pseudo-documentaristici con budget mini e anche meno a disposizione, per questo sia nel montaggio che proprio all’interno del quadro filmico si fa largo uso di strumenti sì tecnologici ma assolutamente alla portata di tutti. Google Earth permette di quantificare la distanza tra Nev e Megan, Google Street View di non effettuare riprese sul posto, e poi iPhone, Youtube, iTunes perfettamente calati nella quotidianità rappresentata ed indispensabili guide per lo spaesato Nev. Quindi questo è sul serio un film che riguarda noi visto che la nostra realtà è ormai costellata dalla presenza massiccia e costante di tali media. Ciò che forse riguarda un po’ meno, invece, è il cinema stesso che deve annoverare al suo interno una delle tante (e recenti) opere che non hanno granché da spartire con la settima arte. Se è vero che tutto è stato catturato in presa diretta (qualche dubbio però c’è) senza una pianificazione, uno studio, un copione, mi chiedo se è ugualmente lecito parlare di cinema o meno, ma consapevole del fatto che anche trovando una risposta le sorti dell’umanità non cambieranno, meglio proseguire oltre.

E andare dritti al succo della storia.
Dribblate le questioni etico-cinematografiche, è opportuno anticipare una cosa: questa, al di là di tutto, e sempre fidandosi della veridicità esibita, è una vicenda molto ma molto triste.
Chiaro che dei processi di dipendenza da social network ne sappiamo già abbastanza, non per qualcosa, ma perché se state leggendo queste righe in un o modo o nell’altro ne fate parte, piuttosto demoralizza la presa coscienza delle dinamiche che fanno di internet una fittizia oasi felice dove potersi realizzare visto che il feedback di ritorno è facile da ottenere – un mi piace, un commento, basta poco – e non c’è nemmeno bisogno di metterci la propria faccia, infatti Angela mette quella di una modella canadese, facile scorciatoia per sentirsi apprezzata.
Ora, tenendo conto che il passaggio più debole della storia è proprio quello in cui i ragazzi si recano nel Michigan sobbarcandosi un viaggio non da poco per far luce su una vicenda di scarsissima entità, una volta che la donna viene smascherata e che l’obiettivo si insinua nella sua vita privata, beh, c’è quasi una sorta di nulla osta compassionevole di fronte ad un paesino semideserto, un marito mezzo bifolco, e alla cura dei due gemelli con gravissimi problemi mentali, il sentimento prevalente è perciò quello di comprensione, in fondo si sente che in quelle condizioni Angela abbia parecchie ragioni dalla sua per aver cercato una scappatoia nel mondo virtuale.

Il personaggio sofferente di Angela tende però ad offuscare quella che è la vera vittima del sistema-Facebook. Perché un ragazzo come Nev che ha tutto, ed ha veramente tutto, un ragazzo da presentare ai genitori col sorriso smagliante e i Ray-Ban di chi vuol suggerire una vita vissuta, perché un tipo così fa risiedere speranze sentimentali in un’immagine, in una foto profilo, in un album delle vacanze? Perché una persona come noi si è fatta abbindolare da una voce telefonica?

Le risposte dagli oscuri risvolti non sono contenute in questo modesto nonché superfluo film, il quale però ha il piccolo pregio di mostrare come ha fatto Fincher che il futuro non è dei migliori, e se anche un sentimento nobile come l’amore deve essere stinto dalle fredde maglie della rete, l’ultima domanda è: dove andremo a finire?

venerdì 7 ottobre 2011

Scorpio Nights

Film poverissimo ambientato in un sudaticcio rione filippino ancor più povero, che ci racconta la tempestosa relazione fra Danny, il vicino di sopra, e la moglie di una guardia che abita al piano di sotto.

Il regista Peque Gallaga, che deve la sua piccola fama a quest’opera datata 1985 e ad un’altra precedente dal titolo Oro, Plata, Mata (1982), con i pochi mezzi a disposizione intraprende fin da subito la strada del classico schema sentimentale così riassumibile: Danny spia la donna, Danny si fa avanti e si instaura un bollente rapporto fedifrago, il marito sospetta qualcosa trovandovi poi un riscontro concreto. La storia è perciò semplice al pari del mezzo che la racconta e il tasso di prevedibilità si alza con lo sviluppo lineare della pellicola. Ma l’elemento connotante è quello di una certa vitalità erotica che pervade l’atmosfera raccontata, il problema è che il lasso di tempo separante Scorpio Nights dalla nostra contemporaneità ha mutato i canoni sessuali, e a causa di ciò vedendo queste coppiette amoreggiare potrà facilmente scapparvi qualche risolino per i movimenti goffi inscenati o al massimo qualche sbadiglio, ché la tv odierna sa essere decisamente più spinta.

Non tutto il male viene per nuocere, poiché malgrado sia palpabile una certa difficoltà nel voler perseguire l’effetto-eros ad ogni costo, il film raccoglie qualche consenso nel territorio della sincerità e questo sentire autentico zampilla dalla love-story che pur essendo banale e impacciata ha un che di genuino e la si riesce a guardare con un briciolo di tenerezza.
La cornice che recinta questa liaison affastella rapide incursioni nel sociale (la povertà è lo sfondo esistenziale di tutti) e personaggi-sagoma che meritavano più spazio (il menestrello Bob Marley e il travestito), lasciando pochi residui negli occhi dello spettatore.
Il finale segue la tradizione del cinema bis che preme l’acceleratore su un aspetto fino a quel momento non preso troppo in considerazione come il dramma, e così vedere il marito che si masturba sul corpo esangue della moglie fa entrare il film nella categoria del cult da soffitta, laddove comunque c’è infinitamente di meglio.

Wikipedia ci dice che nel ’99 è stato girato Scorpio Nights 2 e che nel 2001 tale Park Jae-ho ha fatto un remake dal titolo Summertime, parimenti vi dico che ad un certo punto, durante il film, vediamo il braccio di Danny sbucare dal buco nel soffitto: che Tsai si sia ispirato da qui per la scena madre di The Hole (1998)?

mercoledì 5 ottobre 2011

The Adventure of Iron Pussy

Roba da non credere!
Una volta terminata la visione ci si domanda come sia possibile che il nome di Apichatpong Weerasethakul compaia sotto la voce director. Lui che fino a quel momento ci aveva abituato (e continuerà a farlo in futuro) ad un tipo di cinema che mi piace definire reincarnante perché ogni film, anche e soprattutto l’esperimento Mysterious Object at Noon (2000), trova nella diegesi uno spazio di vita-morte che assume proporzioni ripetitive, con Hua jai tor ra nong (2003), co-diretto insieme all’amico artista Michael Shaowanasai, mente del progetto e protagonista di fatto, firma una pellicola lontana, lontanissima dal suo stile in tutto e per tutto, giusto per dire: quando mai abbiamo sentito in una sua opera così tanta musica?
Eppure, c’è sempre un eppure, all’occhio attento non sfuggiranno certe sottigliezze che a fronte di una scarsa idoneità poetica dell’autore, riescono a scovare una legittimazione, un senso d’essere in relazione a chi sta dietro la mdp.
Prima considerazione obbligatoria e dal carattere macro è che in Thailandia il genere melodrammatico andò (e forse va tutt’ora) molto in voga nella cinematografia locale spiccia, difatti la figura di Iron Pussy è ispirata a quella di Petchara Chaowarat, un’attrice d’epoca che recitò in una montagna di film, praticamente l’Edwige Fenech thai.
Esempio chiarificatore del ruolo che questo genere ebbe nella formazione dei registi thailandesi contemporanei può essere quello di Pen-Ek Ratanaruang, un altro che solitamente si occupa di cinema (da) oltre (il fondo), ma che ciononostante girò nel 2001 il musical Love Song: Monrak Transistor.
La seconda osservazione decisamente più personale riguarda il fatto che se si legge in rete qualche intervista a Weerasethakul si evince (sorprendentemente) come nel suo bagaglio culturale ci sia posto anche per b-movie di infimo ordine e fumetti per ragazzi, elementi che qui si possono rintracciare in lungo e in largo, notare il vestito à la Capitan America del finale tanto per intenderci.
La terza riflessione è proprio una quisquiglia che forse non andrebbe nemmeno riportata, eppure (visto?) ad un certo punto si paventa l’arrivo di una tigre, l’animale feroce aveva già fatto capolino nel film d’esordio con il gioco del cadavere squisito, ma essa avrà un ruolo di primo piano nell’appena successivo Tropical Malady (2004) i cui finanziamenti ritardatari obbligarono Apichatpong a sedersi a un tavolino con Shaowanasai.
Riassunto: non ci si crede che il regista sia Weerasethakul, invece lo è e forse non c’è nemmeno troppo da meravigliarsi.

Ordunque, sviscerata la questione paternità che poco potrebbe interessarvi, è meglio riportare i miei due centesimi su The Adventure of Iron Pussy.
Tenendo conto che ci troviamo di fronte ad una rivisitazione-omaggio in tutto e per tutto, perfino nella tecnica di doppiaggio che copre le voci degli attori in scena durante le parentesi canore, e tenuto anche conto che di questi musicarelli thai noi europei nulla ne sapevamo, è difficile che una pellicola così possa far stracciare le vesti ad uno spettatore che inconsapevole del divertissement si trova dinanzi un film di facile lettura, innocente e volutamente sciocco.
Volutamente perché la ripresa degli stilemi passati attua un processo di celebrazione pressoché ridicolizzante in grado di autorizzare gli autori ad imbottire di ingenuità molti passaggi narrativi. Si sorride sul colpo di scena soapoperistico – e non poteva essere che così – dell’eroina che si scopre figlia e sorella della madre nemica, cosiccome lo svelamento di identità da parte della responsabile delle cameriere che è un coup de théâtre ricolmo di fiera goffaggine.
Si sorride, appunto, e poi che altro? Nonostante le vertigini pop, tinte sgargianti, gli abiti di Iron-Pussy, e tracce di spiritualismo ben ossidate nell’arte weerasethakuliana (la divinità parlante e la statua nell’antro del villain), il resto lo si subisce con discreta impassibilità, forse perché il tutto ha una matrice troppo thailandese per poter essere apprezzato all’estero, e forse perché il sottoscritto ritiene la rivalutazione un atto legittimo ma non imprescindibile in particolare quando dietro ad un disegno come questo c’è uno che col cinema ci sa fare eccome. Si preferiscono idee fresche piuttosto che precipitati post.
Visione partigiana, solennizzante, commemorativa, solo i thailandesi puri potranno gustare appieno, a tutti gli altri resta la consapevolezza che il vero Weerasethakul non si trova qua.

lunedì 3 ottobre 2011

Baxter

Idea che sconquinfera quella di Jérôme Boivin: non solo riprendere l’antropomorfia di un cane razza bull terrier chiamato Baxter, ma dotarlo di pensiero, di ragione e sentimento.
Ad atteggiamenti che chiunque ha un animale che gironzola per casa riconosce incredibilmente umani, questo regista francese affianca un cogitare che si avvicina a quello della nostra razza, appaiando dunque le esistenze di due forme vitali apparentemente diverse eppure profondamente uguali.

La piacevole visione che offre l’innovativo punto di vista del cane si caratterizza per una parabola che si immerge in una pozza di arsenico dove c’è parecchio significato dietro alla storia di facciata.
In un percorso dotato di trasversalità, Baxter si trova dentro situazioni che mettono in luce tutto un catalogo di cattive azioni che noi umani possiamo offrire. La traiettoria è discendente perché si parte con una vecchia signora che stanca di vivere si barrica in casa, si prosegue con una giovane coppia iperprotettiva nei confronti del figlio appena nato, per concludere con un ragazzino che sembra voler ripercorrere gli ultimi giorni di vita di Hitler.
Baxter, che dentro al canile desidera imparare dagli uomini, passando di casa in casa assorbe invece tutte quelle debolezze tipiche del nostro tempo: diventa irragionevole, diabolico nel voler spodestare il bebè dal centro delle attenzioni, e perfino cattivo quando il novello Führer diventa suo padrone.

È qui che il tragitto di umanizzazione, e quindi inumanizzazione, dell’animale giunge all’apice. Addestrato come un soldato attraverso corse sfiancanti e allenamenti di lotta, pronto ad attaccare il nemico e nel caso anche ad ucciderlo, il ragazzino-dittatore, che probabilmente è più semplicemente un ragazzino-solo (il padre tradisce la moglie), forgia una piccola macchina da guerra che risponde solo a due cose: gli ordini (prova piacere nell’ubbidire) e l’istinto (definisce “troia” una cagnetta che mette incinta). Eppure questa trasformazione frena di fronte ad un dogma che anche un cane capisce: non si uccide per gioco. Baxter comprendendo un orrore del genere diventa Uomo e si ferma, il piccolo proprietario di contro imbestialisce uccidendo i cuccioli e cercando di fare la stessa cosa con il protagonista a quattro zampe. Nella dolorosa scena simbolo del film corroborata nel finale dalla voce off del ragazzetto che spera di trovare l’amore nella coppia che abita di fronte a casa sua, avviene un ribaltamento dei ruoli, la conclusione di un cammino rovesciato che non ha morali assolute di fondo ma la sottile sensazione che gli animali sono migliori di noi anche quando vengono indotti alla violenza e alla malvagità.

Il dolore è cessato, il mio corpo non sente più l’aria fredda. Eppure so che il vento è ancora forte perché porta i suoni e gli odori della città. I suoni che mi raggiungono sono sordi. La prima neve cadrà presto. Quando tutti saranno svegli, nel silenzio assoluto, si sentiranno inquieti. Penseranno al silenzio della morte, magari penseranno a me.

Baxter