venerdì 11 febbraio 2011

mercoledì 9 febbraio 2011

Antares

Parlando di Import/Export (2007) non avevo potuto fare a meno di lodare il cinema austriaco che da un paio di anni a questa parte si sta guadagnando un posto di primo piano nel panorama europeo e sembra essere l’unico a poter perlomeno infastidire lo strapotere francese. Ai nomi che avevo fatto in quel commento va aggiunto anche quello di Götz Spielmann che in Italia è conosciuto per il recente Revanche (2008), mentre Antares risale al 2004, due opere che non sono le uniche della sua carriera ma che probabilmente sono le più importanti.

La ricerca testuale e visiva di Spielmann è prossima all’Haneke dei Fragments o a tutta la filmografia di Ulrich Seidl. Vienna, sbiadita parente della meta turistica che conosciamo, è una muraglia di palazzoni tutti uguali che fanno da scenario ad un intrecciarsi di eventi intrisi di casualità, gelosia e passione. Anche qui si vanno a svelare ingombranti scheletri nell’armadio degli austriaci “tanto per bene”, ed ecco per esempio che una madre di famiglia tradisce il marito con un quasi sconosciuto; tuttavia il pericolo di arenarsi su blande schermaglie sentimentali viene ovviato da una visione trasversale di Spielmann che fa del suo cinema una pesante pietra che pian pianino ci mostra come affonda: dalla famiglia middle-class si scende agli isterismi di una giovane coppia per toccare il punto più basso con l’insofferenza dell’agente immobiliare, in un percorso netto che delinea drammi personali e sociali attraverso un’azione triplamente rappresentata.

Se l’artificiosità del montaggio che ricompone gli eventi avvenuti in contemporanea e li ripropone in un ordine cronologico-circolare non è una grande novità nel mondo di celluloide (per fare un esempio vicino mi viene in mente Polytechnique, 2009), è però giusto per il sottoscritto far notare di come le tre visioni NON siano una semplicistica riduzione di tre storie raccontate da tre angolazioni differenti accomunate da piccoli e insignificanti particolari, poiché si ha:

1) Una donna che tradisce il marito --> Primo passo per l’incrinazione del rapporto.

2) Una donna che scopre il tradimento --> Secondo passo per la distruzione del rapporto.

3) Una donna che rifiuta il marito --> Terzo passo per la negazione definitiva del rapporto.

A prescindere dal sesso dei personaggi coinvolti, la storia solo esteriormente spezzettata risulta a livello concettuale intrinsecamente connessa e capace di dare vita ad un unicum narrante nient’altro che d’una spasmodica ricerca, austriacamente filtrata, di formare quello che Platone definì un tutto, come piccoli satelliti che ruotano intorno ad una gigantesca ed incomprensibile stella: l’amore.

lunedì 7 febbraio 2011

Angel Dust

Un assassino seriale uccide a caso alle sei in punto di ogni lunedì pomeriggio tramite un’iniezione letale nei pressi dell’affollata metropolitana.
La polizia di Tokyo si mette sulle sue tracce.

La spavalderia di un killer che va a colpire indisturbato laddove può essere potenzialmente visto da centinaia di persone ma che paradossalmente viene protetto proprio dall’anonima massa, è un bell’affronto alle autorità che però abbiamo già visto in ambito cinematografico. E appare lontano dall’originalità anche il fatto che per dipanare l’intricata matassa venga chiamata in causa una persona esterna al team operativo dalle non definite competenze (psicologa, psichiatra, criminologa?) meglio se donna, evidentemente Il silenzio degli innocenti (1991) ha creato un vero e proprio work-profile con Jodie Foster, e puntuale il regista Sogo Ishii introduce il personaggio di Setsuko Suma nei panni di affermata investigatrice che avrà un ruolo intrinseco alla storia cucita su misura addosso a lei.

Le premesse non hanno in sé particolari innovazioni nonostante, è bene ricordarlo, Angel Dust sia un film del ’94. Lo sviluppo della vicenda si discosta dal think big americano che spesso dà risalto alle gesta dell’assassino, per inoltrarsi maggiormente nei risvolti personali dei protagonisti intrecciati tra loro più di quanto si possa pensare. A prescindere dalla validità o meno dell’operazione che sulla carta poteva essere interessante, nella pratica lo è molto meno.
Si tratta più che altro di una scelta narrativa che taglia le gambe al ritmo dilatando di molto e di troppo il raccontato. Ishii sembra propendere per lunghe sequenze d’anestetizzata atmosfera orientale, intervallate da rapidi fotogrammi che aggrediscono lo schermo. Ne risulta complessivamente che la curiosità per sapere chi sia l’assassino cala a picco ben prima della fine a causa del decentramento d’attenzione sul killer in favore delle implicazioni tra eroina e villain che sono sì soggiacenti all’indagine ma che non ne catturano l’interesse a causa, fra le altre cose, di personaggi anonimi senza appeal.

Lasciate perdere il disclaimer sulla locandina perché si sa di come la pubblicità sia l’anima del commercio, tuttavia prendete le mie parole come una semplice opinione, in giro questo film è piaciuto a molti.

venerdì 4 febbraio 2011

Tiresia

Complesso, angosciante, contraddittorio, torbido, sfuggente, provocatorio.
Parole e ancora parole attribuibili a Tiresia (2003) film diretto da Bertrand Bonello, francese che a quanto pare ama andarci giù pesante arrivando perfino a infischiarsene della coerenza del testo per favorirne il messaggio/i di fondo. Vi è subito da dire che sulla completezza di tali messaggi non c’è da metterci la mano sul fuoco poiché le tesi di Bonello si riconducono a sfuocate ipotesi per lo spettatore obbligato a destreggiarsi in un racconto che si spezza a metà per poi ricominciare da capo attraverso un procedimento avvicinabile, almeno formalmente, a quello de L’insaziabile (1999) di Antonia Bird.

Nella prima parte, anticipata da un quarto d’ora tecnicamente impressionante in cui la fanno da padrone delle lente carrellate laterali che riprendono un gran numero di prostitute su uno stradone buio a ridosso di un bosco, assistiamo alla segregazione del transessuale brasiliano Tiresia da parte di un – forse – uomo squilibrato di nome Terranova (Laurent Lucas) in cerca di rose non vere, poiché la copia è quella perfetta. Non vuole una donna, gli va bene qualcosa che le si avvicina, tuttavia in seguito alla mancata assunzione dei giusti ormoni, l’aspetto di Tiresia si fa sempre più mascolino fino a provocare un rifiuto nell’uomo che la acceca con delle forbici per gettarla poi sul ciglio di una strada.
Il tempo che venga giorno e la storia cambia ambientazione; ci troviamo in una chiesa dove un prete, impersonato dallo stesso Lucas, battezza un neonato. Contemporaneamente la figlia muta del factotum trova Tiresia moribonda, la prende con sé e la cura. L’ex trans ora è diventato un uomo (c’è stato proprio un cambio d’attore) che seppur cieco riesce a vedere il futuro.
Perdonate il dilungamento con relativi spoiler sulla trama, ma mi era necessario per iniziare a sezionare la pellicola e a supporre innanzitutto che Tiresia è un film sullo sguardo e di conseguenza anche una storia sulla cecità. La scenografia si accompagna al tema della visione: la prima frazione è estremamente cupa e non solo per gli esterni boschivi ma anche per la prigione di Terranova, spartana e confinata sullo schermo da un alone di buio; l’uomo spia il travestito dal buco della serratura in una forma di coercizione per cui Tiresia è soltanto una “cosa da guardare”, quasi un freak a causa della sua innaturalezza fisica. La seconda parte è raccontata attraverso tonalità fatte di colori chiari e brandelli di luce (ma la componente drammatica non viene meno), e qui Tiresia per merito o per colpa di un martirio che ha potenti rimandi cristiani, acquisisce un dono che le/gli permette di vedere e non solo di essere vista, sebbene agli occhi delle persone questa capacità la faccia vedere sempre e comunque come un mostro.

Ad ogni modo non vi è un tentativo di denuncia sociale. Assolutamente no; il film lavora sull’ astrazione senza affondare il coltello nel tema del “diverso” perché poco sembra importargli. Anche la chiave di lettura sullo sguardo mi appare riduttiva e non sufficiente per dare un’interpretazione globale alla storia. L’enig-magma-tica essenza delle pellicola è di non facile decifrabilità, il che potrebbe essere un limite di chi scrive ma anche di Bonello stesso che ad onta di un talento evidente in linea con la grande scuola francese, immerge la storia di Tiresia in un mare di incertezze.
Ciò che è certo invece è l’operazione coraggiosa e non semplice da accettare di cambiare attore protagonista tra una parte e l’altra del film. Ed è un’azione affiancata ad un similare ribaltamento dei ruoli per Laurent Lucas che nelle vesti di prete non pare essere la stessa persona che prima aveva imprigionato il transessuale.

Tiresia, dunque, prosegue e finisce come un film dal doppio volto al pari dell’essenza uomo-donna del personaggio principale, e come Lucas, al contempo folle maniaco e prete di campagna. Non c’è coerenza narrativa tra questi doppelgänger, e questo è l’aspetto che ad uno spettatore razionale potrebbe pesare insostenibilmente. Mettendo da parte l’aderenza ad una veridicità interna, resta un film affascinante, per una volta, forse, più da vedere che da capire.
Addendum.
La storia di questo film si rifà verosimilmente alla figura mitologica greca di Tiresia (link).
Si ringrazia AlmaCattleya per la segnalazione.

giovedì 3 febbraio 2011

iPark


È da un po’ di tempo che gira nei siti appositi il teaser del nuovo lavoro di Park Chan-wook che si intitolerà Paranmanjang (Night Fishing) è verrà proposto alla 61° berlinale nella sezione dedicata ai cortometraggi. Tutto normale se non fosse che quest’opera è stata interamente girata con l’iPhone 4.
Ormai anche il digitale è già roba vecchia.

mercoledì 2 febbraio 2011

L'età inquieta

Bruno Dumont.
Il nome di un regista francese nato a Bailleul, nord della Francia, nel 1958. Il nome di un autore che può vantarsi di aver vinto due Grand Prix nella sua carriera numericamente contenuta, cosa che in passato era successa solo a Tarkovskij. Il nome, anche, di un insegnante di filosofia. Ma il nome, soprattutto, che riempirà le colonne di questo blog nei mesi a venire.

Dopo due cortometraggi denominati rispettivamente Paris (1993) e Marie et Freddy (1994, opera che presumo abbia molto a che fare con questa avendo come titolo i nomi dei due protagonisti), Dumont esordisce sul grande schermo con La vie de Jésus (1997), pellicola ambientata nel piccolo paese natale che riprende lo scorrere quotidiano di un gruppo di ragazzini alle prese con la vita agra della provincia.
Quella di sondare il perturbante mondo dell’adolescenza problematica è un’operazione effettuata decine e decine di volte nel mondo di celluloide. Abbiamo visto giovini farne di ogni, farsi le mamme dei vicini (Ken Park, 2002), e sfarsi spesso e volentieri di svariate sostanze stupefacenti. I ragazzi di Dumont, invece, sfuggono a questo identikit, o almeno ci provano: non si drogano, non bevono, non rubano, non commettono niente di così peccaminoso da poter entrare in un film di Clark o Araki, eppure la loro raffigurazione è egualmente, anzi, è molto più lesiva rispetto a quella dei parietà d’oltreoceano. E le motivazioni possono essere ricondotte a due riflessioni di sotto esposte.

BAILLEUL, LA PERIFERIA DEL MONDO

Il contesto in cui si svolge la storia è, come sottolineato, una cittadina situata nella regione Nord-Passo di Calais. In questa comunità sembra, ma sicuramente è così, che non ci sia niente di interessante. Una lunga strada fiancheggiata da basse palazzine tutte uguali, un bar, un cimitero, una piazza, non c’è nient’altro. In un quadro del genere l’adolescenza di 5 ragazzini si assoggetta alla noia, essa diventa succube delle cose futili e mira alla materialità; non è importante il lavoro, per Freddy basta e avanza il sussidio da orfano per andare avanti, non è importante la relazione sentimentale, piuttosto succhiare il nettare della giovinezza da una coetanea, e qui l’esibizione quasi pornografica dell’atto sessuale non va visto come furbata registica ma come evidenziazione di un amore acerbo, irresponsabile; non è importante il tradimento in sé ma piuttosto l’onta di venir sfrattati dal pube dell’amata da uno sbarbatello arabo. E il mondo esterno? Praticamente non esiste. In tv passano solo immagini di guerra, di sofferenza, i film ci sono ma iniziano sempre in ritardo e non ne vengono ricordati i titoli. Lille è una città così vicina eppure distante chilometri non percorribili.
Bailleul è quindi una specie di recinto che imprigiona questi 5 giovani i quali non avendo nulla intorno, a loro volta non credono in nulla, non hanno speranze, per uno di essi, infatti, Gesù è solo quel tizio che è resuscitato.

DUMONT, IL CINEMA AL CENTRO

Ma Dumont fa cinema d’autore. Anche se è all’esordio si evince già una precisa impronta che vuol dare spessore intellettuale alla storia. E ci riesce benissimo poiché a differenza di molti film adolescenziali che puntano all’impatto visivo/emotivo con un certo maledettismo sullo spettatore, Dumont appaia a questa vigoria estetica – d’altronde le scene di sesso ci sono, inutile negarlo – ad un lavoro fatto di prospettive metaforiche che forniscono angoli di visuale differenti ma convergenti su uno stesso punto: il nichilismo proteiforme che forgia i protagonisti.
Ancora prima che visivamente, il film offre a livello acustico un parallelo convincente. La realtà del gruppo è contrassegnata da un sottofondo costantemente disarmonico, i motorini producono infatti un ronzio continuo e imperterrito che solo in apparenza riempie le loro giornate. Il fringuello di Freddy, giust’appunto, non canterà mai, nemmeno in seguito alle sollecitazioni del suo padrone, ed anche le prove con la banda del paese sono solo occasioni buttate al vento, momenti per deridere la cicciona del gruppo. Non c’è musica, non c’è arte, in una parola non c’è vita.
E all’occhio attento non sfuggirà che le strade del borgo sono completamente deserte [1], mai si vedrà qualcuno percorrerle, ciò rafforza il concetto di isolamento in cui sono calati i giovani protagonisti ognuno alle prese con una solitaria via crucis fatta di fratelli morti per AIDS, razzismo, epilessia, cieli rannuvolati e lontanissimi uccellini che cinguettano.

Un solito film sulla primavera della vita? Assolutamente no.
Un film diverso sulle pene della pubertà? Nì.
Un film che ad ogni modo merita la visione? Eccome.
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[1] È incredibile come il campo lungo della strada principale sia pressoché identico alla via-anticamera dell’ottimo Wild Side (2004) di Lifshitz. E, altra coincidenza, in entrambe le opere si registra la presenza di Yasmine Belmadi, attore franco-algerino morto nel 2009 a causa di un incidente stradale.

martedì 1 febbraio 2011

From ears to the heart


Mica voglio mettermi a consigliarvi anche la musica adesso. Primo non riesco mai a scriverci niente sopra, secondo lo faccio già indebitamente col cinema e mi pare abbastanza. Perciò, lascio la voce di James Blake, in uscita fra pochi giorni col suo primo disco, a riempire il silenzio di questo blog; che poi al di là della canzone in sé (per me splendida), al minuto 5 e 17 secondi ho provato un’empatia tale che boh, non saprei manco come descriverla, fatto sta che per poco non abbracciavo lo schermo, e di conseguenza concordo pienamente con un commento sotto il video: at the very end of the clip you see what love is.
Dalle orecchie al cuore, davvero.