martedì 15 settembre 2009

Noi due sconosciuti

Mmm, riconosco che un film del genere non rientra appieno nella linea editoriale del blog (qui si fa sul serio oh), ma mi sembrava giusto per completezza d’informazione, e per semplice curiosità personale, dare un’occhiata all’adattamento cinematografico de Gli amanti (Longanesi & C., 1965), romanzo scritto da Evan Hunter che qui si occupa della sceneggiatura.

Della trama ho già scritto nella recensione del libro e quindi non mi ripeterò.
Opportuno, allora, sottolineare cosa c’è di uguale e cosa di diverso rispetto al testo.
Innanzi tutto i nomi. Alcuni sono uguali, Larry e Maggie, altri cambiano come il marito di Margaret o il figlio minore del protagonista. Cambiano anche alcune scene, come la festa organizzata da Eve a cui partecipa Maggie mentre nel libro ciò non accadeva. Ma soprattutto muta il finale che nel romanzo con la sua catarsi dava un tocco di drammaticità inaspettato alla vicenda, mentre nel film è molto più morbido e di conseguenza meno incisivo.
Restano pressoché immutati alcuni dialoghi, ed è bello ri-sentire qualcosa che si è letto in passato, significa che da qualche parte era rimasto.
Probabilmente la differenza più significativa è situata nelle dinamiche relazionali che coinvolgono i protagonisti. Se nel libro una relazione extraconiugale metteva a nudo le “felici” coppiette di Pinecrest Manor, nel film è tutto più all’acqua di rose. Il rapporto fedifrago c’è, ma la solida rete di personaggi secondari presente nel testo sulla pellicola perde aplomb, con buona pace di Felix Anders che sulle pagine è una vera carogna, mentre sullo schermo fa un po’ la figura dello scemo.

Ma le similitudini libro/film servono fino ad un certo punto nel giudicare una pellicola. Se qui si tratta un film, allora è giusto parlare solo di esso. E dunque: l’impostazione del cinema americano classico c’è tutta, negli ambienti chiusi le posture dei soggetti, gli angoli di ripresa e i movimenti di macchina che rifuggono campi-controcampi, trasmettono una forte sensazione di teatralità difficile da riscontrare al giorno d’oggi. Al pari della dissolvenza incrociata che viene utilizzata ogni qual volta vi è il passaggio da un blocco narrativo all’altro.
La scelta di affidare a Kirk Douglas – incredibile come in certe espressioni sia identico a suo figlio – il ruolo di Larry non mi ha convinto del tutto per via dell’età, un po’ matura trattandosi di un giovane architetto. Il ruolo di Maggie è delicatissimo e Kim Novak non riesce a coglierne appieno l’essenza, almeno non come me l’ero immaginata io leggendo il libro.
Ottima Barbara Rush nel ruolo di Eve che vale la pena ricordare nella scena in cui s’inginocchia implorante ai piedi del marito.

Oldies almost goldies.

domenica 13 settembre 2009

Tokyo Fist

Di andar piano a Tsukamoto non gli riesce proprio. Che in ballo ci siano uomini d’acciaio o meno lui va come una scheggia, e noi spettatori ringraziamo. Anche se, con tutta sincerità, a volte la lingua penzolante non è dovuta solo al godimento provocato ma un pochino anche per la fatica di stargli dietro.
Manco a dirlo è ancora la metamorfosi lo scheletro del film: questa volta non ci sono i tubi di ferro e nemmeno demoni risvegliati da un sonno eterno, ma una trasformazione c’è eccome, più “umana” ma non per questo meno crudele. Anzi, devo ammettere che la violenza delle scene di lotta è bella tosta, ed i pugni inflitti al povero Tsuda (interpretato dal regista stesso, Tsuda/Tsuka, vecchia volpe…) sembrano uscire dallo schermo colpendoti dritto in faccia, e nello stomaco.
A tal proposito vorrei sottolineare di come il primo destro che Kojima tira a Tsuda sia una roba veramente ma veramente da brividi, complice anche il sonoro che accompagna i pugni: ogni volta un terrificante tonfo sordo. Sconvolgente anche il viso di Tsukamoto tumefatto dalle botte prese dalla sua tipa (!), cose ti restano impresse nella testolina. Eccolo:
Interessante la figura di Hizuru, la fidanzata. Ma direi interessante l’atteggiamento che ha il regista nei confronti del mondo femminile. E sì perché in tutti i film visti finora le “sue” donne non è che ne escono granché bene. Prendete quella del primo Tetsuo (1989): si fa scopare allegramente davanti al poveretto appena investito deridendolo. Senza dimenticare la mostruosa donna-ragno che tormenta i malcapitati protagonisti di Hiruko the goblin (1991).
In Tokyo Fist la figura muliebre è solo in apparenza più delicata, col passare dei minuti emerge tutta la sua crudeltà. A dire il vero non sono riuscito a comprendere appieno l’ambiguità di Hizuru, così fragile e così forte, probabilmente troppo, per entrambi gli uomini. Ad un certo punto chiede a Kojima se non sia gay, sembra che la ricerca di emozioni forti necessarie per contrastare l’andamento piatto della vita sentimentale non siano più rintracciabili nel sesso, ed ecco che allora Hizuru si sente viva soltanto straziando il suo corpo con piercing e tatuaggi fino ad annullarsi totalmente.

Probabilmente mi manca qualche nozione di cultura giapponese per capire, ma già così sono soddisfatto del film che ricorderò per una doppia V: violenza + velocità, e via così.

giovedì 10 settembre 2009

Cappuccetto Rosso

All’inizio, poco dopo i crediti iniziali, accade una cosa impossibile: due ragazzini che discutono amabilmente di Mario Bava. “Mario chi?” domanderebbe la maggior parte degli adolescenti di oggi ignari del fatto che molte pellicole d’oltreoceano da loro divinizzate sono debitrici alle opere di Bava, Fulci e Massaccesi. Registi vivi come non mai, testimoni di un cinema che non c'è più. Per fortuna ci sono giovani che a differenza dei loro coetanei non solo apprezzano il cinema di genere italiano, ma lo studiano, lo tastano e lo (ri)vivono. Stefano Simone è uno di questi. Simone è un giovanissimo regista indipendente che a dispetto della sua età ha già all’attivo una dozzina di cortometraggi. Questo è tratto da un racconto di Gordiano Lupi contenuto nel libro Cattive storie di provincia (A.CAR, 2009). Come da titolo il corto si rifà alla fiaba che più ha influenzato il cinema dell’orrore, probabilmente perché si presta facilmente (come tutte le fiabe) ad un’interpretazione paurosa. Gli stilemi della favola classica ci sono tutti anche se rimescolati per dare vita ad un ribaltamento narrativo dei vari personaggi. Partendo dal presupposto che Cappuccetto Rosso è soltanto un divertissement (parole di Simone) mi preme sottolineare di come il film giochi sugli stereotipi che caratterizzano questo genere. Il ragazzino timido e credulone si contrappone al villain scaltro e ammaliante, non si tratta di superficialità di caratterizzazione, sono le regole del gioco. Ovvio che abituati come siamo ad un certo tipo di cinema la recitazione (probabilmente il tallone d’Achille del film) risulterà grossolana facendo perdere pathos ad un finale bello splatteroso che sovverte le regole sopraccitate, ma così è, non tutti possono permettersi di essere prodotti dalla Columbia Pictures. A far da contraltare alla prova attoriale c’è un buon uso della mdp che azzecca gli stacchi giusti nel far rifiatare lo spettatore con panoramiche del paesaggio. Notevoli anche le musiche di argentiana memoria di Luca Auriemma. Infine, vorrei citare l’aspetto che a parer mio è riuscito meglio a Simone: l’illuminazione. Ottima, in particolare nel miscelare le fonti luminose che colpiscono i visi degli attori donando loro un aspetto sinistro, in particolar modo nelle sequenze finali. Non deve essere semplice, un bravo al regista. Regista che ammiro profondamente non solo perché è in grado di imprimere le sue idee su pellicola, questo apprezzamento vale un po’ per tutti quelli che stanno al di là dello schermo mentre io me ne sto mesto aldiquà, ma soprattutto perché ha avuto l’onore di sedersi di fronte a Deodato e farci una bella chiacchierata. Argomento il cinema: quello che non c’è più, ma che forse un giorno ritornerà, magari anche grazie a Simone.

mercoledì 9 settembre 2009

The Kingdom - Il Regno

E ora da dove parto?
Ci devo pensare bene perché l’inizio di una recensione ha il compito di invogliare il lettore a seguire il flusso dei miei pensieri divenuti parole.
Potrei partire dicendo che The Kingdom è una gran bella storia, che mi è piaciuta e blabla, ma sarebbe così maledettamente banale… Allora potrei snocciolare qualche dato, tipo che la serie è stata girata nel ’94 e che Lars von Trier l’ha scritta insieme a Niels Vorsel, ma sai che noia?
Così avevo pensato a qualche frase d’effetto, come quella d’apertura: ”Il suolo sotto l’ospedale del regno anticamente era una palude dove i tintori venivano a inumidire i loro grandi teli. “, o quella che esce dalla bocca del regista alla fine di ogni episodio: “…e ricordate la vita è fatta di due semplici cose: il bene e il male.” Ma non ne sono molto convinto, sarà che tali frasi estrapolate dal contesto arrivano scariche su questo sfondo nero.
E allora inizierò da un’immagine, questa:
Lo so, non vi dice nulla, ma quella breve sequenza in cui la signora Drusse cerca di stabilire un contatto con lo spirito tramite la donna in fin di vita, mi ha colpito molto perché è una scena dinamica anche se ambientata in una piccola stanza. E quindi ho deciso, finalmente, da dove inizierò: dal movimento.
Perdonatemi la similitudine, ma vedere The Kingdom è come stare sul letto di un fiume secco, nel buio della notte, e avvertire in lontananza il gorgoglio dell’acqua, tremando nella paura di una piena improvvisa, avvertendo un movimento lontano, centrifugo. In fondo quasi tutte le riprese si svolgono all’interno dell’ospedale, eppure la storia è movimentata, frizzante, energica. Questo perché Von Trier, a differenza della trilogia E, si concentra finalmente più su quello che racconta che su come lo fa, e noi ringraziamo. Questo non significa che esteticamente Il Regno sia un prodotto dozzinale, assolutamente no, l’atmosfera malsana della struttura trasuda trierità da tutte le pareti, piccolo esempio:
Ma come detto, ‘sta volta il regista danese s’impegna di brutto anche nella sceneggiatura, e di questo si è tutti un po’ più felici. Che poi, pensando all’assunto su cui si muove il film, ci si rende conto di come non sia granché originale la storia di una bambina uccisa nel passato il cui spirito infesta un ospedale di Copenhagen, praticamente la trama di mille altre ghost-story. Ma a differenza di quest’ultime, Von Trier fa una cosa molto intelligente: usa l’ironia. Guccini la definirebbe tragica, perché in effetti si ride amaramente di questi dottori che in fondo sono dei miserabili, parafrasando Pratolini mi verrebbe da dire “cronache di poveri dottori”. E forse la vera forza di The Kingdom, e un po’ di tutte le serie ambientate negli ospedali, è quella di poter sbirciare le relazioni che i vari personaggi intessono, capendo così che sotto il camice ci sono personalità opposte all’austera professione che svolgono.
Il personaggio di Stig Helmer è l’esempio principe di ciò che vado dicendo.
A prima vista sembra il dottore più professionale all’interno del Regno, tanto restio alle buffe usanze della Loggia, quanto adirato nei confronti della sanità danese. Invece, si scopre essere uno dei personaggi più subdoli, pronto ad insabbiare i documenti di un’operazione andata male e di suggerire un trapianto d’intestino quantomeno deprecabile dal punto di vista etico.
Ecco, nel suo caso si ha un ribaltamento della percezione. All’inizio si pensa che sia così e poi si scopre che è cosà, ma il passaggio avviene solo attraverso la rete di relazioni, di incontri e scontri che lo riguardano. E questo accade anche per gli altri attori, creando una ragnatela in cui rimanere intrappolati è un vero e proprio piacere.

Delle cose da dire che non sarebbero poche, mi preme sottolineare il contrasto evidente tra la scienza e la magia. Il comportamento dei dottori che anestetizzano il paziente con l’ipnosi (fissazione di Trier), che credono ai riti voodoo haitiani o che partecipano di buon grado ad un esorcismo, stride un tantino con il Giuramento di Ippocrate. Sottile polemica nei confronti della sanità da parte del regista, o prova del fatto che il Regno sarebbe un luogo in bilico fra due mondi? Chissà…

L’ultima puntata della serie è un piccolo capolavoro di ritmo e comicità. La visita del Ministro è esilarante, il giusto coronamento di una vicenda che ha come ciliegina sulla torta la testa urlante di Udo Kier che sbuca da una vagina insanguinata. Spettacolo puro!

Nel 1997 è uscito The Kingdom 2.

lunedì 7 settembre 2009

Beautiful

È lui o non è lui? Certo che non è lui.
Sto parlando di Kim Ki-duk, e pensandoci bene tutta ‘sta certezza sulla paternità di Beautiful non è troppo rassicurante viste le sue ultime prove cinematografiche con la parziale eccezione di Dream (2008). Non c’è lui dietro la mdp, quindi, ma il suo assistente Juhn Jai-Hong che racconta una storia scritta (e prodotta) dal maestro coreano.
Protagonista è Eun-yeong la cui bellezza fa inchinare ai suoi tacchi a spillo eserciti di uomini. Tanto bella quanto sfuggente, al punto che un tipo follemente innamorato decide di coniugare al presente indicativo il verbo penetrare: prima in casa di Eun-young e poi dentro di lei, senza il suo consenso. Dopodiché la ragazza sanguina da una ferita invisibile fino a prosciugarsi la mente, vaga nella città seguita come un’ombra da un poliziotto divenuto angelo custode della morte, la sua.
Già nel confuso Time (2006) Kim si era avventurato nelle (poco) logiche dell’attrazione sessuale del nostro tempo. Evidentemente non pago di questa esperienza, scrive un film che riprende in sostanza gli stessi meccanismi (il cambiamento per essere accettati) ed ottiene i medesimi risultati. Ma più che confusione, da Beautiful traspira una superficialità che lo rende sterile. Spesso i film di KKD, e generalizzando anche un po’ tutti i film orientali, sono una riserva mirabolante di idee e spunti che una volta assorbiti strisciano fino al cervello facendoti Pensare.
Se von Trier dice che un film deve essere come un sassolino in una scarpa, Beautiful non riesce nemmeno ad essere un granello di sabbia: scorre via senza rimanere incastrato dentro chi lo guarda.
Perché ciò? Beh, innanzitutto la protagonista. Brava l’attrice, bravissima, ma il suo character non potrà mai riscontrare troppo affetto. Come può stare simpatica una tipa che snobba gli uomini facendoli impazzire per la sua bellezza? E allora sia che venga stuprata (nonché sverginata), che perda il lume della ragione ingozzandosi di panini – pubblicità occulta a McDonald’s come se piovesse –, o che si consumi fino a scomparire, sono tutti avvenimenti che non sfiorano granché lo spettatore, in particolare se è uno spettatore maschile.
Inoltre si ripete più volte una sequenza pressoché identica: Eun-young che sviene per motivi imprecisati, che vomita a mucchietti (come fa?), e che viene salvata dallo sbirro. Con la speranza che sia una scena pensata per sottolineare con l’evidenziatore la presenza del poliziotto altresì confondibile con qualunque altro spasimante, e non una roba ripetuta per allungare il brodo, mi viene spontaneo dire che una, massimo due volte era sufficiente.
Se Kim pecca così nella sceneggiatura, il suo discepolo Juhn non verrà ricordato per la regia che non riesce a toccare le corde giuste vestendo il film di un brutto abito occidentale. Manca quel momento squisitamente kimmiano che fa brillare gli occhi, lungo o impercettibile che sia, per cui si può saltare a piè pari sopra le magagne del testo.

Leggo qua e là che il finale è stato apprezzato nonostante tutto. Ne convengo, nello specifico mi sono piaciuti molto i minuti seguenti all’immagine qua sotto. Gli unici istanti in cui Eun-young sembra una persona. Viva.

venerdì 4 settembre 2009

Battaglia nel cielo

Caro Reygadas,
non ci siamo. E te lo dico così, a tu per tu, anche se non mi leggerai mai. Te lo dico che Battaglia nel cielo non mi è piaciuto, e ripeto che così non va, ma non è che non va solo il film, non vanno altre cose, più grandi di me, e credo di noi.
Vedi Carlos, ho studiato che tutto può diventare arte se provvisto della relativa aura. Cos’è l’aura ti chiederai? Tutto e niente, rispondo io. È il critico saccente che dichiara o meno la validità artistica di un oggetto, è l’esposizione nella sala principale alla mostra più avveniristica. Ed è anche, come nel tuo caso, lo scroscio di un applauso lungo dieci minuti al Festival di Cannes del 2005. Tac! Ecco che si crea l’aura intorno a Battaglia nel cielo grazie al “popolo” della croisette, mica di un qualche plesso cinematografico periferico o della rassegna di stopardipalle, no, Festival di Cannes: tappeti rossi, luci soffuse in riva al mare, palme dorate che svettano. L’aura si gonfia. C’avranno ragione, penso. Però non mi fido.
E allora succede che in pratica è come se vedessi L’orinatoio di Duchamp. Non capisco, mi mancano le conoscenze, credo… spero. Io ci vedo solo un pisciatoio, non una delle opere più importante del ‘900. Sì, devono mancarmi le competenze.
Ma non è che voglio paragonare il tuo film ad un’opera d’arte, cioè voglio farlo ma su un piano concettuale, capisci no?
Allora, Carlos, potrai dire che anche in questo campo mi mancano le conoscenze giuste, e qui ci starebbe un bel “ma”, per cui: “ma io ho visto tanti film e quindi ci capisco qualcosa”. Lo risparmierò a tutti anche perché sulla veridicità di questo enunciato ho dei seri dubbi. Ti chiederò, invece, perché vestire così il film? L’abito, no? Ciò che copre, che cela. Cosa c’è sotto? Il dramma di un uomo. Me ne sto. Cosa c’è sopra? Una pellicola di cellophane che vuole dare un tono alla pellicola tout court. Non me ne sto. È solo una sottilissima membrana, così fragile, inutile. Un tono distaccato, di matrice hanekiana, freddo, statico, immobile. Al regista austriaco riesce, a te no. Non chiedermi il motivo perché non ho le conoscenze, te l’ho detto, è una percezione che sta ben lontana dal cervello, probabilmente naviga nella pancia, in una zona franca a due passi dall’istinto. Istintivamente il tuo film non mi ha “parlato”, è afono, inebetito. È solo un film, gente che recita davanti ad una macchina da presa, non c’è storia dietro, non ho visto niente oltre, solo un coso in cui pisciare.
Già, una pellicola anestetizzata dal modo in cui è girata, e non basta neanche un pompino (con fallo finto, suppongo) come prologo ed epilogo della storia per andare un po’ più in là.

mercoledì 2 settembre 2009

XXY - Uomini, donne o tutti e due?

Perché? Mi chiedo perché la distribuzione italiana debba compiere questi scempi. Ma che sottotitolo è? No, cioè, osceno, veramente osceno, batte il tanto vituperato Se mi lasci ti cancello (2004).
Che poi, se il film fosse brutto e vabbè, si chiude un occhio, ma dato che XXY non è affatto male, questo voler italianizzare un titolo che fra l’altro ha un significato universale è alquanto fuori luogo.
Allora, per non farsi troppo male, è meglio considerare soltanto XXY che rimanda alla sindrome di Klinefelter, dal nome dello studioso che l’ha scoperta nel ’42. Detto in parole povere, le mie, chi contrae questa sindrome ha un cromosoma X in più. I soggetti sono fondamentalmente maschi, ma presentano alterazioni ormonali con sviluppo delle ghiandole mammarie e arrotondamento dei fianchi. Ma è importante sottolineare di come non ci sia una presenza contemporanea degli organi sessuali maschili e femminili come per gli ermafroditi.
Da quanto si legge, dunque, la sindrome di Klinefelter è differente dall’ermafroditismo. Nel film, invece, sembra che dal punto di vista scientifico sia stata fatta un po’ di confusione, e per questo motivo alcune voci si sono levate contro la regista argentina, la quale si è difesa dicendo che il titolo è soltanto un manifesto, una metafora.
Alex, la (o il? Io ne parlerò al femminile) giovane protagonista interpretata da un’androgina Inés Efron, asserisce di “essere tutte e due” riferendosi ai suoi organi sessuali, ma come appena spiegato è evidente una contraddizione fra il titolo e ciò che Alex è.
Poco importa, perché se dal punto scientifico ci sono delle differenze rilevanti, immagino che il disagio fisico e psichico di un ermafrodita e di un portatore della sindrome XXY sia quasi lo stesso, ed è qui che la regista Lucía Puenzo si concentra.
Un disagio nei confronti del mondo, che deride Alex, e un disagio verso se stessa che la porta a odiarsi perché diversa, perché mostro. Oltre a ciò persiste una confusione mentale che le impedisce di capire quali siano i suoi orientamenti sessuali. Alex non ha una identità, alla risposta “chi sono?” non è in grado di rispondere, e per questo viene trascinata dalla corrente dell’istinto che il più delle volte è maschile vista la sua aggressività anche nel fare sesso con Alvaro, ma che è anche femminile con quella fragilità muliebre venata di malinconia.

Rilevante la figura di Alvaro, ragazzetto introverso dal viso ossuto, che non ha un rapporto solido col padre chirurgo. Per tutta la durata del film sono come due estranei, solo alla fine c’è un confronto ma tra loro c’è un muro di ghiaccio alto mille metri. Come Alex anche lui cerca se stesso.
Di tutt’altra pasta è il padre di Alex interpretato da Ricardo Darín (Nove regine, 2003) che a differenza del suo aspetto rude dimostra una grande apertura mentale nei confronti della figlia permettendole di scegliere quel che vorrà essere. Che poi mi sembra una cosa giusta, il problema grosso è che il tempo della consapevolezza arriva sempre più tardi del dovuto.
Comunque ottimi tutti gli attori (con qualche riserva sulle due madri un po’ anonime), non perché facciano cose straordinarie, ma perché sembrano perfettamente tagliati per i loro ruoli, e quindi un plauso al casting che ha azzeccato anche la location: una località balneare ad un’ora da Montevideo sulla quale la Puenzo ha detto:”I personaggi del film sono andati lì per nascondersi, lasciando Buenos Aires, e si sono rifugiati in una casa ben chiusa che contrasta con l'immensità che la circonda.”

Prendete e portate a casa, non foss’altro perché l’argomento è interessante e i film che lo trattano in maniera seria sono pochi, anzi io non ne conosco altri.