sabato 14 aprile 2012

The Way Home

Film-caramella, buoni sentimenti senza patire alcunché, l’opera della regista Lee Jeong-hyang è così: gradevolezza che aleggia rarefatta ma troppa agevolezza nel cogliere gli intenti proposti.
Vedendo un ragazzino imbarbarito dalla civiltà (non è un ossimoro), amante dei videogiochi e del pollo all’americana, contrapposto ad una muta vecchina isolata dal mondo con la schiena piegata dagli anni che ha, è chiaro che una crasi così inconciliabile conduca ad un corto circuito dal facile e prevedibile esito: il piccolo tiranno scende dal trono e fa sua quell’idea di bene che la città (Seul) non conosce e non insegna.
Basta, Jibeuro (2002) si esaurisce qui. Per la cronaca c’è anche una specie di sottotrama sentimentale adibita a sfaccettare che vede il bimbo infatuato di una coetanea del posto, ma a parte i "simpatici" siparietti con la mucca furente, la piattezza della vicenda e la facilità con cui si accede al nocciolo dell’opera sminuiscono la stessa, e, nonostante l’ora e mezza scivoli in serenità, resta l’impressione che si poteva fare molto di più.

Nota di colore.
IMDb afferma che l’anziana protagonista Kim Eul-boon, scovata dalla regista Lee dopo aver setacciato la campagna del luogo, non solo, ovviamente, si trovava per la prima volta all’interno di un film, ma, fatto curioso – o forse no – fino a quel momento non ne aveva mai visto uno.   

giovedì 12 aprile 2012

Accendere la Luce

Finalmente la prima immagine del nuovo film di Carlos Reygadas. 
Lo so, due cani e un bambino su un prato verde non dicono niente di particolare, ma Ioncinema ha messo Post Tenebras Lux in prima posizione nella classifica dei film più attesi del 2012 (link), se poi si aggiunge che sempre sul sito americano il film viene paragonato a The Tree of Life, direi che le premesse per un’opera luminosa ci sono tutte.

martedì 10 aprile 2012

Tokyo!

Quale miglior voce se non quella di una hostess poliglotta per atterrare sul suolo giapponese e quindi poter ammirare questo film collettivo del 2008 costituito da 3 episodi girati tutti nella città del titolo, ma, curiosamente, non da registi del luogo; infatti abbiamo due francesi: Michel Gondry (trapiantato ormai oltreoceano) e Leos Carax (qui a quella che finora è la sua ultima prova), più il grande Bong Joon-ho che chiude il trittico.

L’ordine di presentazione è il seguente:

INTERIOR DESIGN

Per Gondry Tokyo è un labirinto di palazzi che lasciano sinistre fessure popolate da fantasmi, la città fagocita l’amore e obbliga a delle scelte: dal posteggio di fronte ad un negozio alla ricerca di un lavoro, e la giovane fidanzatina si trova letteralmente spogliata (nuda lo sarà davvero) di fronte alla metropoli – intesa come unicum, anche l’amica è Tokyo – che compie l’atto più spietato, quello di minare la sua coscienza, di applicare il disincanto al sentimento, e di far porre domande esistenziali che in fondo ci poniamo tutti: quali sono le mie ambizioni? Cosa vorrò fare da grande?
Gondry è il regista più famoso del trio ma paradossalmente è quello che io conosco di meno, ciononostante sono conscio di come il suo estro abbia pochi eguali al mondo (Star Guitar è uno dei videoclip-capolavoro di sempre) e lo dimostra chiaramente anche in un film dal minutaggio ridotto come questo. L’escamotage della metamorfosi in oggetto da arredamento è un colpo di genio che non ha lieto fine, ma solo (?) ironica amarezza.

Voto 7.5

MERDE 

Per Carax Tokyo è luogo di opposizioni, il lusso della metropoli si staglia contro il luridume delle fogne (splendidamente riprese), al pari della tecnologia, cellulari, e del progresso, network globali, che si frappongono alla primitiva pratica della pena capitale. Quindi, un po’ come per Pola X (1999), il film è indelebilmente marchiato da contrasti, ma, sempre come per l’ultimo lungometraggio di questo autore francese, non c’è un particolare intento di denuncia visto che l’inchiesta sociale scivola in subordine ad un quadro che mai come prima nella carriera di Carax si compone di un prelibato mosaico simil-grottesco, ad un passo dalla farsa e a due dal dramma.
Recuperato l’attore feticcio Denis Lavant direttamente, sembrerebbe, da Gli amanti del Pont-Neuf (1991), questo episodio, oltre ad essere il migliore di un trittico comunque eccellente, conferma le qualità di un regista atipico (egli sostiene che il cinema è sì il suo paese ma non il suo business) dal talento non comune, e forse la costrizione temporale di girare un film non più lungo di 40 minuti agevola la sua scrittura che in passato ha troppe volte puntato ad un compiacimento personale. Per questo motivo il concentrato tecnico di Merde è brillante e sciorina Cinema strabiliante già dall’iniziale carrello sulla strada affollata (in Rosso sangue ce n’era uno simile però più laterale) proseguendo nei cambi di luce e di scenografia (il freddo tribunale e l’ancor più glaciale patibolo), senza dimenticare che la figura del reietto è veramente riuscita in ogni sfaccettatura, dall’aura enigmatica penetrata dal bizzarro avvocato doppelgänger, a quella di santificazione o inimicazione  come risultato dei sempre troppo sommari processi popolari.
In una parola, ottimo. Sul serio.

Voto 9   

SHAKING TOKYO

Per Bong Tokyo è solitudine, e lo sottolinea cucendo il suo segmento intorno ad un hikikomori, personaggio reale della società giapponese che potremmo tradurre come misantropo affetto da depressione e disprezzo verso tutto ciò che sta al di là dell’uscio casalingo. Non è un caso se questo tema sia stato affrontato dall’unico regista dagli occhi a mandorla del trio poiché il cinema orientale ha spessissimo raccontato di uomini e donne dalla solitaria esistenza, e Bong prosegue su un tracciato battuto già da altri (Kim, Tsai, Kitano, Park, ecc.) in cui il lirismo più o meno esibito primeggia, certo è che l’autore coreano lo fa con grande personalità riuscendo a dirigersi in zone innovative in cui spicca il montaggio iniziale dove il protagonista entra magicamente ad ogni cambio inquadratura sul bordo schermo.
A mio modo di vedere, però, è questo il segmento più debole di Tokyo! proprio perché della suddetta città non riporta granché costituendosi quasi in un lavoro asettico che poteva essere ambientato in qualunque altro luogo. Sottolineo quasi, perché in realtà un forte aggancio alla capitale c’è, ed è quel quid pluris che trasporta l'episodio nell’abbondante sufficienza, d’altronde l’idea che all’origine dei terremoti, come tutti sanno la piaga più devastante del Giappone, vi sia l’incontro tra due persone sole, vale il prezzo del biglietto.    

Voto 6.5

Se la matematica non è un’opinione, e se la mia calcolatrice non ha disimparato tale scienza, la media voto si attesta su un più che buono 7.6 periodico. Ma a prescindere dai numeri che non ho mai amato dare, questi tre film così eterogenei non trovano unificazione soltanto nel tema principale, bensì in qualcosa di più importante che val la pena ricordare: il grande cinema.

domenica 8 aprile 2012

Karen Cries on the Bus

Karen piange sopra un bus, e il film del colombiano Gabriel Rojas Vera inizia così.
Tale pianto cola sulle guance di una donna che ha, ovviamente, problemi di cuore poiché dopo un tot anni di matrimonio si accorge che l’uomo al suo fianco, un uomo di affari ricco fuori ma povero dentro (snobba il teatro), non fa più per lei. Ma lei, fino a quel momento mantenuta malinconica, si trova allo sbando senza un lavoro e senza sapere fare un’acca di niente nella vita.

Presentato al sessantunesimo Festival berlinese, Karen llora en un bus (2011) è un esordio cinematografico piccolo piccolo, di semplicità sottile e agevole comprensione.
Non fastidioso come può essere un certo cinema sentimental-esibizionista, e nemmeno vacuo (pregno, neppure), soltanto solare, nessuna zona d’ombra che permetta di scovare (s)vi(n)coli interpretativi, la strada principale è una e basta: la storia di una donna che si emancipa, nient’altro.
Poco non è, ma la declinazione dell’argomento data dal regista Rojas Vera è ad alto tasso di intelligibilità e lo schermo ingolfa ogni possibile spunto, anche perché la trama in sé non regala clamorosi colpi di scena e allora la mini-deriva personale di Karen diventa oltremodo immaginabile, perciò al vederla rubacchiare qualche mela o chiedere spiccioli ai passanti non si può che controbattere con un paio di sbadigli.

Interesse leggermente elevato se si considera la vicina di casa antitetica: libertina, sbarazzina, dal polso duro con gli uomini – ne colleziona in serie – ma fragile (sempre il polso… reciso) con se stessa. Non tanto interessante come singolo personaggio, piuttosto per il rapporto con la protagonista la quale compie il definitivo affrancamento da una realtà patriarcale (la madre che “tifa” per il marito) con il conoscimento di una realtà nuova (non priva di stenti) sancita da due fatti, un taglio di capelli e il pagamento del conto in un incontro con l’ormai ex compagno.
Epilogo che odora di fiabetta: Karen incontra uno scrittore teatrale e se ne vanno in Argentina tutti felici e contenti, tranne quella ragazza che alla fine piange sul bus, ma questo credo sia un altro film, speriamo un po’ più convincente.

giovedì 5 aprile 2012

Warriors of Love

- messaggio promozional-stahiano, se non ti interessa salta pure -

Simon Staho. Quando un nome (mi) dice tutto.
La comunità cinefila internettarola conosce, tra virgolette, questo giovane danese per quello che a mio avviso è un capolavoro degli anni zero, ovvero Daisy Diamond (2007). Un film che al sol pensiero (mi) scatena un pandemonio di glaciali sensazioni, una cosa che nella vita di uno spettatore non si vede di frequente, pellicola di puro, gigantesco, mastodontico Dramma, cinema che pur forgiandosi in un discorso meta non si arena nel suo pensarsi ma diventa opera multi-leggibile mantenendo sempre come bussola interna il tracollo annichilente della sua protagonista.
Ma Staho non si è limitato a DD e in coppia con lo sceneggiatore Asmussen ha inciso il suo nome nel cinema contemporaneo attraverso un lavoro di ricerca che da una parte ripesca nel classico danese (Dreyer) e dall’altra innova con un modus operandi che si r-innova di film in film.
Ma queste sono soltanto elucubrazioni di un Ereserhead qualunque perché in realtà i film di Staho non hanno quasi mai partecipato a Festival importanti, morale: al di fuori dei paesi scandinavi non se lo sono cagato granché, quindi, se potete, recuperatelo che le sue produzioni fanno del bene a tutti gli organi impegnati nella visione di un film.

 - fine messaggio –

Eppure il sermone pro-Staho se applicato a Kärlekens krigare (2009) potrebbe apparire quasi esagerato. Infatti il film in questione è un concentrato di minimalismo moderno impresso di sottrazione: solo due attrici in scena, musiche latitanti, dialoghi rare(/arte)fatti, trama pressoché inesistente. Sappiamo però che nel cinema ad un’apparente semplicità può corrispondere una concreta complessità, e, giusto per dire, basta avere l’occhio un po’ allenato per capire che Staho ha svolto uno studio preparatorio non da poco in merito alle inquadrature. D’altronde il regista sa come fare cinema e l’aspetto non sorprende più di tanto, di certo però ci troviamo di fronte ad un’opera diversa da quelle che l’hanno preceduta con le quali però condivide dei punti in comune: soprattutto con il corto Nu (2003) per il b/n e per il legame omosessuale, ma anche in quell’impostazione visiva che fa della frontalità la sua benzina; l’arte di Staho è decisamente frontale, il suo riprendere le cose “che ha di fronte” ha partorito due film sulla carta molto azzardati come Dag och natt (2004) e Bang Bang Orangutang (2005) che si sono rivelati poi esemplari di cinema a dir poco strepitosi. 

In questo film, come sottolineato, abbiamo tali affinità (tra l’altro un bianco e nero del genere non lo si vedeva da un bel po’), ma allo stesso tempo si ravvisa un  netto distacco dell’autore rispetto al suo passato registico. Con Warriors of Love Staho entra di fatto a piedi uniti nel cosiddetto CCC (Contemporary Contemplative Cinema), ed è un’entrata che porta inevitabilmente al disorientamento.
Avevamo ancora negli occhi un film come Heaven’s Heart (2008) tutto incapsulato attorno ad un tavolo da pranzo e tutto giocato sul botta e risposta, qui di contro l’atmosfera è densa di silenzio e preme esclusivamente sulla mimica facciale delle due ragazze, in più, dopo che avviene il fattaccio, la mdp di Simon si incammina nella natura lavorando principalmente con la lunghezza di campo che rende le protagoniste due donne piccole, o due bambine, quali sono.

La commestibilità della pellicola è comunque ad appannaggio di palati fini, nello specifico è consigliata a spettatori che non si scoraggiano di fronte ad una dilatazione dei tempi filmici (gli stacchi vengono continuamente procrastinati, dall’immagine di una rampa di scale deserta al primo piano muto tenuto a fuoco anche per un minuto), e che, aspetto primario, non danno peso realistico alla psicologia dei rapporti sentimentali. Ida e Karin più che due innamorate si rivelano icone dell’Amore, portatrici di un sentimento puro e assurdo (come in fondo l’amore è), un’entità unica dalla doppia faccia: la bionda è una figura quasi cristologica che accetta le violenze subite dal padre senza portare rancore, la mora è la parte terrena che pianifica la vendetta con raggelante serenità.

Detto tra noi: è un film per pochi, un po’ per la sua veste estetica e un po’ per il modo di portare avanti le sue argomentazioni. I fan (?) di Staho avranno di che lambiccarsi il cervello, il loro beniamino si conferma un’interprete sgusciante, ma con un mirabile ancoraggio verso la settima arte, del cinema odierno.

mercoledì 4 aprile 2012

Meglio tardi che mai

Sentite questa che merita.
Nel 2006 un Tsai Ming-liang in stato di grazia (quando mai non lo è?!) firma un’opera smisurata come I Don't Want to Sleep Alone, passaggio a Venezia e poi via, lontano, lontanissimo dal Bel Paese. Almeno fino ad oggi. E sì perché a quanto dicono quelli di MYmovies (link) il film dovrebbe uscire nelle sale questo maggio. Le conferme latitano, la notizia messa così mi spacca in due: da un lato è forte il rammarico per una strategia distributiva che rasenta la follia: importare un film taiwanese vecchio di 6 anni, cristo santo perché?; dall’altro esulto forte perché potrebbe essere l’occasione giusta per ammirare sul grande schermo il lavoro di un regista immenso.
Qui i miei 2 cents sull’argomento.

lunedì 2 aprile 2012

Envy

Turchia anni ’30. Donna sposata ha una relazione fedifraga con un rampollo della cittadina, la brutta cognata viene a saperlo.

Parliamo di un film turco del 2009 diretto da Zeki Demirkubuz, regista con qualche trascorso importante (passaggio a Venezia nel ’97) che ha, per fortuna, un occhio di riguardo nei confronti del cinema che fa.
Un po’ lo si capisce dalla messa in scena e dal dosaggio delle luci, mentre l’altro po’ può essere ricondotto ad una sequenza interna a Kıskanmak, quella in cui Mükerrem assistendo alla proiezione di un film insieme ad altri compaesani, nel buio si fa toccare dal ragazzino con il quale aveva ballato qualche giorno prima; galeotta fu la sala, galeotto è il cinema.

Non ci troviamo di fronte ad una pellicola dalle grandi mistificazioni, tutt’altro: i concetti trattati sono proprio quelli base, sentimenti che stanno alle fondamenta di tutte le storie: passione, amore e gelosia, proprio quest’ultimo aspetto ha, nella sfaccettatura dell’invidia, l’onere di assumersi come titolo dell’opera. Si tratta di un’invidia multidirezionale ma che ha un’unica fonte: Seniha, la tetra protagonista. Già l’incipit ce la mostra in disparte durante il gran ballo, nel prosieguo della vicenda capiamo che questa sottile malevolenza mascherata senza buon esito è un peso che negli anni l’ha schiacciata, abbruttita, rabbuiata, e quindi il tradimento della cognata rappresenta l’occasione per riabilitarsi, per appaiare la sua posizione a quella di Mükerrem nel cuore del fratello.

Il regista dà il meglio di sé durante le riprese notturne in cui le due donne sembrano spiriti neri appartenenti all’oscurità. Buona l’idea di affidarsi alla parentesi ellittica (mostrata soltanto dopo) che cela il climax della storia.
In definitiva un film ordinario che non sconvolgerà la vostra visione – ammesso che lo vediate mai – ma nemmeno sottrarrà indebitamente il vostro tempo. Forse l’atmosfera d’epoca leggermente ingessata non permette quella catarsi emotiva che gli eventi sullo schermo potenzialmente avrebbero.
Da provare senza grandi aspettative.