domenica 11 marzo 2012

7 registi a Cuba

Sembra una barzelletta: un francese, un portoricano (naturalizzato spagnolo), uno spagnolo purosangue, un argentino stabilitosi oltralpe, un israeliano, un cubano e un altro argentino, tutti insieme appassionatamente a L’Avana.
Per fare che? Ma per girare un film, ovviamente! Il titolo è 7 días en La Habana, e si tratta di un'opera collettiva che, come è facile intuire, offre 7 ritratti della capitale di Cuba corrispondenti ai giorni della settimana.
I nomi coinvolti sono parecchio eterogenei, alcuni mezzi sconosciuti, altri più affermati; c’è Benicio Del Toro per la prima volta al di qua della mdp, il Laurent Cantet de La classe, il palindromo Medem (foto) e soprattutto il sempre caro Noé.

Qui il sito e qui un’intervista a Gaspar.

sabato 10 marzo 2012

The Castle of Purity

Un padre segrega in casa la propria moglie e i suoi tre figli.

Se dalla breve sinossi de El castillo de la pureza (1973) vi è venuta in mente un’opera significativamente attuale come Dogtooth (2009), beh, siete sulla strada giusta. Anche se non ho trovato conferme ufficiali, vari rumors sul web sostengono che Lanthimos si sia davvero ispirato a questo film messicano diretto dal prolifico Arturo Ripstein.
In effetti l’idea di base, un padre che rigetta il mondo esterno e recinta la vita dei suoi famigliari nell’ambiente casalingo, ricorda la produzione greca, ma direi che le assonanze non vanno oltre questo aspetto.
Qui siamo di fronte ad una relazione patriarcale a cui è assoggettata anche la moglie, lasciando perciò il solo padre alle prese con le sue fobie. Lungi da me voler confrontare due pellicole così lontane temporalmente, ma è opinione di chi scrive che questo film difetti nel coinvolgimento poiché delinea in modo netto le vittime, le quali, aspetto importantissimo, capiscono di essere tali. Se in Kynodontas l’educazione deformante aveva fatto sì che i figli divenissero inconsapevoli della loro condizione, i ragazzi di Ripstein cercano invece di reagire fin da subito, vogliono vedere cosa c’è al di là del portone, tentano di soverchiare l’autorità del padre, ed è emblematico che l’episodio incestuoso tra i due fratelli sia il risultato di una “rivolta” e non di un obbligo imposto dall’alto.

L’attore Claudio Brook non riesce a dare quella cattiveria giusta che occorrerebbe al suo ruolo, piuttosto è il regista a suggerircene il credo con la fabbricazione del veleno per topi, poi rivenduto all’esterno, che è figlia dell’opinione propria del mondo: uomini = ratti, e la sua casa che tenta di celare da ciò che è altro si rivela rapidamente un traballante castello di carte. Direi che il nocciolo della questione è racchiuso in questo concetto, ossia che la ricerca del candore e della purezza non può avvenire tramite divieti e prepotenze. Precipitato un po’ prevedibile a cui si affianca un gratuito accanimento maschilista fatto di tradimenti e accuse ingiuste ai danni dell’incolpevole moglie.

Ripstein, comunque, cerca svincoli d’autore con quella pioggia incessante e imperturbabile che precipita continuamente sul set e che non riesce a ripulire tutta la malvagità, anzi, alla fine, nella discreta conclusione giocata sul filo dell’equivoco, è la disperazione verso il genitore arrestato il sentimento più diffuso da parte della prole.

Al tempo, forse, un buon film, oggidì accusa i quasi quarant’anni sul groppone.

giovedì 8 marzo 2012

Children…

Brutto, bruttissimo segno quando il taccuino invisibile o visibile che accompagna, o almeno dovrebbe farlo, qualunque intrepido barra pseudo-wannabe critico cinematografico (here i am) durante la visione di un film resta vuoto. Il che non è per niente collegato all’equazione pochi appunti = prodotto scadente, assolutamente no perché di appunti sottolineati in rosso per un prodotto scadente ce ne sarebbero a iosa. Lo spazio bianco è allora sintomatico di una pellicola come quella di Lee Kyoo-man che non ha bisogno di esegesi, di sviscerazioni o faticosi sforzi interpretativi, A-i-deul... (2011) è una visione autoconclusiva che non necessita di appendici cogitate e riversate in parole; se tutti i film fossero così, i critici (quelli veri, ma anche quelli che lo fanno tanto per) non avrebbero lavoro (o non avrebbero un blog), questo perché Children… si palesa nella sua unità senza altarini da scoprire, senza alcunché da denunciare, senza matrici sociali rilevanti da rilevare. Troppo pericolosamente americano per essere sudcoreano.

L’esoscheletro da thriller che ricorda – purtroppo solo sulla carta – Memorie di un assassino (2003) è preso da un fatto di cronaca vera che riguarda 5 bambini scomparsi su un monte, ma se l’ipotesi di fondere due registri così lontani come la commedia e le procedure investigative non viene presa in considerazione, Lee opta per una regia routinaria senza piglio distinguibile, che se unita alla sceneggiatura sull’orlo del precipizio costringe lo spettatore a prendere le distanze da questo film.
Anzi, direi che proprio in fase di scrittura si toccano punti bassini per almeno tre motivi:

1) Tutta la prima parte con il professore universitario, nel bilancio finale risulta ininfluente, ok insinuare il possibile coinvolgimento di un padre delle vittime, e ok mostrare il brancolamento nel buio da parte delle autorità, ma a che pro? Sicuramente non del regista che dando priorità al crimine commesso non fornisce la mappa del tesoro preferendo invischiarsi in sospetti superflui.

2) Non è funzionale, poi, il lasso di tempo che intercorre tra un’indagine e l’altra. Non essendoci particolari indiziati la sensazione è che la ricerca arrivata ad un punto morto non abbia la forza per gettarsi in un twist conclusivo degno di questo nome, cosa che puntualmente accade e che mina le basi della valutazione: se un thriller non sorprende, non gabba, non gioca con lo spettatore, che gusto c’è nel vederlo?

3) Sul fatto che sia il capo poliziotto a confessare l’esistenza di un sospettato al produttore televisivo e che quest’ultimo riesca a smascherarlo (un tipo qualunque, non la polizia che lo aveva lì a portata di mano!) è meglio soprassedere, piuttosto pare a chi scrive un gesto scellerato quello di introdurre il villain al centesimo minuto dall’inizio e a trenta della fine. È un escamotage per uscire dalla stasi in cui si era incagliata l’opera, ma è anche un tiro scorretto che ferisce una narrazione tranquillamente annullabile da lì indietro. E no, il discorso della telefonata ripreso nel finale è troppo debole per incollare il puzzle.

Per la serie: anche in Corea del Sud ogni tanto un buco nell’acqua lo fanno.

martedì 6 marzo 2012

L'ultimo posto sulla Terra

PREFAZIONE (sull’essere martiri)

Mesto na zemle (2001) è un film che proviene da un altro mondo.
Introdurre un’opera del genere in maniera distaccata, senza lasciarsi prendere da celebrazioni figlie dell’emotività, è cosa difficile, perciò di fronte ad un esemplare di cinema così scomodo, così moribondo, così devastante, lascio la parola all’eloquenza dei fatti, e i fatti dicono che Artour Aristakisian, regista che annovera nel suo curriculum “solo” due opere, questa e Le palme delle mani (1994), per girare L’ultimo posto sulla Terra non solo ha messo in gioco la carriera, ma è andato oltre, perché istituendo lui stesso questa comunità di reietti nel ventre di Mosca e sovvenzionandola con i suoi denari, ha finito per diventare anch’egli un senzatetto, una lattina schiacciata tra la sporcizia urbana, un mendicante deforme all’angolo della strada. Sebbene non vi siano conferme dirette (a questo link possiamo vederlo perlomeno vivo vicino a Ghezzi), le voci consultabili su Internet dicono così, e l’idea aggrada molto perché al di là del possibile dispiacere per l’uomo-Artour, emerge sotto i nostri occhi il profilo di un martire moderno, di un’artista che ha sacrificato tutti i suoi averi, tutte le sue energie, in nome del cinema.RIVOLUZIONE! (sull’essere amati)

Mosca, anzi no, la Città è un corpo umano di cemento dove il cervello (ecco il Cremlino, laggiù sullo sfondo) incombe sugli altri organi; le strade sono arterie percorse da automobiline e persone in giacca e cravatta; il cuore non esiste, non è mai esistito e mai esisterà. Ma poco sotto, tra le tubature delle fogne, gli escrementi espulsi da questo fantoccio di smog e grigiore si aggregano, si passano calore, si donano l’un l’altro seguendo i dogmi di un Messia talmente terreno da far rabbrividire, un uomo che non è figlio di nessuno, che è disposto a immolarsi per il gruppo (il topo morto azzannato), e a immolare se stesso (l’auto-evirazione) per depauperare quei sentimenti che lo distraggono dal progetto, l’amore con la a minuscola non trova posto in una cloaca del genere. Quello maiuscolo è invece il collante che avvicina ogni esponente della comunità, non si ama per attrazione, ma si ama perché si deve, perché anche gli ultimi possono trovare una mano aperta ad incontrare la loro guancia, e non importa niente della razza, della provenienza (un cinese ermafrodito come simbolo di alterità) o del lerciume che inzacchera la pelle, davanti a sé hanno un essere umano, e ciò è più che sufficiente. L’Amore come arma rivoluzionaria: mentre fuori da quelle quattro mura intossicate da miasmi pestilenziali gli omuncoli da ufficio conducono la propria ordinaria esistenza, lì dentro tambureggia un micro-cataclisma sociale, uno sguardo di indifferenza verso l’esterno come se ottobre fosse diventato un mese lungo anni, una rivoluzione muta, disinteressata al potere, calibrata all’alienazione sentimentale, al tapparsi le orecchie e al chiudere gli occhi per sentirsi in paradiso.
Il cuore di Mosca della Civiltà si ritrova ad essere un pugnetto di ventricoli tutto atrofizzato e ammuffito, ma, in un modo o nell’altro, ancora vivo.TUMULAZIONE (sull’essere morti)

Fin da subito si è però pervasi dalla sensazione che l’esperimento di Aristakisian abbia un che di anacronistico. Una comunità hippie alle soglie del nuovo millennio non può funzionare, sul serio, agli occhi dei cittadini la loro condotta stinge di trasgressione: non è più controcultura ma allontanamento dalla realtà, arginamento della propria condizione di disadattati, elegia delle macerie di se stessi, rotolamento nel porcile esistenziale, letamaio calcificato nella melma, discarica per immondizia non riciclabile: non c’è alcuna possibilità di futuro, ed è facile intuirlo perché in un luogo dove gli adulti suggono il latte dalle coetanee e i neonati muoiono schiacciati da un gesto distratto, le parole di un Messia diventano le farneticazioni di un tipo qualunque che, forse, ha messo in piedi questo circo di freaks per mascherare il suo malessere affettivo.
E poi c’è Maria. La storpia, colei che è sintesi (“cercavo un posto dove potermi sentire accettata”) e al contempo distacco (non viene detto a chiare lettere, ma è probabile che il raid nasca da una sua “soffiata”), l’unica di cui sapremo il nome, la pellegrina con un’espressione quanto mai tangente all’idea di sofferenza. È lei che una volta giunta nella congrega diventa testimone degli eventi e del progressivo quanto inarrestabile deteriorarsi di una realtà deteriorata in partenza, e nell’istante dopo la tempesta (una madre disposta ad uccidere la figlia pur di non consegnarla alle autorità) la vediamo sbucare da una voragine nella strada, il viso martoriato, trasfigurato, inenarrabile, le gambe che non la reggono; striscia come un verme lungo le scale mentre le persone passano accanto a lei indifferenti. Poi si alza, vacilla, le bende luride, le scarpe straziate. La fine.
POSTFAZIONE (sull’essenza)

Mesto na zemle è un film che proviene da un altro mondo perché va oltre le coordinate che solitamente guidano l’occhio, la mente e le emozioni di uno spettatore. È una pellicola ammutolente che rende futile ogni protesi interpretativa (compresa questa), e apre porte su quell’infinità nella quale è collocata la banale finità dell’Uomo. Capire che cosa è è troppo, comprendere cosa non è è il massimo che si possa fare, e quindi: non è un film accuratamente geografico: certo c’è la Russia che fa da sfondo, ma come spesso accade in opere così fatte gli interessi sociologici vengono pian piano soppiantati da quelli ontologici (per non dire cosmologici) e così una catapecchia piena di barboni può tradurre la totalità del Mondo; e non è nemmeno geometrico: la forma è deformata, anticipa, espone, ripropone, si interessa a diramazioni ulteriori come il segmento sconvolgente del cinese e la stracciona che rappresenta, lo dico senza la minima esitazione, il momento di cinema più disperato che abbia mai visto; e infine non è catalogabile temporalmente: perché il bianco e nero e le facce degli attori lo rendono un lungometraggio a prescindere dall’oggi, un film di fuliggine che ritrae un Medioevo moderno, un’epoca talmente buia dove nemmeno l’amore potrà salvarci.

domenica 4 marzo 2012

Toto le héros - Un eroe di fine millennio

Nel 1991 Jaco Van Dormael interra quei semi che germoglieranno nell’immaginifico labirinto di Mr. Nobody, film che alla seconda visione ne obbliga il recupero senza se e senza ma.
Toto le héros, tra l’altro un esordio, tra l’altro notevolissimo, annovera infatti una consistente quantità di similitudini con la pellicola del 2009. Questo aspetto è già un sintomo della precipua autorialità del belga: non una ripetizione di stile e contenuti, ma nell’ottica artistica, decisamente più interessante ai fini del giudizio, un discorso che acquista fluidità e crescita attraverso filigrane auree che collegano due film distanti venti anni e che a loro volta si evolvono in un dedalo straripante di cose, tutte straordinariamente belle.

E bello lo è davvero rivedere in questo film le medesime rotte del Signor Nessuno: anche qui abbiamo un impianto fondato sul ricordo, e anche qui la memoria che se ne va all’indietro è quella di un uomo giunto alla fine del suo percorso, un vecchio, il cui sforzo di analessi si addentra fino al principio, all’origine di tutto: la nascita, e dall’inizio, grazie al cinema, inizia a ri-vivere.
Ma come era lecito attendersi lo sciame narrativo non è per nulla compatto né direzionato, anzi ama infrattarsi negli intercapedini del passato sbalzando da un’epoca all’altra, mostrando il presente, il passato prossimo e quello remoto a cui corrispondono le relative stagioni esistenziali di Thomas.
Eppure, nonostante le tematiche siano vicine all’esondazione e aumentino inevitabilmente i processi cognitivi dello spettatore, c’è una Stella Polare che orienta il cammino sia del protagonista che del film tout court, e questa coordinata basilare non è altro che l’amore.
Di nuovo, il legame sentimentale che in apparenza si recide più e più volte, ma che nella pratica si fortifica col passare del tempo, unisce due fratelli che fratelli non sono. Gli odori incestuosi, ammesso che qualcuno possa avvertirli, sono totalmente assorbiti dalla consapevolezza di Van Dormael che scandagliando i viottoli dell’innocenza cava fuori una tenerezza capace di ripercuotersi anche quando Thomas diverrà adulto, invecchiato ma sempre innamorato.

All’eros e agli svariati accadimenti all’interno del film, si aggancia quello che con ogni probabilità è l’argomento principe di tutta l’opera: l’identità. Thomas come Nemo è uno e tanti, l’azione simmetrica interseca e sovrappone le vite di due bambini/uomini che nonostante le sottolineate divergenze aderiscono l’una sull’altra con sorprendente puntualità. Ma la lettura non è così immediata perché Van Dormael permette al suo personaggio di immaginarsi un’esistenza ulteriore che se ne sta un po’ di là (nello scenario hard-boiled) e un po’ di qua (lo sfondamento della barriera tra sogno e realtà verso la conclusione). Il mix temporale unito alla riplasmante personalità di Thomas donano al film la possibilità di un percorrimento continuo, visivo e concettuale, che non conosce esaurimento.
E, giusto per far evadere qualche suggestione personale, ho ri-visto in Toto alcuni lampi di Nobody: la voce infantile che narra, un cadavere sul tavolo autoptico, un’apnea nella vasca da bagno, treni che sfrecciano, ceneri sparse, una risatina beffarda, e chissà quant’altre epifanie non registrate data la natura dirompente del film.

Ma strutturare una recensione elencando soltanto somiglianze vere o presunte fra due lungometraggi non rende i meriti di una pellicola che, come nel nostro caso, è cresciuta alla grande (forse ringiovanendo?) senza mostrare il benché minimo cedimento, e tale freschezza intonsa si deve ad una vitalità globale (vale davvero per tutto: dalla sceneggiatura alla regia passando per gli attori) che in qualche modo conforta per l’incredibile potenza che il Cinema possiede quando esce allo scoperto, e non sono soltanto accenti deliziosi come la scena del camion o il finale attiguo alla commozione a placare la brama cinefila, c’è dell’altro, qualcosa che si infiltra sottopelle e una volta giunti ai titoli di coda ti lascia lì, imbambolato davanti allo schermo, con gli occhi sgranati e il cuore che, serenamente, riprende a battere.

venerdì 2 marzo 2012

Bunker Palace Hôtel

Un cielo così cupo come quello dei crediti iniziali, direbbe qualcuno, non può schiarire senza una tempesta. Per di più a questi nuvoloni grigi si aggiungono rimbombi di spari, lontani non troppo, vicini più che mai. Parafrasare Shakespeare in rapporto ad un autore di nome Enki Bilal, che bazzica un campo poco conosciuto da questo blog, è un azzardo bello e proprio perché il regista in questione, essenzialmente un fumettista prestatosi di tanto in tanto alla settima arte, è, almeno in Italia, un perfetto signor nessuno, e al di là delle sue produzioni grafiche in cui non metto becco vista la mia aderente ignoranza, per il singolo giudizio di Bunker Palace Hôtel (1989) resta la convinzione che aver scomodato Sir William sia decisamente troppo.

Poiché il film è ambientato in un ipotetico futuro bagnato da piogge acide in cui i potenti del circondario si sono riuniti in un resort sotterraneo a prova di intruso (ma non troppo), il sesto senso di chi scrive aveva iniziato a dare segni di interesse dato il pressoché feticismo verso quelle ambientazioni post-qualunquecosa dove la razza umana scende al grado zero, e tutto diventa specchio futuribile della nostra società.
Mai fidarsi troppo del sesto senso però. È vero che la pellicola presa in esame ha richiami alla categoria sopraccitata, ma è ancora più vero che il grosso della storia, a parte l’incipit e l’excipit, è tutto concentrato all’interno dello strambo hotel, e quindi di visioni/situazioni annichilenti non vi è traccia.

Ovviamente, potrete obiettare, si vuole denunciare comunque una certa deriva umana che non sarà lesiva come quella di un post-nuke ma che comunque squaderna, o almeno tenta di farlo, una delle piaghe più putrescenti della nostra epoca, dicasi il potere. Ed è vero, si tratta quindi di un film che attraverso la sua intransigente asetticità (né il dove né il quando vengono detti) ci parla di politica(/i), di leader, di giochetti meschini, di nuovi corsi presumibilmente uguali ai precedenti. Bersaglio all’incirca colpito – c’è una certa attualità, non trovate? – ma certamente non cinematograficamente scolpito a causa della sua realizzazione che si contrassegna di due colpevoli squilibri.
Del tipo: se è vero che fuori le cose vanno così male, nelle riprese esterne non viene trasmesso un quid di dolore parificabile all’agiatezza della mansione segreta. Perciò la presenza di quegli uomini appare slegata a ciò che accade in superficie, e visto il grigiore della loro esistenza, anche la fruizione della vicenda si adegua a tale tono. Inoltre la “maschera cattiva” (Trintignant) supera per carisma e presenza scenica quella buona (Bouquet), la quale è anche oggetto di rapporti non limpidi con uno dei potenti e di un’entrata nel bunker che convince pochissimo, il che finisce per creare disinteresse verso l’eroina e le motivazioni per cui si è infiltrata là dentro.

Finale decisamente allegorico finanche surreale (quella specie di gigantesca trivella) che vuole cercare di chiudere il cerchio dopo aver tracciato sconclusionatamente più righe, sicché l’apparizione dell’attesissimo presidente non stupisce più di tanto, anche se almeno si riesce ad osservare un minimo di precipitato: la tempesta non è servita a molto, il cielo sarà sempre cupo.
E che Shakespeare mi perdoni.

giovedì 1 marzo 2012

son-dance

Il Festival di cinema indipendente per eccellenza partorisce un ennesimo e interessante pargoletto di nome Beasts of the Southern Wild. Racconta di una bambina che se ne va a zonzo per una terra abitata da creature preistoriche in cerca della madre perduta.
Detta così potrebbe sembrare una robetta fantasiosa, ma la pellicola è stata premiata dalla giuria per il miglior film drammatico in competizione.