mercoledì 26 luglio 2023

Jamilia

Il titolo si rifà all’omonima protagonista del libro Džamilja pubblicato nel 1958 per mano dell’autore kirghiso Čyngyz Ajtmatov e che nel 2017 è stato portato in Italia da Marcos y Marcos con il nome Melodia della terra. Giamilja. Questa donna dall’appellativo che muta di traslitterazione in traslitterazione rappresenta nella cultura popolare del Kirghizistan un simbolo di forza femminile, un esempio di tenacia e di opposizione contro i rigidi schemi tradizionali del Paese, un modello muliebre che preferisce seguire le leggi dell’affetto piuttosto che quelle sociali. Dal testo si passa alla realtà: la regista francese Aminatou Echard, dopo aver passato un certo periodo in Asia centrale, si concentra sulle donne kirghise di ogni ceto e di ogni età instaurando un rapporto concettuale tra di esse e l’eroina letteraria. Le opinioni e i punti di vista si susseguono, l’impressione generale è che chi più chi meno da quelle parti la vita di una figlia che diventa moglie che diventa madre è vissuta con una certa insoddisfazione proprio perché viene imposta dall’alto (i matrimoni combinati sembrano ancora “abbastanza” di moda) e perché ha un solo possibile sviluppo che è quello prestabilito dai genitori e, allargando la visuale, dalla società. Dire che il cinema entra nell’intimità delle persone è sempre un’affermazione forte, Djamilia (2018) non credo che ci riesca appieno, ma comunque ha il pregio di captare il soffio vitale (e quindi tutte le delusioni, le speranze e gli amori che transitano nel cuore) di esistenze talmente lontane da noi da fare il giro completo della Terra per ritrovarcele nelle confessioni delle nostre sorelle o delle nostre amiche. Per questo uno stolido qualunque potrebbe anche scartare il film affermando che dei problemi di tizie del Kirghizistan non gliene frega nulla, per questo risponderei che è proprio nella diversità che si possono vedere dei riflessi che ci accomunano e che in fondo fanno capire di quanto siamo tutti uguali.

Se pensate che l’impostazione sopra descritta si risolva in una normale indagine antropologica siete sulla strada sbagliata, il valore aggiunto dell’opera è dato dal suo aspetto formale. La Echard ha girato l’intero lavoro in Super 8 arrivando a comporre un’estetica dalla consistenza granulare, organica, dai colori saturati e impressionisti, una resa video che, con un ritmo rallentato, mantiene un sapore agée accentuato da un accostamento audio aggiunto successivamente in sala di montaggio (ciononostante in due frangenti assistiamo ad altrettante esibizioni canore che paiono in live). La patina esterna modellata dalla filmmaker transalpina è funzionale alla pellicola per calarsi, e calare chi guarda, in uno stato di leggera sospensione, come se le immagini sullo schermo non avessero tempo, o che, se ce l’avessero, non fossero anagraficamente confutabili. A contorno di ciò vengono inserite delle righe testuali (deduco prese dallo scritto originale. Preciso che io ho visto una registrazione del canale francese ARTE e tale testo era, appunto, in francese) e la ricorsiva scena di una ragazza dai capelli neri che cammina solitaria, nient’altro che la trasposizione filmica della Djamilia di Ajtmatov. Per il sottoscritto il documentario sarebbe potuto proseguire così fino alla fine, invece si decide di mettere in coda una voce che è davvero non allineata: anticipata da un significativo graffito sul muro, una bambina con la maglia rossa si racconta davanti alla mdp, ed il suo è un discorso di una verità e di una trasparenza che vola via dall’urgenza del Kirghizistan per espandersi nell’universalità, e, siccome è bello pensare che nel cinema esista una rete di invisibili nonché inconsapevoli connessioni, finisce per planare sulla medesima chiosa di Lettre d’un cinéaste à sa fille (2002): cosa vogliono le donne? La libertà.

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