
Pensiamo
al Paese di appartenenza, quell’enorme Brasile che da sempre è
scenario di non livellabili scalini sociali, e pensiamo all’anno di
produzione, il 2014, periodo in cui lì si svolsero i mondiali di
calcio poi vinti dalla Germania, quindi è inevitabile che O
porto si
poggi su un piedistallo a sua volta infilato nel terreno della
contemporaneità, tuttavia il lavoro breve firmato da ben otto mani e
presentato al Festival di Rotterdam ’14 non ha delle mire di
denuncia così lampanti, concentrandosi sulla e nella zona portuale
di Rio
de Janeiro le attenzioni vengono rivolte alle genericità
dell’ambiente, scorci metropolitani, immagini dell’acqua ferma tra le
banchine, ma anche edifici e cartoline notturne. Il prodotto avrebbe
le carte in regola per affidarsi esclusivamente alla pragmaticità
delle riprese, cosa che accade anche se Clarissa Campolina e soci
manipolano il girato con alcune saturazioni di luce che a tratti
diffondono una specie di nebbiolina in video, inoltre è presente una
massiccia sezione sonora che accompagna i fotogrammi, non sembra un
grande accoppiamento, vuoi per la qualità stessa delle musiche, vuoi
per la tendenza ad enfatizzare laddove non ce ne sarebbe bisogno.
Tra
un vedere non proprio appagante ed un sentire oltremodo respingente,
i registi piazzano due sequenze che manifestano un po’ le loro
intenzioni: la prima, presumibilmente effettuata all’interno di un
treno, passa in rassegna ad alta velocità le gigantesche navi da
crociera della Costa attraccate nel porto, il messaggio potrebbe
essere chiaro: dove sta andando il Brasile nella sua corsa sostenuta?
L’Ordem e Progresso
stampigliati sulla bandiera si riflettono realmente nella società di
oggi? Le risposte sono affidate ad un inaspettato controcampo
virtuale dove la città viene ricreata tridimensionalmente in un
progetto che appare molto più eco, smart, e via dicendo della
concreta situazione urbana. Senza dubbio è proprio pochino per poter
accendere l’interesse del fruitore, il disegno complessivo che ne
esce è spento e incapace di sfruttare le potenzialità di ciò che è
vero oltre l’obiettivo. Debole ed inessenziale, almeno agli occhi
di un europeo, O porto
si
accomiata salpando lentamente verso il mare, lo sguardo rimane però
puntato sul molo fino ai titoli di coda, conclusione “carina”, se
tanto vi basta.
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