martedì 14 gennaio 2020

Octopus

Dopo la prova sottotono di Keshinomi (2014) Isamu Hirabayashi prosegue il trend negativo con Okutopasu (2015), molto negativo: siamo in uno sgangherato studio di registrazione dove una troupe ancor più sgangherata sta cercando di girare uno spot pubblicitario, ma alla protagonista della réclame, una divetta con agente al seguito, viene servito come snack un polpo (soggetto del commercial) non commestibile che le farà venire il mal di pancia: boh.

La morale di questo cortometraggio esula da se stessa per renderci consapevoli di un fatto: Aramaki (2010), e se vogliamo essere buoni anche Soliton (2014), sono due mosche bianche in un percorso che prometteva qualcosa di meglio, ok che non si è visto tutto, ok che Hirabayashi si dimostra essere un tipo eclettico occupandosi anche di animazione per i più piccoli, però, ad oggi, quanto osservato non ha granché acceso l’entusiasmo del sottoscritto, e se vogliamo parlare di Octopus allora di benevolenza nei confronti del giapponese non ce n’è alcuna, mi è parso proprio un lavoro vuoto che vuole ricalcare un’impostazione quasi da sitcom senza riuscire né ad esservi fedele né a fargli il verso, le gag comiche sono scariche per non dire puerili, i personaggi di contorno o eccessivamente anonimi o ingiustificatamente sopra le righe (si veda il produttore che pare uscito da un film di Sono), la correlazione tra il prodotto commercializzato che è il medesimo elemento nocivo a danneggiare la performance dell’attrice non è particolarmente fruttuosa, non dice e non aggiunge niente alla piattezza del suo riscontro. Se ci fossero richiami culturali, citazioni cinefile o chealtroneso di non colto ne sarei felice perché almeno si darebbe un minimo di spessore in più ad un oltremodo dimenticabile Nulla, in caso contrario, un caso che profetizzo probabile, au revoir Isamu.

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