lunedì 31 agosto 2020

Moskva

D’istinto verrebbe voglia di mandare al diavolo Aleksandr Zeldovich, non tanto per la lunghezza di Moskva (2000) quanto perché all’interno di essa si diffonde inarrestabile un senso di inconcludenza che semina perplessità, troppo vacuo per poter lasciare un segno, strampalato sebbene non abbastanza per poter rendersi memorabile in tale direzione. Le impressioni a caldo prendono questa china e, se ciò ha un valore, anche leggendo due brevi commenti sul sito FilmTV.it (link) gli utenti non le hanno mandate a dire al regista russo: “un film noioso che mi ha comunicato una quasi insopportabile arroganza di pretendere di raccontare una città e Estenuante viaggio spesso di difficile interpretazione (se non altro perché ci si perde fra alcool vario e Storia poco entusiasmante oltre che pesante e lunga)”, difficile essere in disaccordo con le due citazioni se non che durante la visione quel minimo di esperienza cinefila in cui posso dilettarmi ha allertato le percezioni: è tutto vero, Zeldovich ha fatto un film pesante che si fa fatica a seguire visto lo scarso appeal, ma la domanda è: pesante per chi? In sincerità ritengo che la pesantezza in oggetto abbia una cifra differente a seconda del passaporto dello spettatore, la mia supposizione trova una piccola conferma nel pensiero di un altro utente, ’sta volta di IMDb (ri-link), il quale dice che “la maggior parte delle battute e delle situazioni potrebbero non essere capite da un pubblico non russo” e poi “i dialoghi sono brillanti ma non riesco ad immaginare come possano essere tradotti adeguatamente”. Sai che novità, penserete, però tacciare di bruttezza un’opera solo perché non la si comprende mi sembra un atto intellettualmente limitato, ribadisco: Moskva è ostico e nel suo vorticare a vuoto pare prendersi gioco di chi assiste, ma è altrettanto vero che Zeldovich sotto la cortina di nonsense ha delle cose da esprimere anche per noi europei, o forse soprattutto per noi europei.

Il film potrebbe anche essere un bizzarro preludio di Target (2011), il lavoro successivo focalizzato in egual modo su una Russia alle prese con l’alterità geografica circostante (e una miriade di altre robe, Mishen è un complesso massimalista come pochi altri nell’ultimo decennio), poiché Zeldovich, sempre accompagnato dalla penna di Vladimir Sorokin, allestisce a modo suo l’analisi di un Paese in transizione diviso tra il passato ed il futuro, non a caso l’incipit all’interno del club metaforizza la questione con la scelta su cosa la famiglia debba prendere da bere, se una vodka o una Coca-Cola, idem in un divertente regolamento di conti dove il pestaggio di un tizio nel magazzino di un supermercato viene punteggiato dagli stacchi della mdp su prodotti alimentari d’importazione come un panettone milanese. Dato l’anno di produzione è chiaro che nell’intento dell’autore l’idea di tradurre un paesaggio temporale così epocale fosse più di un cruccio, probabilmente una vera necessità in cui riversare lo smarrimento a scalare di una popolazione partendo dalla famiglia (non è proprio chiarissimo ma il nucleo consanguineo pare abbia qualche disfunzione relazionale) passando per la città (che in realtà vediamo solo una volta per bene, quando il socio di Mike porta la sorella inebetita sul battello) e giungendo alla Nazione.

Che ogni aspetto fili liscio non lo si può affermare a cuor leggero, a tratti il comportamento dei personaggi in scena tange l’irritazione al pari della sezione gangsteristica che ci arriva priva di fondamenta, ci sono intrallazzi, mafiosetti, soldi spariti e via dicendo, se sulla carta risulta interessante, assicuro che il correlato dispiegamento filmico così invischiato in una concertazione surreale non lo è affatto. Sorvolando sui suddetti passaggi (che occupano gran parte della pellicola), per dare a Zeldovich i suoi meriti si può dire che il finale possiede un discreto impatto visivo (finanche simbolico forse) che giustamente campeggia sulla locandina, e al coraggioso che mai arriverà fino in fondo chiedo di non fermarsi alla sterile diade noioso/non noioso, il metro di giudizio applicabile sonda altri termini di riferimento che probabilmente non conosciamo, superato lo smarrimento può essere una delle tante occasioni che il cinema russo mette a disposizione: accedere, seppur di sfuggita, nello sconfinato universo di uno Stato così vicino così lontano. Io non la ritengo una sciocchezza.

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