sabato 16 maggio 2020

DAU. Degeneration


IL PROGETTO DAU

C’è un folle che si aggira per la Russia, questo folle si chiama Ilya Khrzhanovskiy.
Tra il 2009 (ma alcuni siti riportano il 2008) ed il 2011 allestisce in Ucraina, presso la città di Charkiv, una gigantesca struttura che ricrea in maniera certosina un fantomatico Istituto sovietico (è la riproduzione di un centro di ricerca segreto ubicato a Mosca che fu attivo dal 1938 al 1968), in un’area di riprese da oltre dodicimila metri quadrati che pare si sia guadagnata la nomea di set più grande d’Europa (e si presume anche del mondo) dove, attraverso un poderoso sforzo produttivo tra Europa e Russia, ha costruito una specie di realtà parallela perfettamente abitabile, vivibile, si dice infatti che centinaia e centinaia di “attori”, divenuti tali poiché parte concreta del progetto ma entrati dentro ad esso come tecnici, scienziati, filosofi e via dicendo, abbiano vissuto per davvero all’interno di questa ciclopica Synecdoche, New York in salsa stalinista (e quindi abbiano indossato gli abiti d’epoca e mangiato e bevuto cibi di quel periodo) facendo sì che la distanza tra ciò che erano ed il ruolo che interpretavano si assottigliasse fino a svanire. Non è chiaro con quali modalità ma ci sono molti nomi di celebrità anche al di là dell’universo cinema che hanno fatto parte di DAU: Gerard Depardieu, Marina Abramović, Willem Dafoe, Charlotte Rampling, Brian Eno, perfino il nostro Carlo Rovelli che, insieme a Gianluigi Ricuperati (lo scrittore dall’esperienza ne ha tratto il romanzo Est edito da Tunué nel 2018), rappresenta la quota italica. Il titolo di questo esperimento cine-sociale prende il nome dal fisico Lev Davidovič Landau perché nell’idea iniziale Khrzhanovskiy voleva semplicemente (?) fare un biopic su di lui, ma il risultato che ne è conseguito parla di circa settecento ore complessive di girato tanto che sul sito ufficiale (link) si contano tredici film (ma sarà corretto definirli film?) che plausibilmente verranno pian piano resi disponibili. Facendo un passo indietro, il primo contatto tra DAU ed il resto del mondo avviene, dopo numerosi annunci e altrettante smentite, a Parigi il 24 gennaio 2019 con una mega video-installazione che coinvolge il Centro Pompidou insieme a due teatri parigini, qui Khrzhanovskiy proietta a ciclo continuo il suo ciclopico blob in un diorama sovietico che a sua volta rimanda a quello dell’Istituto, un articolo apparso sul Sole 24 ore ne parla come di un “flop colossale”. Un anno dopo le prime due parti di DAU vengono presentate a Berlino ’20. Qualunque cosa sia DAU, se un film, un’opera d’arte contemporanea o una mastodontica baggianata, sarà comunque una pietra angolare con cui si dovrà fare i conti, probabilmente la sfida cinefila più esaltante degli anni venti. 
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DAU. DEGENERATION
  
La storia si muove all’incirca un decennio dopo DAU. Natasha (2020), siamo nel 1968, anno in cui, nella nostra Storia, il centro di ricerca moscovita chiuderà i battenti, pertanto, fedele in modo maniacale alla sua ricostruzione, anche per l’Ilya Khrzhanovskiy di DAU. Degeneratsiya (2020) quell’anno è l’ultimo per l’Istituto e di riflesso per tutto lo strabordante mondo generato da DAU, ma prima di arrivare a questa apocalittica conclusione c’è molto da dire: non avendo altri appigli se non il precedente Natasha procediamo per comparazione: il primo dato è che formalmente siamo nello stesso registro, peccato: la speranza era che ci fosse una diversificazione tra un prodotto e l’altro, prendiamo nota ed eccoci ancora a fronteggiare un realismo (finto) grezzo fatto di camera in spalla e luci naturali (per la precisione nel campo ottico è stata adottata una vecchia tecnica denominata heliostat che attraverso una specie di gioco di specchi ha permesso di portare la luce in scena), attori non professionisti (evidenzio un aspetto che il sottoscritto ha capito successivamente leggendo vari articoli in Rete: gli studiosi presenti nel film durante il loro soggiorno nell’Istituto hanno portato avanti il loro lavoro come se fossero nella vita reale, anche senza mdp addosso, idem per le persone impiegate nella mensa, in cucina e così via che andavano lì per svolgere una mansione ottenuta dopo vari colloqui, questo è utile per capire fino a dove il progetto DAU si è spinto) e oceaniche conversazioni di gruppo (sembra incredibile ma pare che, ad esclusione di piccoli input forniti dal regista e dai suoi collaboratori, tutto il resto sia spontanea improvvisazione). Il lieve cambio strutturale è dato da un’ininfluente suddivisione in capitoli e da un riuscito commento esterno in inglese proferito dal rabbino Adin Steinsaltz che ci viene presentato ad inizio opera, ciò che inevitabilmente si amplifica è il comparto contenutistico, e non di poco, se Natasha si occupava di un tassello del mosacio, Degeneration è il mosaico stesso, o almeno una buona fetta di esso: con sei ore a disposizione si ha l’opportunità di provare a comprendere i contorni dell’immane disegno globale, la ragnatela di Khrzhanovskiy ci avvolge in spire seriche che spaziano in un tot di discipline, dalla filosofia alla teologia, dalla scienza (anche poco ortodossa) alla sociologia, dall’economia alla politica, una lunghissima lezione (tenuta da veri esperti del settore) a cui si affianca, esattamente come in Natasha, un’attenzione per le interconnesioni umane, con la differenza che qua non c’è più un solo personaggio al centro ma decine e decine le cui vicende vanno a intrecciarsi in un abnorme gomitolo che irreparabilmente ci travolgerà.

Vista la mostruosa mole di soggetti che popolano lo schermo val la pena mettere un po’ di ordine. La notizia riguarda la presenza di Landau, il grande fisico sovietico, colui che porta il nome della cattedrale filmica di Khrzhanovskiy, è qui un vecchietto infermo prossimo alla morte che non riesce nemmeno a parlare, in questi due primi episodi la sua figura non è affatto di rilievo, l’unica nota da rimarcare è la conoscenza che facciamo con la sua famiglia (moglie e figlio che torneranno in DAU. Nora Mother, 2020), di Natasha non vi è traccia (è sostituita da una donna di nome Vika che ha più di una cosa in comune con lei) mentre la collega Olga ricompare in un ruolo marginale dove dimostra di aver fatto carriera. La continuità dell’universo-DAU si manifesta nella riproposizione degli studiosi che operano nell’Istituto, ognuno con una propria linea narrativa, a volte appena abbozzata a volte più sviluppata, dove spiccano un appositamente invecchiato Alexei Blinov (era un ingegnere elettronico deceduto nel 2019 per un tumore al pancreas con una straordinaria faccia da cinema) e un equilibrato Dmitry Kaledin (matematico nato a Mosca nel ’69), il fatto che loro, al pari degli altri colleghi, ci siano trasmette un senso di fidelizzazione non troppo diverso dalla serialità che è in voga oggidì, ovviamente tale affermazione va presa con le pinze però è nel progressivo avvicendarsi di “facce conosciute” che si crea una sintonia nel marasma in cui volenti o nolenti precipitiamo. Ma il vero punto di incontro che come un magnete attira a sé qualunque cosa, sia fuori che dentro DAU, è Vladimir Azhippo, quest’uomo senza collo, inscatolato in una giacca doppiopetto con le spalline che gli dà un aspetto cubico, granitico, è il deus ex machina che domina l’apparato tensiogeno della pellicola. Ne avevamo già saggiato le qualità in Natasha, però qua il suo personaggio si evolve mettendo in mostra un carisma capace di accentrare l’attenzione su di sé in ogni frangente dove si palesa, ci saranno ancora vari interrogatori (o colloqui poco amichevoli) dove dietro l’apparente calma di Azhippo si percepisce il costante pericolo di un’esplosione violenta, è un “cattivo” atipico, ambiguo, spietato ma rispettabile, indubbiamente un ottimo risultato finzionale per Khrzhanovskiy che però ha avuto la fortuna di scolpire un blocco di marmo già dotato di una forma delineata, Azhippo è stato infatti un colonnello del KGB che per oltre vent’anni ha lavorato presso il Ministero dell’Interno ucraino occupandosi di carceri e prigionieri. È morto nel 2017 a causa di un infarto.

Ma perché “degeneration”? In italiano non abbiamo una parola che traduce adeguatamente il concetto poiché “degenerazione” non è di uso comune, si potrebbero usare dei sinonimi dall’ampio spettro semantico dove sono sicuro emergerebbe una tendenza a indicare qualcosa che si guasta, che si deprezza, che perde attributi, che marcisce. In Natasha avevo profetizzato che l’interrogatorio subito dalla donna era un singolo episodio che si rifaceva ad una realtà più grande ed estesa, Degeneratsiya ce ne dà la conferma. Il film è l’esemplificazione di un’opprimente macchina del controllo messa in atto dall’establishment dell’Istituto (che in siffatta ottica va considerata la miniatura di un intero sistema politico), l’occhio socialista arriva ovunque e penetra nelle relazioni personali e sentimentali, per esporre ciò Khrzhanovskiy si ripete e molto, ripete situazioni (quanti pranzi e quante cene vediamo che finiscono in baldoria alcolica?) e ripete le conseguenze (che sia Azhippo o che siano i due sgherri baffuti, chi per gli organi dell’Istituto sbaglia va rieducato con metodi nient’affatto formativi), se si è abbastanza stoici nel superare il congegno reiterativo si spalancheranno le porte di un’oppressione che non può fare a meno di essere reale, una strategia securitaria che non risparmia nessuno, nemmeno il direttore Alexey Trifonov il quale, pur non essendo un esempio di rettitudine, pronuncerà una frase che vale molto: “una persona affronta due tentazioni nella vita: il potere e la libertà. Io preferisco essere tentato dalla libertà”. Nel momento in cui Azhippo sale a capo dell’Istituto (si badi: un carceriere a capo di un laboratorio scientifico) la situazione, permettetemelo, degenera: in una delle assemblee che vengono mostrate si fa cenno ai disordini cecoslovacchi, è il 1968 e la Primavera di Praga è alle porte, il blocco sovietico è lì lì per subire un pericoloso scossone, però i segnali sono endemici, sono proprio dentro l’Istituto, si prendano i party con i giovani studenti con musiche e danze di stampo occidentale, si prenda, anche, il caos che a fine giornata sembra impossessare tutti come se fosse un virus. Il sistema non può accettarlo, soprattutto con Azhippo, impersonificazione di uno stato militare che abolisce la libertà. Ora Degeneration fa sul serio: è un processo che si prende le sue tempistiche, quasi non ci si fa caso ma c’è un istante chiave: quando gli imberbi ragazzini vengono allontanati, subito dopo arriva un gruppo di nerboruti sportivi oggetto di un non chiaro esperimento, questi ragazzi sembrano i giovinetti di prima ma cresciuti e rieducati secondo il volere delle alte sfere. L’esperimento nei loro riguardi resterà nebuloso, ma il progetto di Azhippo, al contrario, si manifesterà in maniera brutale: per frenare il degrado attorniante ci vuole una dimostrazione di forza spietata.

Mettendo, ancora, a confronto Natasha e Degeneration si può dire che nel primo l’escalation di violenza non aveva una forza così impattante, basta avere un minimo di esperienza cinefila per poter proferire “ho visto cose che voi umani...”, nel secondo, be’, è decisamente più difficile liquidare la faccenda ricorrendo al tema del già visto. In D. c’è dietro una costruzione diegetica non paragonabile, la mole di informazioni e stimoli che riceviamo ci può far percorrere innumerevoli strade, non sono un fisico ma vedendo la distruzione conclusiva ho pensato alla parola entropia, non sono uno storico però nella devastazione dell’Istituto ci ho letto la fine dell’USSR, non sono nessuno però le modalità che ci fanno arrivare all’esplosione di disumanità terminale mi hanno fatto sentire qualcuno, un essere umano, appunto, che penso sia ciò a cui Khrzhanovskiy tendeva, un essere umano terrorizzato, e in questi termini perfino la tremenda uccisione di un maiale, una roba che raramente entra nel cinema autoriale (ricordo un precedente con Haneke e quello di una capra con Stathoulopoulos), ha una ragione d’essere, non tanto per l’esecuzione in sé (sicuramente deprecabile) quanto per il meccanismo che la sorregge, un vero e proprio manifesto programmatico che mette in soffocante relazione la realtà con la finzione, è vera la morte dell’animale, è vero lo sdegno dei testimoni, è vera la furia di chi affonda il coltellaccio (si tratta di Maxim Sergeyevich Martsinkevich, criminale neonazista, torturatore e fanatico anti-gay), è vera l’ideologia xenofoba che sta dietro alle domande dei facinorosi. Però, al contempo, niente è vero, e in una tale contraddizione portata avanti per sei ore e che nelle opere seguenti implementerà il bottino del minutaggio, in un tale labirinto concettuale-percettivo, in una tale cappa che spurga follia sia nel profilmico che fuori (pensate: anche la troupe indossava obbligatoriamente abiti d’epoca), io mi ci abbandono senza se e senza ma.

Adesso che Degeneration è finito e con lui anche DAU, perché le prossime visioni saranno per forza antecedenti agli avvenimenti ivi esposti, un turbinio di immagini mi invade: non ho fatto cenno agli esperimenti, si vedono scimmie dentro gabbie di plexiglass, pseudo-sciamani che intonano mantra ipnotici, neonati dentro tutine da sci-fi tarkovskijana, ancora immagini: la mummia-Landau dai capelli impagliati, il seno pieno e tondo della segretaria di Trifonov, il cardigan a rombi di Blinov, il vecchio Palych nudo, degli alunni che cantano una canzone, il gruppetto di fascisti che ricanterà la stessa canzone, tre maiali che vagano in un corridoio deserto... si è sempre detto che con l’affermarsi del cinema contemplativo uno degli effetti da esso derivanti è l’immersione all’interno del girato, il cinema di Khrzhanovskiy si trova all’opposto di qualunque approccio meditativo, eppure la sensazione di apnea non viene meno, nonostante la megalomania che sottende l’intero progetto, nonostante un’ostentata politica esibizionistica, nonostante l’assenza di spunti tecnici e sintattici di rilievo, con la finestra Degeneratsiya abbiamo osservato meglio il mostro-DAU, l’orizzonte è ancora lontano, l’abisso è di una seducente paura.

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