lunedì 30 luglio 2018

Phantasiesätze

Ho visto Phantasiesätze (2017) una volta, poi un’altra, dopodiché, come di consueto, mi sono messo a cercare qualche informazione nel Web, su IMDb una sinossi (a quanto si legge firmata proprio da Dane Komljen in persona, link) racconta di un’epidemia e di città trasformate da essa, altrove si citano Walter Benjamin e Černobyl, in una pagina di MUBI (altro link) è di nuovo lo stesso Komljen ad introdurre la sua opera riferendosi ad un gioco di parole chiamato, appunto, “Fantasy Sentences”, infine ho riaperto il file video e ho skippato in avanti per poi tornare indietro, più volte, in un rimpallo illogico, cieco, assetato. Anche così, nell’apparente incomprensibilità, si consuma una visione piena, per niente frontale, ma vibrante, oltre il visibile. Non c’è di che stupirsi, Komljen aveva già dimostrato di possedere una valida idea di cinema con All the Cities of the North (2016) ed il corto successivo, che a tratti pare esserne una ramificazione, prosegue nella medesima scia fatta di un metodo documentaristico aperto a suggestioni che, letteralmente, lo rivoltano, qui ad esempio si affaccia l’impressione che l’evento principe, il centro oscuro di tutto, non venga mostrato, tra il passato ed il futuro sussiste uno scarto dato dalle immagini, prima c’è l’uomo, dopo non c’è più. L’omissione è un fantasma che brancola tra le fronde degli alberi, una nuova forma assunta dalle memorie perdute.

Strutturalmente Phantasiesätze ha una configurazione che vuole suggerirci qualcosa: da una voce archeospaziale che descrive la mutazione di un uomo in una bestia si genera un flusso di filmati casalinghi che inizialmente non ha alcun audio, l’inserimento di una pista sonora avviene quando ci si sposta nel territorio boschivo dedito a spensierati picnic e bagni nel lago, l’estromissione dell’essere umano aumenta i decibel: si alza il vento, comincia a piovere, il film si adombra e senza che il sottoscritto riesca a spiegarne il motivo una minaccia monta lentamente, verso gli otto minuti scorgiamo il primo edificio abbandonato, a otto e cinquantadue lo strappo totale: dalla bassa qualità all’alta definizione del digitale, un gatto si lava le orecchie (è lo stesso che abbiamo visto prima?... cos’è prima?) e la sottile angoscia prende piede per mezzo di un accompagnamento musicale che va in crescendo, una potentissima distorsione elettrica intensifica lo spaesamento visivo: davvero, ancora una volta, grazie a dio: cosa e/o chi stiamo guardando? Fino all’approdo nel quadro nero, meta di una possibile transizione dall’essenza (la felicità, i figli, i padri, le madri) all’assenza (forse, lo scheletro di un grosso telo da proiezione ormai ridotto in brandelli). Dane Komljen è tassativamente da seguire.

Nessun commento:

Posta un commento