mercoledì 16 maggio 2018

The Role

Insieme a Konets veka (2001) Rol (2013) è l’unico film in tutta la carriera di Lopushansky a non occuparsi espressamente di Apocalisse & affini. Certo, quella che ad ora risulta essere l’ultima opera del regista russo ha in sé una cifra finale oltre che una carica (auto)distruttiva, ma è piuttosto circoscritta ad un singolo individuo, o meglio ad un singolo ruolo: quello dell’attore. Il lasciarci orfani delle migliori cartoline post-nuke che il cinema ha offerto dagli anni ’80 in poi è un duro colpo difficile da smaltire, in una realtà che tende spesso all’appiattimento assistere alle incandescenze ottiche di The Ugly Swans (2006) o ad un finale annichilente come quello di Dead Man’s Letters (1986) sono occasioni che onestamente si vorrebbe capitassero più spesso, ma Lopushansky per The Role ha deciso di virare altrove e non si può fare altro che prenderne atto. Già la scelta del bianco e nero, utilizzata nel lontano passato soltanto una volta con Solo (1980), ci pone su frequenze differenti che conducono nel centro pulsante del film: l’autore ‘sta volta costruisce una storia che riflette su di sé, la pellicola si trasforma in campo di studio meta con particolare attenzione sulla figura attoriale e sull’atto del recitare.

Inaspettatamente Rol diviene un forum in cui assistiamo ad una delle infinite esplorazioni della diatriba che sostanzia il cinema, l’idea di una realtà in antitesi alla finzione è un concetto che Lopushansky tenta di dinamitare per mezzo di un registro che non disdegna slanci quasi onirici, sospesi (ma mai del tutto) dalle logiche di una ferrea narrazione dal carattere eminentemente storico. Diciamo che le intenzioni del regista risultano valide e in grado di accendere l’interesse, ed anche se di indagini teoretiche sulla settima arte ne abbiamo già viste in quantità esorbitanti, la proposta di Lopushansky non è priva di fascino e forse di un significato nemmeno troppo velato che io stesso, piccolo e indifeso osservatore, ho maturato nel corso degli anni, il punto è che l’attorialità in sé, ovvero l’ostentazione di metodi e tecniche che ricreano una personalità fittizia, è una violenza al vero cinema il quale, al contrario, deve tendere il più possibile alla realtà, solo così si può andare incontro a qualcosa di vero, per tutto il resto ci sono le uscite settimanali in sala. E infatti si potrebbe vedere Nikolai come l’incarnazione della necessità di disintossicarsi dalla finzione, il suo desiderio è d’altronde quello di vestire i panni di un personaggio nel grande “teatro della vita” lasciando perdere le banali particine dello show plastificato. Il movimento di Nikolai che voglio vedere come un pensiero più ampio abbracciato da Lopushansky stesso è certificato dal finale (questo in linea con l’estetica dell’autore) dove con la morte del protagonista anche il sipario si chiude, perché non c’è cinema senza vita.

Non è comunque un film facile Rol, al di là di un’innegabile profondità la visione di circa due ore deve fronteggiare un taglio formale che è sicuramente raffinato ma che non aggiunge niente al nostro bagaglio conoscitivo, l’impressione di una configurazione che si trattiene nella classicità (pur essendo retta da un substrato interrogante) non trasmette davvero nient’altro che non siano le proprie dispense teoriche, tanto che il diffondersi sottile di una qualche piccola carenza è ciò che ha toccato il sottoscritto una volta arrivati i titoli di coda.

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