venerdì 28 gennaio 2011

The Ugly Swans

Una città smarrita da qualche parte in Russia è tormentata da una pioggia torrenziale che non lascia tregua. Le autorità tengono sotto controllo, o forse è il contrario, una misteriosa banda di esseri incappucciati chiamati Aquatters che mirano a educare un gruppo di bambini prodigio. Lo scrittore Viktor Banev si inoltra fra gli enigmi del luogo per salvare la propria figlia…

Lopushansky firma The Ugly Swans (2006) all’età di 59 anni ritornando ai temi così cari abbandonati nel lontano ’89, data in cui girò Posetitel muzeya al quale l’inizio di questo film sembra strizzare l’occhio: un treno che avanza nella notte buia illuminata improvvisamente da fuochi sparsi nella campagna circostante. L’aggancio non solo con il film appena citato, ma anche con il resto della sua filmografia, è la costante rappresentazione di ambienti che sovrastano l’uomo obbligandolo ad un’esistenza ancora più misera di quanto gli toccherebbe. Più che di post-nuke per questo regista è lecito parlare di post-mankind poiché il suo obiettivo affonda il coltello sui residui di humanitas piuttosto che concentrarsi sugli aspetti fantascientifici.

Peccato che in Gadkie lebedi questo affondo non pare interessare troppo a Lopushansky che preferisce articolare l’opera su corposi dialoghi esplicativi in cui la sua regia si svaluta leggermente venendo intrappolata all’interno di ordinari campi/controcampi. Addendum negativo è quella classica sensazione di “giri a vuoto” che Viktor Banev suggerisce a causa di una preponderanza data ai fatti in superficie – gli Aquatters, i bambini, il clima – dai quali non si ricava niente che non viene già detto, piuttosto che la componente sottotestuale – la paura degli umani verso quegli strani esseri che sfocia in un massacro, la sottomissione dei bimbi di fronte a una forma di potere – da sempre il miglior combustibile per camminare nel film.

Certo certo, l’ambiente ricreato sul set è una goduria per gli occhi con quel costante e straniante alone rosso che aliena la cittadina. Esteticamente la pellicola viaggia che è un piacere e non riesco nemmeno a immaginare lo sforzo immane di recitare e riprendere tale atto sotto un diluvio che avrebbe fatto invidia a Noè, tanto che in una scena vediamo due attori pranzare in un ristorante completamente allagato (citazione a Dead Man’s Letters, 1986). Guai, poi, a dimenticare i costumi degli Aquatters fatti di un’inquietante semplicità e fortunatamente allontanati da un qualsiasi spiegazionismo, tuttavia da un regista al top della maturazione e con una formazione e un curriculum alle spalle di tutto rispetto credevo e speravo in un’opera migliore.

2 commenti:

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