domenica 1 novembre 2015

Peremirie

Con un curriculum impreziosito dalla collaborazione insieme a Sokurov per Arca russa (2002) e dal quale ha estratto il breve documentario Ostrova. Alexander Sokurov (2003), Svetlana Proskurina giunge al suo ottavo film con l’intenzione di inscenare un racconto di formazione al confine tra realtà e grottesco, perché Peremirie (2010) vorrebbe essere questo solo che più si va avanti nella proiezione e più i punti di domanda proliferano, si ingigantiscono, sbaragliano ogni minimo tentativo razionale di cucire i vari avvenimenti che capitano a Egor (è Ivan Dobronravov, protagonista de Il ritorno, 2003), tanto che la costruzione episodica della storia appare come il male incurabile della pellicola, e ciò lo si può evincere già dall’incipit in cui vengono illustrate situazioni poco influenti per il prosieguo (il fatto che l’amico perda il dito è dovuto probabilmente alla necessità che Egor compia il suo viaggio da solo, ma nella parte ambientata nell’ostello succedono altre cose che il sottoscritto ha trovato ampiamente superflue), e con il dispiegarsi della trama le digressioni non mancano: subito vediamo Egor gettarsi in un campo dove dei militari compiono delle esercitazioni, così, senza motivazioni, né prima del gesto né dopo; è solo l’inizio: giungendo in un paesino sconosciuto il film perde le coordinate per abbandonarsi ad un flusso irreale dove il ragazzo incontra persone a lui care dell’infanzia e dove la cifra aneddotica prende il sopravvento, viene smarrita la linea narrativa che si macchia di incomprensibili frettolosità (l’incontro con la ragazza scelta nella sauna), e si tentano passaggi arditi come quello della resurrezione che è sì intrigante ma troppo fine a se stesso, piazzato lì senza che venga ripreso dopo; e se in tale frangente mi si parla di una visione allegorica della vita/morte come passaggio ad un’età successiva ci posso anche credere a patto che dietro al prodotto vi sia un’idea commestibile, architettata, Pensata.

Grande rispetto e devozione nei confronti del cinema russo, però qui, almeno secondo chi scrive, si scade in un pasticciaccio da dimenticare seduta stante.

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