
Tratto
dal racconto breve La morte
dell’impiegato di Anton Čechov e
girato in una dismessa area industriale di Helwan, Ma
baad wadea hagar el asas l mashrou el hammam bel kilo 375
(2014), secondo cortometraggio del giovane regista egiziano classe
’88 Omar El Zohairy, sembra trarre ispirazione da quel cinema
d’autore europeo che fa capo a stoccatori professionisti come
Ulrich Seidl
e Roy Andersson, l’impostazione scenica è davvero simile: campi
totali (in questo caso il deserto) dove gli esseri umani sono ridotti
a misere formichine, camera fissa, dialoghi risicati e bislacchi,
utilizzando tali misure El
Zohairy compone un quadro che spicca per la sua cifra grottesca, del
resto che l’umorismo avesse un ruolo di primo piano lo si intendeva
già dal titolo, a che pro costruire una bagno pubblico nel bel mezzo
del nulla? Alla suddetta miccia narrativa si collega poi la traccia
portante che supera la chiave comica per sfociare nell’assurdo. Non
saprei dire se ci sia da effettuare una lettura dietro al piccolo
impiegato kafkiano che fa di tutto per scusarsi del suo starnuto di
fronte al boss (del tipo: la situazione in Egitto è la seguente, e
quindi chi “sta sotto” ha talmente paura di), plausibilmente
sarebbe un’azione doverosa da parte nostra, tuttavia il corto
funziona abbastanza bene anche così, senza avvertire l’obbligo di
scendere in profondità, le bizzarre azioni del protagonista calate
in un mondo altrettanto bizzarro si vivono con piacevole disimpegno.
Che
poi non è così bizzarro l’allestimento di El Zohairy, una più
giusta aggettivazione sarebbe desolato, sì è una realtà desolata
quella che vediamo sullo schermo, e perciò va premiata la scelta
della location, sia nelle ambientazioni esterne che interne, ambedue
al di là del minimale, spoglie, polverose, quasi post-apocalittiche,
e uno scenario del genere si riflette nell’umanità, ugualmente
grigia e anonima (gli abiti degli omini sono molto simili). In
generale mi sento di affermare che sarei ben disposto a vedere del
cinema proposto in una cornice dalle suddette caratteristiche, anche
se portata avanti da grammatiche conosciute, perché non sono mai entrato
in contatto con traiettorie autoriali provenienti dall’area araba e
quindi un minimo di attrazione ci sarebbe, se poi fosse proprio El
Zohairy a fare il primo passo ne sarei lieto (al tempo della
presentazione a Cannes di The
Aftermath...
diceva di essere al lavoro sul lungometraggio di debutto che poi è arrivato: Il capofamiglia, 2021), se ci si
focalizza sui dettagli ce ne sono almeno due che ne certificano la
voglia di suggerirci qualcosa oltre l’immagine, si noti il mare in
tv visto dalla coppia (trasposizione della loro vita monotona o
miraggio/sogno per un’evasione?) e il pesce troppo grande per una
boccia così piccola (parallelo di quanto accade lì intorno?).
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