Documentario di contemplazione ma non solo. Muñoz ed Herce instillano elementi che non mi sentirei di bollare come finzionali e che al contempo non possono rientrare nel registro del reale. La prima goccia che cade sul girato e che ritorna con discreta regolarità durante la proiezione riguarda l’innesto di un filo narrativo raccontato da una voce esterna che si annoda nel tempo, che si perde nella bruma del passato (ad un certo punto compaiono in serie delle affascinanti fotografie in bianco e nero) e che implementa una percepibile filigrana magica, poi ci sono degli accenni che si concentrano principalmente su un ragazzo figlio di un pescatore, la sua presenza sullo schermo segna il punto di massima incrinatura dell’apparato documentaristico perché è il protagonista di un’amicizia (o forse di qualcosa che lui vorrebbe andasse oltre) con una ragazza, l’unica donna in un mondo esclusivamente maschile, e tali maschi si manifestano in video nel loro guscio impenetrabile (perché uno riempie una carriola di sabbia per svuotarla poco più in là?) foriero di un mistero che è bene non venga inquinato così come l’essenza enigmatica che costituisce l’opera. Al di là della traccia ascetica si hanno dunque dei segnali da cogliere che per chi scrive non possono che essere arricchenti, e lo sono non tanto per arrivare ad una comprensione totalizzante quanto per ingemmare i recettori del sentire, per bersagliare di input l’ovulo della suggestione, il tutto accettando il compromesso di confrontarsi nel recinto meditativo in cui El mar nos mira de lejos è auto-asserragliato, chi non starà a queste condizioni non durerà nemmeno dieci minuti.
domenica 30 gennaio 2022
El mar nos mira de lejos
El mar
nos mira de lejos (2017), per
Manuel Muñoz Rivas “il mare ci guarda da lontano”, e ciò che
vede ce lo mostra questo regista nato a Siviglia che in realtà
regista non è, nel suo curriculum infatti prevale la professione di
montatore che gli ha permesso di collaborare con registi sulla carta
molto interessanti tra i quali spicca il nome di Mauro Herce, qui
sceneggiatore e direttore della fotografia, al pari di Muñoz Rivas
che dal canto suo montò al collega l’ottimo Dead Slow Ahead (2015). Ma torniamo al
mare: nello specifico del film è quello che si trova poco più in là
dello stretto di Gibilterra nei pressi di una località balneare
chiamata Matalascañas, meta vacanziera dell’autore stesso che ha
approfittato delle numerose visite per perlustrare i sabbiosi
dintorni ed entrare in contatto con i solitari esseri umani che li
abitano. Ne è uscito fuori un film di dune e salsedine con
un’impostazione visiva eccellente accentuata dal taglio
ostinatamente contemplativo voluto da Muñoz, c’è l’ambiente a
metà strada tra il desertico ed il lunare, c’è l’insistenza nel
soffermarsi sui paesaggi circostanti propria di un cinema che ama
connettere la natura con l’umanità, come se la prima fosse
l’incarnazione dell’altra o viceversa, come se l’eccezionalità
del luogo, isolato, a parte, trovasse concreto parallelo nei
residenti di quelle baracche sulla spiaggia, soli, ritirati, lontani.
Il nesso è inscindibile ed anche se la settima arte ci ha già fatto
vedere ritratti del genere con modalità di trasmissione
equiparabili, l’alta manifattura che sostanzia El mar nos
mira de lejos è una cura che
lenisce qualsivoglia impressione derivativa.
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