domenica 6 giugno 2021

How to Draw a Perfect Circle

È Marco Martins, nato a Lisbona nel 1972, una nuova scoperta (nuova per questo blog, si intende) del cinema portoghese dal curriculum non troppo consistente ma arricchito da collaborazioni di rilievo con esimi colleghi del calibro di João Canijo e Pedro Costa in Casa de Lava (1994) senza scordare la scrittura insieme a Tonino Guerra del cortometraggio Um Ano Mais Longo (2006). Como Desenhar um Círculo Perfeito (2009) arriva quattro anni dopo l’esordio nel lungo Alice (2005) e di primo acchito l’impressione è che Martins si sia preso un discreto rischio camminando su un filo del rasoio quanto mai sottile. Se infatti avessi letto la sinossi senza vedere l’effettivo espletamento per immagini: aiuto!, il concentrato di turbe sessuali e ammiccamenti verso una perversione sulla carta ruffiana mi avrebbero spinto lontano dalla visione, Martins però risulta piuttosto avveduto e debella le possibili furbizie con uno stile che, facendo un paragone lusitano, Salaviza riadatterà a modo suo (sebbene qui, comunque, la base finzionale è molto marcata), e quindi una presa sulla realtà (urbana, domestica) che non conosce trionfalismi, silenziosa e discreta, incupita da una palette di colori che ricorda le ombre (ma giusto quelle e basta) del già citato Costa.

Nel globale vige una sobrietà, un’asciuttezza, un fare morigerato o chiamatelo come vi pare, che, insieme al mood uggioso di cui è imbevuto ogni fotogramma riesce a tenere sì e no sotto controllo i potenziali scivoloni gratuiti. Perché se vogliamo parlare di cosa accade in How to Draw a Perfect Circle, ossia di una tensione erotica finanche incestuosa snocciolata attraverso avvenimenti non proprio di nobile rango (la scena maggiormente forzata rimane quella in cui Guilherme si masturba a fianco di Sofia), be’, ci sarebbe da obiettare parecchio, eppure, a prescindere dall’evidente esacerbazione, dal volere toccare a tutti i costi un tabù innominabile, non si pecca di troppa esibizione, e non dico che le cose fluiscano serene e naturali ma di sicuro, nell’area narrativa, si è visto di peggio. L’emblema di tale discorso è l’amplesso conclusivo, acme parossistico che farebbe impallidire anche il pubblico meno bigotto tradotto in un cinema ferino e senza ossigeno, appiccicato alla pelle rendendola indistinta, scosso da sussulti pelvici e bagnato di saliva adolescenziale, una sequenza che ha energia e che Kechiche penso apprezzerebbe.

Il regista imbastisce perciò una storia che tenta, a tratti disperatamente, di affrontare tematiche legate ai sentimenti in uno spettro ampio e affrancato da cliché, ci prova, sì, tuttavia il film è attirato da un magnete luttuoso che lo trasporta in zone distanti eoni da un briciolo di felicità. La plumbea città ripresa è lo specchio dell’esistenza condotta da Guilherme, un ragazzo, un figlio, pervaso di fremiti continuamente castrati da una contiguità con la morte, ci sono due momenti in cui è suo malgrado voyeur di due coiti riguardanti altrettanti oggetti amorosi (la sorella ed il padre), ebbene affiancati ad essi Martins piazza due bordate funebri (il rigido cadavere della nonna e quello fuori campo del vicino di sopra) che affinano il precipitato dell’opera e la correlata vibrazione verso una costante assoluta come la morte (e come l’amore che ne è l’equivalente rovesciato). Perché voler disegnare un cerchio perfetto allora? Per cercare un’agognata compiutezza che prescinda dal malessere e dalle complicazioni della vita, o piuttosto il prendere atto di una condizione che non ha uscita di sicurezza, un loop dove inizio e fine coincidono (il faro giallo del motorino nella notte = la circonferenza sul muro di una distrutta Sofia nel finale).

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