mercoledì 22 luglio 2009

Gli amanti

Evan Hunter
1965
Longanesi & C.; 414 p.



Non lo dissero l’uno all’altra finché non si furono incontrati quattro volte in tutto. Le telefonava spesso tra un incontro e l’altro, ma non ne parlarono se non in una fredda notte di dicembre. E allora, esausti, distesi a fianco a fianco nella camera, guardando la brace delle sigarette nel buio, ascoltando la musica della radio e l’urlo del vento, Larry disse soltanto: “Ti amo, Maggie.”
E lei rispose: “Ti amo.”
Avevano pronunciato quelle parole e non potevano più tornare indietro.

Così, assolutamente a brettio, sfilo Gli amanti da uno scaffale impolverato. Senza sapere niente della trama menchemeno di questo Evan Hunter (1926-2005) che scopro solo in seguito essere stato un prolifico romanziere americano nonché sceneggiatore cinematografico con Gli uccelli (1963) di Hitchcock e con altri film minori.
Il libro racconta la storia di Larry Cole, giovane architetto sposato con Eve e padre di due figli, che instaura una relazione extraconiugale con Margaret Gault, donna tanto bella quanto infelice che abita nel suo stesso quartiere residenziale, Pinecrest Manor, poco fuori New York. La passione travolge i due: avvicinandosi si allontanano dalla loro famiglia e abbandonandosi senza regole si ritrovano uniti in un precario equilibrio.

Ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la freschezza di alcuni dialoghi che pur essendo “vecchi” di cinquant’anni potrebbero essere traslati nei giorni nostri senza grosse differenze. Escludendo alcuni passaggi da romanzo Harmony (che poi non ho mai letto nulla dei tanto vituperati Harmony e magari sono anche belli), la storia coinvolge e appassiona perché risveglia la portinaia latente che è in noi, ma non c’è solo la curiosità di “spiare” un adulterio perché allora Gli amanti non si allontanerebbe troppo da un qualsiasi giornaletto di gossip, c’è soprattutto un’identificazione nel protagonista Larry, un’empatia letteraria che plasma nell’immaginazione un uomo indeciso, innamorato, apparentemente sicuro ma dentro fragile come un bambino. Una figura, questa, che è un po’ l’archetipo di tutti gli adulteri: legato al passato coniugale che però rinnega, e proiettato nel futuro, incerto, traballante, ma passionale. E Hunter tratteggia questa figura splendidamente.

Non manca un pizzico di prolissità nel descrivere personaggi secondari poco funzionali alla storia, l’occhio di bue è tutto per Maggie e Larry, il contorno non raggiunge lo stesso grado di tensione narrativa che scaturisce dal loro rapporto fedifrago, ma è pur vero che quando l’autore tira le fila della vicenda ai vari personaggi si riconosce una propria armonia nel (con)testo.
Toccante il finale catartico che crea a mio avviso un parallelo fra l’amore di Larry e la forza della natura, un turbine incontrollabile che lo farà precipitare nel vuoto.

Da questo romanzo è stato tratto il film Noi due sconosciuti (1960) con Kirk Douglas e Kim Novak.

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