domenica 29 giugno 2008

Denti

Farà parlare di sé il primo film di Mitchell Lichtenstein da noi in uscita a breve.
Senza troppi giri di parole: Dawn ha una vagina dentata.
Il regista poteva prendere due strade: quella più semplice della commedia alla Scary Movie (2000) con una strizzatina d’occhio ai prodotti della Troma tipo Killer Condom (1996), oppure quella più drammatica ma decisamente più impegnativa per essere resa credibile, dell’ horror truculento. Diciamo che Lichtenstein ha preso una strada intermedia. Se vi sono momenti “simpatici” non mancano scene gore ad alto tasso sanguinoso.Ovviamente l’immediata associazione che si fa sentendo parlare di vagine dentate e roba splatter partorisce l’immagine che vedete in fondo… sì sotto le gambe della ragazza c’è proprio quello a cui state pensando e come se non bastasse quel glande finisce giù per la gola di un cane.
Le vittime di Dawn sono tre, ma forse è meglio spiegare tutto.
Inizialmente la ragazza vive la sua verginità con estrema convinzione a tal punto da fare conferenze pro- castità. Poi conosce un ragazzo che sostanzialmente se la imbarca e riesce a portarla in una grotta su un lago dove la violenta, pessima idea perché il suo pisello finirà tra le chele di un granchio. La seconda vittima è un altro ragazzotto della scuola che fa il filo a Dawn senza grossi risultati, il tipo però è un furbetto e sfruttando un momento di debolezza della ragazza riesce a portarsela a casa e a farci l’amore. Apparentemente va tutto bene perché Dawn non è spaventata e quindi acquisisce la consapevolezza che i denti mordono in situazione di pericolo, purtroppo il ragazzo non è così scaltro e durante l’amplesso rivela a Dawn che aveva fatto una scommessa su di lei per riuscire a farsela… ZACK! Ora la giovane è anche in grado di poter usare il “morso” a proprio piacimento e così si vendica col suo fratellastro colpevole di non aver soccorso la loro madre in punto di morte. Dimenticavo, c’è anche un ginecologo che ci rimette quattro dita.

Molto non mi torna però.
Dubito che una ragazzina nel pieno dell’adolescenza e quindi nel pieno dell’esplosione ormonale non abbia mai scambiato due parole con delle amiche sull’argomento, ma a parte questo che ci può stare ai fini della vicenda, non mi è piaciuto per niente il cambio di atteggiamento da parte di Dawn. Prima è casta e pura, e poi, con addirittura la madre in punto di morte, si lascia trombare dal primo scemo che capita, sì ok la storia dell’ eroe mitologico a cui lei poteva credere ma non mi basta; per non parlare poi della vendetta contro il fratellastro, cioè nel giro di poco tempo è passata da timidi bacetti a rapporti quasi incestuosi, e la madre morta non è un pretesto valido per questo cambio di rotta.

Per chi si aspetta primi piani della vulva dentata rimarrà deluso, la mdp si concentra solo sulle espressioni di Dawn o delle sue vittime, ma avviso i maschietti che la visione di certe scene potrebbe provocare un brivido freddo lungo la vostra schiena.

sabato 28 giugno 2008

Il cinefilo

"Qual è il tuo sogno erotico?"
"La tipa con tre tette in Atto di forza!"

venerdì 27 giugno 2008

La casa del tappeto giallo

Un tappeto giallo arrotolato incombe nel soggiorno di Antonio e Franca. Il sonno di quest’ultima è agitato da antichi fantasmi che riemergono dal passato e che infastidiscono il marito. La cura per Franca decisa da Antonio è ai limiti della psichiatria, anzi decisamente oltre, la metodologia utilizzata dai sedicenti dottori è piuttosto discutibile ma indubbiamente efficace. Il professore si finge un’acquirente del tappeto che con fare ambiguo rinchiude Franca nella sua stessa casa, attuando una violenza psicologica che porterà la donna ad ucciderlo (ma in realtà il coltello è finto). Subito dopo entra in scena la moglie del professore (Milena Vukotic), che, sempre recitando una parte, fa crollare come un castello di carte le supposizioni fatte fino a quel momento sul marito. In realtà il professore è un ex paziente della Vukotic con la quale ha messo su una “squadra” specializzata nella risoluzione di traumi psicologici, essi sono stati assoldati da Antonio per liberare Carla dall’ombra del suo patrigno con il quale ha avuto dei rapporti incestuosi.

L’idea di fondo, che è tratta dalla pièce teatrale Teatro a domicilio di Aldo Selleri, è intrigante ma non è sorretta da una sceneggiatura adeguata. Ad esempio il dialogo finale tra il professore e la dottoressa è davvero ridicolo in quanto serve solo a spiegare dei punti oscuri allo spettatore nel procedimento della “terapia”, ma la forzatura è notevole in quanto i due sanno benissimo come è andata essendo stati loro i protagonisti della cura! Senza la loro presenza però il film scivolerebbe nella mediocrità, l’interpretazione di Milena Vukotic ma soprattutto di Erland Josephson sono magistrali, mentre quella della protagonista, Beatrice Romand, scricchiola palesemente.

Questo film di Lizzani non è malvagio, per un breve lasso di tempo riesce a disorientare lo spettatore sgretolando le certezze acquisite in seguito agli innumerevoli colpi di scena, ma l’effetto finisce nell’ultima mezz’ora in cui si capisce già tutto prima dello spiegone finale.
Forse chissà, da un remake con un budget un po’ più alto ne potrebbe uscire qualcosa di buono…

giovedì 26 giugno 2008

71 Fragments of a Chronology of Chance

E così, dopo Benny’s Video, sono a 2/3 della trilogia della glaciazione, ora mi manca solo The Seventh Continent (1989) che dubito riuscirò a trovare, ma pensavo la stessa cosa di questo e quindi non perdo la speranza.

71 frammenti di una cronologia del caso è indubbiamente un film complesso.
Che cosa ci ha voluto dire Haneke ?
Difficile dare una risposta precisa, come ogni suo film l’assimilazione dei contenuti non è cosa semplice né immediata. Partendo dalla fine si potrebbe dire che sia la cronistoria di un secondo di follia generato da una sequenza di azioni ordinarie. Ma prima della fine, attraverso un montaggio artificioso per certi versi simile a quello di alcuni film corali come America oggi (1993) o 21 grammi (2003), Haneke mette in scena l’indifferenza e la freddezza degli esseri umani. Come al solito non esiste alcun tipo di score, e l’obiettivo della mdp è il nostro occhio che spia la vita di alcuni viennesi dentro alle loro case, nell’intimità, mettendo a nudo le loro paure e dimostrando, a mio avviso, di quanto gli uomini siano soli.

E quindi ecco che l’anziano chiama in continuazione la figlia; il padre prega, e questa è una scena grandissima, il signore affinché vada tutto bene, ma la sua vita coniugale sta andando a rotoli ed in più sarà testimone dell’omicidio in banca; il bambino rumeno che ha viaggiato dentro ad un camion per arrivare in Austria viene adottato da una coppia che non è riuscita a legare con una bimba precedentemente accolta; il giovane studente che chiama ogni giorno i genitori viene ripreso duramente dal suo insegnante di ping-pong. Sono tutti soli.

Alla fine si tirano le somme dei possibili incroci che convergono all’interno della banca, luogo della strage che viene ripresa impietosamente dalle tv e trasmessa al tg tra la notizia di Michael Jackson accusato di pedofilia, e le ultime della guerra balcanica (siamo nel ’93).
E poi basta, schermo nero, fine dei frammenti.
I 71 frammenti a cui fa il riferimento il titolo credo che siano i continui stacchi che la mdp effettua per passare da un personaggio all’altro. Alla solita regia distaccata di Haneke questa volta vi si aggiunge una struttura circolare non particolarmente innovativa ma ben costruita e, pur restando rigida e asciutta, per certi versi intrigante.
A me è piaciuto un sacco, ma resta pur sempre Haneke: prendere o lasciare.

mercoledì 25 giugno 2008

In fuga

“Le fogne non sono poi così male.”

Ci credo che mio padre diceva così, lui c’era nato. Io invece sono cresciuto in una bella casetta, calda e accogliente, ricordo ancora bene i mobili bianchi della cucina, le pareti linde e quell’odore di menta che mi svegliava ogni mattina.
Nelle fogne è già tanto se ti alzi al mattino, devi sperare che qualcuno non ti abbia mangiato durante la notte, già perché io ci credo a quelle leggende metropolitane sui coccodrilli, una volta un mio amico ha visto un tizio che buttava un’anaconda giù per una tubatura. Io ho il terrore delle anaconde, mi hanno raccontato delle storie terribili, riescono a stritolare dei vitelli come se fossero grissini!
Ecco a pensare ai grissini mi è venuta fame, lo sapevo che dovevo portarmi qualcosa dietro, eh ma d’altronde ho fatto tutto così in fretta…saranno dispiaciuti della mia partenza, soprattutto la piccola Isabel, lei mi mancherà molto, mi mancherà tutta la mia vita precedente, però non potevo continuare così, anche papà prima di morire me lo ha detto :” Non si può stare in gabbia per sempre.”

Fantastico ho finito pure il rum, e stasera che cazzo bevo? Di tornare su non ne ho voglia, preferisco stare qui che essere additato dai bambini e schifato dagli adulti.
Non gli do torto, per carità, anche io se fossi dalla loro parte mi prenderei gioco di un barbone che vive sotto terra, ma non mi va, no. Stasera lo so come andrà a finire: piangerò fino ad addormentarmi, e poi domattina sul presto salirò sopra a prendere qualcosa da mangiare, e da bere cazzo, soprattutto da bere. Mio padre diceva sempre: “La peggiore disgrazia è sopravvivere ai propri figli”. Io non sono morto papà, almeno non ufficialmente. Chissà cosa stai facendo laggiù, mi manca la mia terra, mi manca il caldo e le mosche che si appiccicavano alla pelle per bere il tuo sudore. Mi manca il villaggio, mi manca tutto. Ero venuto in cerca di fortuna e sono finito in una fogna con i topi. Ecco, beati i topi, loro non ne avranno di questi problemi, quello lì piccolo e bianco per esempio chissà cosa sta pensando...

Chissà cosa sta pensando?

Se becco l’anaconda scappo a gambe levate.

martedì 24 giugno 2008

Magia nuda

Pessimo, come tutti i mondo-movie che finora ho visto.
Per chi non lo sapesse un mondo-movie è una specie di documentario in cui le immagini sono commentate da una voce narrante, la particolarità sta nel fatto che i temi trattati riguardano all’incirca sempre gli stessi argomenti: la morte, la violenza o il sesso. Questo genere nacque nel 1962 con Mondo cane di Jacopetti, costituito da una carellata di barbarie in giro per il globo (spesso false), negli anni successivi si è poi specializzato in temi specifici: Mondo Teeno (1967), Mondo Hollywood (1967) o Svezia, inferno e paradiso (1968).
Il titolo di questo pseudo-documentario riassume bene il proprio significato, si parla di riti e affini nelle tribù indigene del nostro pianeta; non so fino a che punto le riprese si possano considerare attendibili, comunque la mdp riprende impietosamente: uomini che soffiano all’interno della vagina di una vacca, bambini che sguazzano nell’urina della suddetta bestia; tartarughe che si accoppiano; bufali, giraffe ed elefanti uccisi e scotennati; una donna che allatta cuccioli di cane, una tribù che inala una sostanza inebriante; l’asportazione di un occhio ai danni di un pachiderma; una gallina decapitata; alcuni “interventi chirurgici” effettuati da presunti stregoni senza strumenti ma con l’uso delle mani.

Nell’ultima mezz’ora Magia nuda si occupa del sesso e si vede: un tentativo di “strappo genitale” ai danni di un bambino; un uomo che appoggia il suo pene sulla brace per essere più fertile; una specie di esorcismo in cui viene introdotto un corno all’interno della vagina di una posseduta mediante il quale vengono soffiati dei fumi dalle proprietà curative; una vecchia che passa un foglio del Corano sopra una coppia che fa sesso; un mega fallo di legno usato come dildo.
(alcune di queste scene sono state riprese tali e quali nell’ancor più violento e disgustoso Addio ultimo uomo, 1978)
Si è spettatori di tutto questo. E non mi piace (ma un po' mi piace).
Non mi piace perché l’unico scopo che i registi si prefiggevano con questi film era quello di scioccare il pubblico. La violenza è gratuita, al pari delle scene di sesso così vere che più vere non si può. L’apparente vestito “didattico” che si danno nasconde il più mero voyeurismo e una macabra curiosità che, per quanto mi riguarda, è difficile da tenere a bada.
Quindi pur riconoscendo l’inconsistenza e la vacuità dei mondo-movie ne guarderò ancora perché nella loro morbosità hanno un qualcosa di affascinante.

sabato 21 giugno 2008

Saffo e Priapo

Due ricche donne si abbandonano ai piaceri della carne sopra un divano, la cameriera le coglie sul fatto e viene punita dalle due con una dose di sculacciate,i lamenti di quest’ultima attirano l’attenzione di un pio abate che passava di lì. Il frate consola la donna con metodi poco ortodossi, una volta addormentatosi subisce però la vendetta della cameriera che gli infila un bel dildo nel deretano.

Erotismo d’annata per questo corto la cui realizzazione è attribuita a Gabriele d’Annunzio, anzi si dice che il frate sia impersonato dal poeta stesso.
Essendo un film muto ogni tanto compaiono delle didascalie che spiegano le scene: “Le tue labbra sono margini di una ferita ardente.” Oppure: “I tuoi seni sono due scudi dalle punte aguzze.” Ma anche: “La tua natura è un fiume di porpora colmo di miele.” Senza dimenticare: “ L’umida grotta marina ove si frange l’onda del piacere mio”. Che poesia!
Ricapitolando: c’è una scena lesbo, un accenno di “submission”, un rapporto tra un prete e una donna ed una penetrazione anale, il tutto in 12 minuti girati nel 1911… mica male vero?
Ancora un grazie a Trashopolis per la segnalazione.

venerdì 20 giugno 2008

I'm a Cyborg, But That's OK

Mai come questa volta sono con le spalle al muro. No, non c’è nessuno che vuole farmi il carretto, è che non so come classificare questo film: è una commedia? Fantascienza? Oppure è un film drammatico? Forse è tutto questo amalgamato, con l’aggiunta di un qualcosa che a visione ultimata mi sfugge. Stavolta Park Chan-wook mi ha tirato un brutto scherzo, dopo la trilogia della vendetta attendevo con impazienza di vedere questa sua ultima fatica, ma dopo quasi due ore sono rimasto un po’ deluso. Deluso e spaesato. Non sono riuscito a capire il senso, il messaggio; il regista non ha creato quel ponte che mi trascina nella storia rendendomi partecipe di quello che succede. Non mi ha coinvolto.

Peccato visto che le premesse c’erano tutte: una ragazza viene rinchiusa in un manicomio perché pensa di essere un cyborg, nella clinica incontra un giovane che crede, e fa credere, di poter rubare le qualità altrui. Così quest’ultimo aiuta il “cyborg” a riavvicinarsi al cibo, in quanto lei era convinta che gli alimenti potevano danneggiare i suoi circuiti, e fra i due nasce l’amore, o qualcosa di simile.
Gli altri pazienti del manicomio sono tutti divertentissimi, c’è un tizio che chiede sempre scusa e cammina all’indietro, c’è una grassona che mangia in continuazione, per non parlare dei dottori buffi e squinternati come i pazienti che hanno in cura. Ma ai fini della storia non hanno alcuna implicazione, la loro presenza è solo un contorno, divertente ma inutile.
Il passato dei due protagonisti non è spiegato in maniera limpida, lei ha una nonna che mangiava continuamente rafani (ho imparato oggi che cosa sono) e topi, per questo fu rinchiusa anche lei in un manicomio. La nonna però ha un ruolo importante nella vita della ragazza, grazie alla sua dentiera il “cyborg” riesce a comunicare con tutto ciò che possiede dei circuiti, ed inoltre è profeta sul suo futuro. Per quanto riguarda il ragazzo si sa che è stato abbandonato dalla madre e niente di più.

A ben vedere ci potrebbe essere un sotto-testo che riguarda l’anoressia, il “cyborg” non mangia perché non vuole rovinare i circuiti, e a costo di difendere i suoi ingranaggi rischia la vita, così come molte ragazze affette da disturbi alimentari, però è un argomento spinoso di cui so poco e quindi non mi addentro nella questione.
Resta il fatto però che Park Chan-wook sia un grande regista. E lo si capisce fin dai folli titoli iniziali. Ho notato che utilizza spesso gli specchi creando delle “contro-inquadrature”, in più riutilizza lo stesso elastico del suo episodio intitolato Cut nella serie Three… Extremes (2004), chi l’ha visto sa di cosa parlo. La scena cult, che probabilmente verrà ricordata a lungo, richiama timidamente alla violenza dei suoi precedenti film perché la protagonista, in un suo sogno, ormai completamente “ricaricata” fa una strage nel manicomio sterminando tutti i dottori grazie a dei cannoncini che compaiono in fondo alle dita. L’odio per i camici bianchi, così vengono chiamati, è alimentato dal sentimento di vendetta che la ragazza prova in seguito all’internamento della nonna. Ecco dunque che ritorna anche qui il tema della vendetta evidentemente molto caro al buon Park.

A chi si aspetta un seguito della "vendetta" rimarrà deluso, rimane però un’opera esteticamente pregevole con dei contenuti non facili da recepire.

giovedì 19 giugno 2008

L'Uno per l'Altra - Matite (prima parte)

Il quartiere a luci rosse pulsava come un cuore marcio nel centro della città. Costituito da vie strette come budelli, ritrovo per malfamati e speranza per gli illusi, decine di uomini in cerca di amore, o forse in cerca di se stessi, uscivano ed entravano dai vecchi palazzi fatiscenti dove l’odore di urina si mischiava a quello di sudore e incenso.
Uno si aggirava per questi vicoli spaventato ma allo stesso tempo eccitato, sentiva l’odore della carne straripare da fuori le finestre, se chiudeva gli occhi veniva rapito da un vortice di sensazioni. Dopo parecchio tempo percepiva la vita.
Ma per sentirsi davvero appagato doveva trovare assolutamente un’ombra.
Girando in tondo giunse davanti ad una piccolo portone su cui vi era una scritta scrostata dal tempo: Casa del coniglio bianco. Sulla soglia una giovane ragazza fumacchiava la sua multifilter.
Uno aggiustandosi il nodo della cravatta si schiarì la voce: “Mi perdoni signorina, vorrei sapere cosa accade in questa casa.”
“Prima cosa: non sono una signorina, al massimo signorino, chiamami Andrea, seconda cosa: bello qui dentro c’è il paese delle meraviglie, se vuoi farti un giro con me sono 50 testoni. Cash.”
“Io non saprei…sono felicemente sposato…”
“Senti tesoro non mi pigliare per il culo, non venirmi a raccontare le tue pippe mentali, se vuoi fottere sono 50 bigliettoni, attivo o passivo per me non c’è problema, se non ti va bene torna da quella fica secca di tua moglie.”
Uno si guardò intorno, poi mostrò ad Andrea il portafogli rigonfio e aggiunse: “Sei un’ombra?”
“Amore mio per quella cifra posso essere tutto quello che vuoi.” Spense la multifilter contro il muro e la ricacciò nel pacchetto.

mercoledì 18 giugno 2008

Hiroshima mon amour

Lui e lei a Nevers.
Lui e lei ad Hiroshima, quattordici anni dopo.

Si dice che chi è sopravvissuto all’esplosione atomica ne conservi un ricordo devastante, particolarmente legato all’innaturalità dell’evento: un’immensa luce di tipo mai visto ha rischiarato il cielo a molti chilometri di distanza e nel luogo dell’esplosione tutto è stato totalmente annientato come da una potenza estranea alla possibilità di comprensione razionale. Degli uomini bruciati dall’esplosione sono rimaste delle sagome annerite o addirittura soltanto impronte di forma umana nei muri.
Eppure, quattordici anni dopo, Hiroshima è ancora una città.
Lei arriva per girare un film, è francese con un passato burrascoso alle spalle.
Lui è un architetto giapponese, sposato, che ha visto l’orrore ed è entrato dentro di lui.
Non si sa come si conoscono, ma succede.
Potrebbe essere un rapporto occasionale, non è così. C’è molto di più. Per lei è come tornare indietro nel tempo, quando aveva vent’anni e incontrava di nascosto un soldato tedesco a Nevers. Saltando nel passato ha paura che tutto ciò riaccada nel presente, con lui, che non è più lui perché è stato assassinato, ma che è sempre lui. In qualche modo.

La sceneggiatura gioca con i flashback e i dialoghi che spesso si tramutano in monologhi. All’infuori dei due protagonisti non ci sono altri personaggi, e cavolo se sono bravi! Per certi versi la recitazione sembra teatrale, e le battute dei due sono così suggestive quasi a sfiorare la poesia.
Per noi spettatori del terzo millennio questo film ha “tempi” completamenti diversi, è come quando vidi Tempi moderni (1936) e dissi: ”non fa ridere per un cazzo.” Non avevo capito che a quel tempo la comicità era diversa dalla nostra. Tra il 1959, anno di produzione del film di Resnais, ed il 2008 ne sono state scritte pagine nei libri di storia, e l’idea dell’amore, del rapporto di coppia, ci è arrivato mutato rispetto a quello che si aveva nel dopoguerra, ma è fuor di dubbio che l’essenza di questi valori è un carattere universale che è e sempre sarà; basta vedere la reazione di lui all’abbordaggio di un tipo nei confronti di lei, o la paura della fine del rapporto, di essere abbandonati e dimenticati.

L’inizio e la fine sono le parti migliori del film. Nelle prime sequenze si sentono le voci della coppia fuori campo mentre vediamo alcune immagini del disastro atomico, nella parte centrale veniamo a conoscenza del passato di lei, della sua relazione col tedesco e tutto ciò che ne è conseguito.
Alla fine, entrambi sul letto, si chiedono i loro nomi. Lei rivolgendosi a lui lo chiama Hiroshima, e lui a sua volta Nevers. Perché anche lei aveva vissuto la disperazione, diversa da una bomba atomica, ma pur sempre di orrore si trattava, e le era entrato dentro.

martedì 17 giugno 2008

Tutto quello che avete sempre voluto sapere su Chun-Li,e non avete mai osato chiedere!

Del film non mi importa molto, già il primo adattamento cinematografico del videogioco aveva lasciato a desiderare (e ci credo c'era Van Damme).
Street fighter - The legend of Chun-Li ho idea che non sarà da meno.
Il fulcro del mio intervento riguarda la protagonista: Kristin Kreuk.
Io ero follemente innamorato di lei, o meglio del personaggio che interpretava in Smalville, a tal punto da scriverle una lettera, mai spedita, che conservo ancora dentro ad un libro decisamente impolverato.
Vabbè, aspettiamo il 2009 per questo piccolo capolavoro, grazie al quale, ne sono sicuro, il mio amore tra me e Kristin si rafforzerà. Sì, ne sono proprio sicuro.

lunedì 16 giugno 2008

Giorni e nuvole

Di solito mi occupo di altri generi, non so perché a dir la verità.
Forse provo una sottile soddisfazione nel vedere film poco conosciuti, inconsciamente spero di suscitare invidia nel lettore, e di creare quel meccanismo che magari ha portato me medesimo sulle tracce di una qualche pellicola sconosciuta. Ma a quale pro faccio tutto questo ancora non l’ho capito.

Se devo essere sincero non pensavo neanche di mettere Giorni e nuvole sul blog, troppo diverso dai miei canoni pensavo, neanche avessi una reputazione da difendere… in fondo l’unico motivo per cui mi ero promesso di visionarlo era l’ambientazione genovese, ovvero la mia città.
Invece no, ogni mio pregiudizio si è sgretolato durante le due ore di proiezione, e alla fine non potevo non scrivere qualcosa qua. Perché se solitamente prediligo storie di disperazione, orrore o sesso portate anche all’estremo, Giorni e nuvole racconta tutto questo in maniera semplice: la discesa inarrestabile di una persona, non ci sono effetti speciali, mostri o squartamenti, ma la pura realtà.

Soldini dipinge la parabola discendente di Michele (Antonio Albanese), un uomo che fino ad un attimo prima aveva tutto: soldi, una famiglia, una casa, un lavoro. E un attimo dopo non ha più niente. In questa sua caduta trascina anche la moglie Elsa, una splendida Margherita Buy, che paradossalmente in uno dei momenti più soddisfacenti della sua vita, la laurea, si trova a fare i conti con un marito disoccupato e una casa da vendere.
Il suo personaggio è davvero ben caratterizzato, inizialmente, a differenza di Michele, sembra reggere l’impatto emotivo della situazione, ma quando cede alle lusinghe del suo principale si capisce che anche lei ha raggiunto il culmine. Il tradimento non è dovuto ad una particolare attrazione fisica, ma è il risultato dello stress psicologico dovuto allo stravolgimento della sua vita.
Anche Michele è sicuramente un personaggio credibile, ma essendo Albanese conosciuto più per i suoi lavori da comico, ci si aspetta da lui una performance scanzonata come è nel suo stile. Non è così in realtà, il suo dramma, che purtroppo è quello di molte persone, si consuma con una velocità che ha dell’incredibile, da manager a pony-express, da pony-express a imbianchino, da imbianchino a disoccupato. Lentamente si ritrova isolato prima dai suoi ex colleghi ed amici, poi dalla sua stessa famiglia. E privo anche di una figura paterna, si ritrova completamente solo a lottare contro i suoi demoni. Io avrei cercato di accentuare di più lo stato di angoscia in cui precipita il protagonista, che si capisce, ma che non crea una solida empatia con lo spettatore.

Poi a fine visione ho pensato a due o tre cose: il film è ambientato nella città in cui sono nato, i problemi di Michele sono un po’ quelli di tutti che vi cercano. Molti colloqui, pacche sulla spalla, le faremo sapere, ecc. ecc. Soldini è stato molto attento sotto questo aspetto, ha traslato sullo schermo una situazione reale, e quando uno dei due operai dice pressappoco: “Luciano ha trovato lavoro al porto di Voltri, è un posto sicuro.” Per un attimo mi è venuto difficile distinguere la realtà dalla finzione, perché è così. Quindi un plauso al regista che non ha fatto muovere gli attori come dei burattini all’interno della città, ma ha reso Genova anch’essa protagonista, coinvolgendola nella storia.
Se Ziliani stilasse una pagella su di me direbbe: ricreduto, io dico: vedetevelo.

sabato 14 giugno 2008

Le implacabili lame di Rondine d'Oro

Si tratta qui della versione restaurata proposta al festival di Cannes 2002.
Titolo italiano più d’impatto rispetto all’originale (Come drink with me), si raccontano le gesta di Rondine d’Oro, esperta di arti marziali decisa a ritrovare suo fratello rapito dal cattivissimo Tigre Faccia di Giada (bianco in volto però!).

Se per l’America il genere western rappresenta la mitizzazione di una parte della sua storia, per il Giappone esistono migliaia di pellicole appartenenti all’inesauribile filone dei chambara movies, ovvero quei film caratterizzati da spettacolari combattimenti a colpi di spada, negli ultimi anni questo genere è stato aiutato dalla tecnologia regalando perle visive come La tigre e il dragone (2000) o La foresta dei pugnali volanti (2004).
Uscito nel 1966, Le implacabile lame di Rondine d’Oro è simbolo di un cinema orientale precursore di quello che tutti noi conosciamo. La trama è semplice e lineare, si intravede una ricerca per il gusto estetico soprattutto nei combattimenti, un po’ fasulli, ma pur sempre spettacolari. Inoltre non mancano morti violenti e qualche centilitro di sangue, una specie di “incubazione” della violenza (ma sempre di classe) che caratterizzerà alcuni film giapponesi del futuro.

A me non è piaciuto, ma questo giudizio è figlio dei miei gusti e delle mie tendenze (cinematografiche, of course), riconosco però un certo stile, asciutto e sofisticato nello stesso tempo, belli i campi lungi delle colline giapponesi o le riprese avvolgenti nella casa di Gatto Brillo, e, non da meno, la battaglia all’interno della locanda.
Oltre a questo, però, il peso degli anni si fa sentire, e vedere pugnali che sfrecciano emettere sibili cartooneschi, o osservare espressioni dei combattenti non proprio da Actor Studio fanno sorridere non poco.
Prima del canonico “the end” ho avuto un deja-vu, vedendo Rondine d’Oro allontanarsi col suo cavallo, mi è venuto in mente il finale di uno dei due Grindhouse, il fatto è che potrebbe essere realmente un omaggio in quanto si vocifera che Tarantino voglia fare un remake di questo film in lingua originale con i sottotitoli in inglese.

venerdì 13 giugno 2008

Il Palazzo - Sesto piano

La tavola vuota rappresentava per Antoine la negazione dell’arte. Dopo la morte di sua moglie non era più riuscito a disegnare niente, girava per la città in cerca d’ispirazione, mentre le fauci della tavola bianca lo attendevano nella sua a casa.
Una fredda mattina di Gennaio trovò vicino alle fogne una sirena che stava morendo.
I capelli lisci e neri che le incorniciavano il viso gli ricordarono quelli della sua amata moglie, decise di portarla a casa, e contemporaneamente rinacque in lui l’ispirazione.
La mise nella vasca da bagno, l’avrebbe ritratta così.
Più passava il tempo, però, e più la sirena soffriva, le squame della pinna ingiallivano, sul suo corpo cominciavano a comparire delle pustole ricolme di sangue e pus giallo. Il viso, così perfetto, si stava coprendo di bubboni verdognoli, pativa, ma non riuscendo a parlare chiedeva aiuto ad Antoine con l’unica cosa che le era rimasta, lo sguardo.
Il pittore sentiva dentro di sé che se fosse riuscito a terminare il quadro lei si sarebbe salvata, ma col passare dei giorni la sirena peggiorava, e lui si sforzava di imprimerla sulla tela bella come l’aveva trovata.
Due settimane dopo il suo corpo era ormai un ammasso di bugne sanguinolente dalle quali uscivano vermi neri e viscidi, Antoine cercava di finire il quadro ma non riusciva a ricordarla come quella fredda mattina. Tutto ciò che aveva perso lo aveva ritrovato in lei, ma adesso lo stava perdendo di nuovo.
La sirena morì quando si rizzò sulla vasca, e da un bubbone nella schiena fuoriuscì un lombrico enorme, grasso, oleoso, anguillesco. Poi si accasciò sul bordo, e quegli occhi accesi, che avevano implorato fino all’ultimo, si chiusero.
Il pittore aveva perso sua moglie per la seconda volta, con tutta la dolcezza del mondo la sollevò dall’acqua putrida in cui ristagnava e la posò delicatamente sul pavimento. Iniziò a piangere, e pianse per giorni interi.
Molti anni dopo, quando entrarono in quella casa, trovarono sul pavimento due scheletri, uno sembrava quello di un pesce gigante.

giovedì 12 giugno 2008

Klito Bell

In attesa del 23 luglio 2008, e per tutti i fan del Cavaliere Oscuro (senza troppe barriere mentali), consiglio caldamente la visione di questo pornazzo che dire leggendario è dire poco. Artigianale visto l’anno di produzione (1982), ma genuino e soprattutto divertente.

Sentite che trama: Bathman (sì con la acca) e la sua compagna Klito Bell si sono insediati da così tanto tempo sulla Terra che hanno dimenticato le loro origini sul pianeta Eros, in particolare l’eroe ha perso ogni istinto sessuale in favore della lotta al crimine, scontentando sua moglie che invece è un’allupata. Così per riordinare le cose dal pianeta Eros viene spedito un robot che però preferisce i piaceri della Terra al compito che deve svolgere. Nel frattempo Bathman se la deve vedere con i suoi avversari di sempre: Catwoman (ce ne sono due… boh?!), un Pinguino omosessuale, e ovviamente Joker.

A mio parere, pur avendo venti e passa anni sul groppone, questo film ha una freschezza incredibile, se confrontato con i porno di oggi, noiosi e ripetitivi fino allo svenimento, Klito Bell ne esce indubbiamente vincitore per due motivi: primo, c’è ironia, voglia di prendersi in giro, da applausi la scena in cui Pinguino critica la sceneggiatura, addirittura meta-cinema (applausi prego), anche il linguaggio, a volte scurrile ma senza eccedere fa sorridere parecchio, soprattutto il doppiaggio romanesco del protagonista; e secondo, le scene hard sono brevissime, durano al massimo 5 minuti, questo potrebbe sembrare un paradosso, cioè se mi guardo un porno lo faccio per le scene di sesso, invece io no, mi soffermo di più sulle scene di raccordo che sono il vero succo della vicenda, senza di esse questo genere di film sarebbero tutti uguali!
Per chi è interessato alle zozzerie si vede: scene lesbo, menage a trois, un cetriolo usato come dildo, anal, e una gang-bang finale che porta con se un messaggio di pace, facile capire quale.

Si ringrazia Trashopolis per la segnalazione.

lunedì 9 giugno 2008

The Girl Next Door

Premetto che ho visto la pellicola in inglese, e data la mia scarsa attitudine con la lingua anglosassone tutto ciò che è scritto qui sotto potrebbe essere una marea di stronzate, by the way, questo film mi è molto vicino, non per ciò che racconta, grazie a Dio, ma per come lo fa.

Se fosse uscito trenta anni fa questo sarebbe stato con un po’ di sangue in più un classico “exploitation”. Non è eccessivamente violento nelle immagini, il più è lasciato all’immaginazione dello spettatore, e magari non sarà crudo quanto Haneke, però fa male, ancor di più sapendo che è basato su una storia vera. Inizio lento, ma con una progressione inarrestabile, dapprima la violenza ai danni di Meg è psicologica, la zia Ruth le strappa il ciondolo della madre morta, in questo modo rompe il legame madre-figlia e appropriandosi dell’anello ruba l’appiglio di Meg alla realtà. Dalla violenza psicologica si passa a quella carnale, ed è un salto mortale a mio avviso del regista, dubito che ragazzini della middle-class americana siano in grado di stuprare una coetanea o di puntare un coltello alla gola, ok, erano “tutelati” dalla figura di zia Ruth che li rassicurava sul fatto che si trattasse di un semplice gioco, ma l’asportazione di una vagina mediante una fiamma ossidrica non credo abbia molti risvolti ludici, nemmeno agli occhi di un ragazzetto.

Interessante il personaggio di David, che a distanza di anni non dimentica i fattacci avvenuti nella cantina degli orrori. Per lui il senso di colpa si fonde all’impotenza con cui i bambini si trovano di solito a fare i conti. Ma c’è di più. Essendo un gioco, così come suggerito dalla zia Ruth, non farne parte significherebbe l’esclusione del gruppo, ed i bisogni associativi premono molto nell’età pre-adolescenziale, quindi David si ritrova ad essere coinvolto in un gioco di cui certamente non vorrebbe far parte, anche perché il legame tra lui e Meg è molto solido. Si nota troppo, però, il divario in termini di “potere” tra David e gli altri del gruppo, sono coetanei eppure lui non riesce a salvare la sua amica mentre loro la seviziano a loro piacimento, questa è per me una forzatura troppo evidente.

Forse c’è un po’ troppo compiacimento da parte del regista, ed è per questo che all’inizio ho detto che questo film mi è molto vicino. In tutto ciò che (a malapena) scrivo tendo a dare più importanza agli eventi che alla forma. Al regista è venuto un plot morboso e sembra quasi strizzare l’occhio allo spettatore dicendo: ”Visto quanto sono bravo?” Non voglio dire che sia violenza gratuita, alcune tematiche di contorno come l’alcolismo della zia, la sua avversione nei confronti delle donne o l’accenno al marito morto, sono presenti ma non riescono a giustificare (per me) una tale escalation di cattiveria. E poi i ragazzini non dicevano niente a casa? O tutti avevano dei genitori “sordi” come quelli di David?

Questo film fa incazzare di brutto perché è l’orrore in mezzo a noi che non vorremmo esistesse ed invece c’è, allora zombi, licantropi, vampiri, sono molto più confortanti, ma qui è diverso, potrebbe essere che il mio vicino di casa sevizi la sua nipotina, ed io ogni giorno lo saluto educatamente perché è anziano e devo portare rispetto… tzè, sepolcri imbiancati direbbe qualcuno.
Ogni volta che vedo dei bambini recitare in un film mi chiedo come facciano a ricordarsi le battute a memoria, io che ho 21 anni devo metterci ore per imparare il capitolo di un libro. A parte il discorso che ho fatto prima sul loro comportamento, sono bravi, ma non mi convincono per il fatto che NON recitano un ruolo da bambini, sembrano degli adulti. Ottime la giovane Meg e la zia cattiva, la prima la prenderesti tra le braccia, la seconda la prenderesti a calci.
Siamo lontani dalla perfezione, ma ci sono molti spunti interessanti, spero che esca anche in Italia.

sabato 7 giugno 2008

Le notti del terrore

Cosa aspettarsi da un film che contiene un errore già nel titolo? (“Notti”, ma tutto accade in UNA notte sola).
Trash italiano all’ennesima potenza con un plot irrisorio e una messa in scena talmente ridicola da rasentare l’idiozia. Una prelibatezza per gli appassionati dunque.
Tolto qualche sbudellamento e la decapitazione della cameriera, che, sorvolando sul fatto di un morto vivente lanciatore di coltelli, mi è garbata per l’idea, il resto del film è interessante quanto un balletto della Ventura.
Spesso il regista Andrea Bianchi indugia sugli attacchi zombeschi e sui loro volti espressivi come un cane di marmo, se non avessero matasse di vermi che spurgano dalle orbite sarebbe difficile riconoscere chi sono i morti viventi e chi sono i vivi (morenti?), la recitazione è la stessa.
Se non vi bastano chili di carne comprata dal macellaio, cartapesta a go-go, mercurio cromo (o pomodoro), motivetti inascoltabili che accompagnano l’entrata in scena degli zombi, ad aumentare il carico trashistico ci pensa Peter Bark, un uomo un perché.Chi sia davvero costui non si sa, le notizie in rete sono scarse e contraddittorie, nel film interpreta Michael, il figlio di Evelyn (Mariangela Giordano) e non si capisce se sia un adulto affetto da una qualche malattia, oppure se davvero sia un ragazzino di 12 anni, ciò che conta è che vuole farsi sua madre, e suggerisco di vedere il film solo per quest’uomo che seppur poco presente regala sequenze di rara bellezza cinematografica, penso che la sua espressione da cernia bollita diventerà un mio avatar, e credo che la scena in cui palpeggia la Giordano sia da oscar. Ma non è tutto, una volta zombizzato, ed è l’unico morto vivente uguale che da vivo, strappa con un morso il capezzolo della madre, mi inchino. Chissà se Lamberto Bava nel suo Ghost Son (2006) abbia voluto omaggiare questa scena con l’addentata del neonato alla tetta della Harring, chissà!
Il make-up degli zombi, seppur accettabile, assomiglia spaventosamente a quello dei cavalieri redivivi in Le tombe dei resuscitati ciechi (1971), però quelli almeno andavano anche a cavallo, questi invece sono lenti quanto la Quaresima.
Da vedere se amanti del genere (e per la presenza di Peter Bark), se no è meglio starne alla larga.

giovedì 5 giugno 2008

Sette note in nero

Solido spaghetti-thriller diretto da Lucio Fulci. Se si può prendere come metro di giudizio l’importanza che un film italiano ha avuto all’estero, Sette note in nero gode di una certa notorietà, e Tarantino lo sa bene.

L’incipit rivela le doti extrasensoriali di Virginia, sorvolando sulla testa di cartapesta che rimbalza sulle rocce, ma anche questo fa parte di quel cinema un po’ casereccio anni '70, assistiamo ad una visione della protagonista che è l’architrave dell’intero film.
La verità sta nei particolari, o nelle righe di una lettera che non andrebbe letta. Da rivedere assolutamente la scena onirica, costruita in maniera geniale al pari dell’intrigo-enigma che si cela dietro al muro. Chi è quella donna? Chi è Agnese ? Chi è Francesco? Ma soprattutto chi è Virginia?
La visione che diventa premonizione non è originale ma fa il suo effetto, così anche l’uomo che zoppica, arranca, si trascina, crediamo che è, invece non è. Forte.
Guarda un’immagine, poi svuota la scatola di un puzzle e ricomponi l’immagine che hai visto in precedenza, il senso è più o meno questo. C’è un lume, che dovrebbe assicurare la luce, la conoscenza, eppure la vicenda è torbida, poi c’è un giornaletto farlocco, e la nicchia.
Il custode del casale si lascia sfuggire che Francesco era un Casanova, lei annuisce sorridendo, ancora non sa, noi invece sappiamo che è un giallo e l’assassino sarà sicuramente il meno sospettato. Però.
C’è un professore, sembrerebbe il carnefice perfetto, ma questo è un giallo come si deve, non sarà lui il colpevole.
Di buche ce n’è, o forse sono io che ho dei vuoti mentali, ma chi è quella donna coi capelli azzurri? Perché Virginia non chiama la polizia dopo l’inseguimento del professore? Cosa vuol dire il titolo?
Stupenda la protagonista (foto per credere) Jennifer O’Neill, classe pura, un pelo sotto la recitazione se paragonata alla sua bellezza, Gianni Garko abituale presenza di Centovetrine (o è Vivere?) dove anche lì fa il piacione, è comunque bravo a ribaltare il proprio ruolo.
Più che buono in fin dei conti, da seguire attentamente però, se no c’è il rischio di perdersi.

mercoledì 4 giugno 2008

Riecco Aborym

Eddy Endolf è tornato, ed è peggio di prima.
Ventuno anni di silenzio non gli hanno giovato, magari uno pensa che si è acculturato, che ha migliorato il suo stile, la sua tecnica (registica e/o recitativa) … manco per il cazzo! Ed è per questo che amo quest’uomo!
Ammetto che speravo in qualcosa di più, non so un Aborym nuovo di zecca, qualche rivelazione taciuta per anni, invece niente, in mezz’ora almeno la metà delle immagini sono riprese da La croce dalle sette pietre (1987), l’altra metà vede protagonisti Andolfi e la sua compagna dialogare nella loro casetta (roba da Actor Studio!).Il primo impatto è forte, Andolfi è invecchiato parecchio, mostra capelli bianchi e maniglie dell’amore con una certa nonchalance; la sua consorte, che ha il coraggio di slinguazzarselo, probabilmente ha qualche infarinatura di recitazione e devo dire che è abbastanza bravina. Comunque dopo una scena di sesso (in mutande) la tipa chiede delucidazioni al nostro eroe sulla croce, che a sentir le sue parole è fastidiosa mentre fanno l’amore. All’inizio il buon Eddy tergiversa, poi parte il "do you remember" e bisogna sorbirsi nuovamente alcune scene clou del primo film.
Tutto nella norma, cioè una schifezza, fino a quando il protagonista non afferma che la croce è la causa delle continue guerre e malattie in Africa in quanto è stata portata via a tradimento dal continente nero, e così partono immagini in stile mondo movie di bambini scheletrici e carri armati. Ma che c’entra dico io? Gigante Andolfi!
E veniamo alla fine che è la parte migliore. Tre ladri entrano in casa di Eddy e lo derubano della collana, ma essendo mezzanotte, privo del suo amuleto ecco che il Nostro si trasforma nel più amato degli uomini-lupo. Purtroppo non siamo testimoni della metamorfosi (il budget sarà stato moooooolto limitato), ma le facce dei tre ladri la dicono lunghissima.
Nelle ultime battute c’è il colpo di scena che non ti aspetti e che nessuno avrebbe voluto vedere, ci mancherai Eddy.

martedì 3 giugno 2008

Giulietta, Romeo, E.

Juliet, when we made love you used to cry
You said i love you like the stars above, i'll love you till i die

“Ti ricordi piccola mia?”
“Sì…ma è il passato, non ha più senso adesso…”
“Dammi un’altra possibilità, cosa ti costa? Tutti hanno diritto ad averne una, ti prego…”
“Te l’ ho già data l’ultima possibilità, un milione di volte, e adesso vattene o chiamo i carabinieri.”
“Fammi entrare dai, ne parliamo davanti ad un caffè, come ai vecchi tempi…”
“No. Sparisci. E togli la mano dalla porta o li chiamo davvero i carabinieri.”
“Perché non vuoi farmi entrare? Chi c’è in casa con te? C’è il tuo amante? Io ti amo cazzo, non posso stare senza di te, vuoi buttare via questi tre anni così? Dimmelo vuoi farlo veramente? Vuoi che io ci stia così male?”
“Sì.”
“Ma...ma…sei il mio amore, il mio scriccioletto, tu sei mia, sei solo mia, chi c’è dentro? EHI TU MI SENTI? SE SEI UN UOMO VIENI FUORI! Sono pazzo, lo sai che sono pazzo vero? Io prendo una pistola e gli sparo in testa a quel coglione, lo faccio, ti giuro che lo faccio.”
“Ti prego vattene, non c’è nessuno in casa, voglio dormire un po’, sono stanca.”
“Sei stanca? E come mai? Hai scopato con qualcun altro? Eh? Dimmelo dai, non m’incazzo mica. ESCI BRUTTO BASTARDO. Fammi entrare, voglio solo vederlo, non gli faccio niente, promesso. Voglio solo vedere che faccia ha. Tutto qua.”
“Tu sei malato, devi farti curare. Qui non c’è nessuno a parte me, se mi vuoi davvero bene adesso prendi la macchina e te ne torni a casa.”
“Fammi entrare e me ne vado.”
”No, se ti faccio entrare poi non te ne andrai più.”
“Giurami sulla tua sorellina che non c’è nessuno in casa.”
“Ma sì te lo giuro.”
“Ci vediamo domani?”
“Forse non hai capito, è finita, basta, stop, ognuno va per la sua strada, cosa pensavi che ci saremmo sposati?”
“Io…guarda che io stasera mi vado ad ammazzare, lo faccio, non me ne frega un cazzo. Senza di te la mia vita non ha senso.”
“Buonanotte allora.”

SLAM!!!!!

A lovestruck Romeo sings the streets a serenade

TUMP TUMP “Mi senti??? TUMP TUMP “Io mi ammazzo, fammi entrare o mi ammazzo…”

“Lo senti? Ma lo senti? È fuori di testa, io non ce la faccio più, ho paura…”

TUMP TUMP TUMP “ESCI FUORI BRUTTO BASTARDO”

“Vieni qua amore mio, ci sono io con te.”

TUMP TUMP TUMP

“Abbracciami….”


Le auto sfrecciano veloci, le luci della città sfocate dalle lacrime sembrano lontane milioni di chilometri. Lui è solo con la sua macchina. Va sempre più forte, sempre di più, sempre di più.
E piange.

“Voglio solo te adesso.”
“Anche io, non voglio perderti per niente al mondo.”

E accelera sempre di più, sempre di più.

“Ti amo”
“Anche io..."

I can't do everything but i'd do anything for you
I can't do anything except be in love with you

E salta.
Giù da un ponte.
Ma è un attimo. Il tempo di pensare a lei e poi di morire.

Laying everybody low with a lovesong that he made

Il quarto uomo

(Che non c’entra con l’arbitro a bordo campo)

Interessantissimo film del Verhoeven pre-hollywoodiano (Atto di forza, Basic Instict), miscela suggestiva di religione, sesso e intrighi hitchcockiani.

Tratto da un libro di Gerard Reve che guarda caso è anche il nome del protagonista, amico fraterno del bicchiere, sofferente di visioni mistico-religiose, scrittore ed omossessuale, si reca ad Amtserdam, in cui vive con il suo compagno, a Flessinga per un convengo dove incontra una mangiatrice di uomini che ha all’attivo ben tre mariti assassinati; nel disordine mentale di Reve si fa spazio l’idea di incontrare l’ amante idraulico della donna che lo scrittore aveva incrociato nella capitale fiamminga. Dentro ad una cripta, nel bel mezzo di un pompino ad opera dell’idraulico, Gerard capisce il losco intrigo di Christine, il quarto uomo potrebbe essere uno di loro due.

Suggestivo dicevo, fin dall’inizio, un ragno che cuce la sua tela su Gesù Cristo, le visione dello scrittore sul treno, la Madonna con il figlio, aureole, Dalila e Sansone, si viaggia dentro alla mente malata di Gerard, e devo dire che è piuttosto piacevole.
Spiralico, per certi versi, alcune sequenza ritornano, epifanie, rimandi, l’occhio che spurga dallo spioncino sapremo di chi è, i tre bovini scotennati sono figure retoriche geniali, carne da macello per Christine impressa su pellicola. Chiavi che aprono segreti e torbide relazioni, la morte aleggia continuamente nella vita dello scrittore, su una bara e nei suoi sogni.

Ottimo Jeroen Krabbe, folle e divertente, solido e realistico, un po’ meno Rènèe Soutendijk nel ruolo di dark lady, freddina e apatica.
Ricorderò a lungo la scena in cui Gerard vede l’idraulico in croce al posto di Gesù e lo denuda, nel frattempo una vecchietta si avvicina per pregare.
Meglio di Black Book (2006), che però affronta tematiche diverse, consigliato a tutti.

lunedì 2 giugno 2008

...

La gloria di colui che tutto move
per l'universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.

Nel ciel che più della sua luce prende
fu io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;

Troppo belli

Ecco un lampante esempio di trash futuristico, tra trent’anni ci sbellicheremo di risate nel guardare il ciuffone ingellato di Interrante o i medaglioni di Costantino… cosa dite? Sono ridicoli anche adesso? Ecco un lampante esempio di trash contemporaneo allora!
Vedere Troppo belli è come assistere ad una esterna di Uomini e donne lunga un’ora e mezza, stesso spessore retorico, stessa recitazione. L’idea di fare un film incentrato su due che non sanno nemmeno da che parte sia girato lo schermo di un cinema può far capire di quale immane schifezza si ha davanti.

Tra ragazzine che rubano boxer appesi ad asciugare e che rivendono scatti rubati come i miglior paparazzi, i due fusti si aggirano nella loro vita fatta di sacrificio e duro lavoro (poi qualcuno mi deve spiegare perché stanno dietro al bancone del bar mezzi nudi e oliati come sardine), con il sogno di sfondare nel cinema. Confermando le ipotesi sulle loro capacità mentali si fanno infinocchiare da un finto talent scout, interpretato dal grande Mahiuex (L’imbalsamatore, 2002), che spillerà parecchi denari al magico duo.

Che sono due scarpe a recitare non c’è bisogno che lo dica io, in più fanno la parte dei morti di fame ma ad ogni cambio scena hanno un vestito diverso, rigorosamente firmato Datch per Costa, e Nine Lives per Dani, adesso potrei sbagliarmi ma mi sembra che ste due marche siano completamente sparite dalla circolazione!
Necessario citare l’interpretazione alticcia di Daniele (io non ho visto differenze però) e la sfuriata del suo amico che lo spintona sulla spiaggia, grande cinema! Non scherza neanche il principio di rissa tra Interrante ed un tizio che vuole farsi la sua fidanzata in discoteca, quest’ultimo alla fine le da anche della puttana ma lui fa finta di niente. Scontata l’idea di prendere una tipa bella, truccarla (male) da brutta, per farla poi apparire in tutto il suo splendore; cioè, si era capito fin da subito che era buona come il pane. E odiosi i dialoghi tra i due protagonisti, “io sono tuo amico”, “siamo come fratelli”, “noi siamo inseparabili”, e bla bla bla, che palle!
Lo score firmato nientepopodimenoche da Anna Tatangelo e Gigi D’Alessio è letale, il colpo di grazia dopo una visione così auto-punitiva.

domenica 1 giugno 2008

Go!

Ma in realtà è una falsa partenza, non ho il tempo né la voglia di aggiornare il blog.
Rivoluzione cromatica effettuata, i contenuti invece, se mai ci sono stati, saranno sempre gli stessi.