venerdì 30 settembre 2016

One on One

Mi chiedo come sia possibile che Kim Ki-duk non capisca di quanto il nuovo corso da lui intrapreso sia robetta alla stregua dei suoi film giovanili, ma almeno lì, sebbene si trattasse di oggetti più rudimentali, verdi, improvvisati, c’era un che di vitale, un qualcosa che aveva un’anima, adesso, da Arirang (2011) in poi, l’encefalogramma si è fatto piatto, anzi: è in perenne picchiata, tanto da poter affermare che ad ogni sua uscita artistica l’idea, poi prontamente smentita dal titolo successivo, è che non si possa far peggio di così. Non so e non voglio nemmeno pensare troppo se One on One (2014), altro lavoro spinto a Venezia dove evidentemente Kim è bene ammanigliato, sia meglio oppure no di Moebius (2013), è comunque una sfida al ribasso e solo che stare a rimuginarci sopra appare un’inutile perdita di tempo. Personalmente, tenendo a mente la discutibilità dei gusti personali, il mio sentire è ormai lontano ere ed ere dalla proposta del sudcoreano, direi che in sintesi non condivido nessuna delle sue scelte a partire dall’uso del digitale che se viene impiegato come l’analogico allora perde di senso e ci restituisce un’immagine dozzinale, chiaro che dietro una tale estetica ci siano motivazioni economiche (e si vede che non ci sono soldi, la tizia della banda ha sulla spalla uno scorpione fatto con un trasferello!) ma noi cosa ne possiamo? Se l’alcova della gang sembra il set di un b-movie o di un porno se ne prende atto consci che la prossima volta ci si penserà due volte ad avventurarsi in un film di Kim Ki-duk.

Tralasciando la resa formale anche la componente argomentativa non brilla per eccezionalità, ma proprio per niente: tutto questo pasticciato discorso su chi impartisce e su chi esegue gli ordini, sul potere, e sulla violenza da esso derivante è di una sterilità che bisogna vederlo per crederci. Se vi erano dei richiami politici, questioni che il Kim di un tempo sapeva trattare dignitosamente: The Coast Guard (2002), si sfaldano progressivamente denudando il vero nucleo di One on One che è, per la milionesima volta nel cinema orientale, una storia di vendetta personale, il che ci riporta forzatamente al recente Pietà (2012), altro film che aveva nei binari vendicativi la propria capacità deambulatoria. Nell’insieme l’impressione che ha colpito chi scrive è che manchi una componente fondamentale per fare cinema: la professionalità, ed è strano perché parliamo di un autore con una ventina di pellicole alle spalle, ma se non sapessi niente di faccende extrafilmiche e venissi sottoposto alla visione di One on One azzarderei la possibilità di avere a che fare con un regista proveniente dalla tv o con un semi-esordiente. Probabilmente il periodo di afasia creativa che colpì Kim dopo Dream (2008) si sta ripercuotendo adesso con un tentativo che quasi fa tenerezza di tornare ai bei tempi andati girando a ritmi vertiginosi (ad esempio IMDb ci informa che questo film è stato fatto in soli dieci giorni e che la sceneggiatura è stata scritta in itinere), i tempi però cambiano e con loro le persone, non so neanche se ora, nel 2016, apprezzerei tutto quel simbolismo che permeava il suo momento d’oro, ma di un fatto sono sicuro: l’approssimazione generale condita da una sterilità tematica non le avrei accettate nemmeno dieci anni fa.

3 commenti:

  1. Non capisce? Mah, intanto con un film (di merda) all'anno, riesce a stare a Venezia fisso, quindi mi sa che capisca eccome - è solo che ora come ora gli interessa altro, e quest'altro non è, evidentemente, il cinema.

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  2. e il bello (?) è che con quella merda di pietà faceva la morale spicciola sul denaro...

    p-s. guarda la mail :)

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  3. è tristemente vero Dries.
    E non solo Venezia Francesco, ma anche la susseguente distribuzione nostrana. Adesso aspettiamoci che The Net arrivi nelle sale italiane, non vedo l'ora di massacrarlo.

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