sabato 25 giugno 2016

La quinta stagione

Aveva visto miliardi di cose inquiete, pronte al cambiamento continuo, aveva visto come dialogavano tra loro severamente senza capo né coda, ognuno per conto proprio; miliardi di relazioni, miliardi di storie, miliardi, ma si riducevano continuamente a una sola, che conteneva tutte le altre: la lotta tra ciò che resiste e ciò che tenta di sconfiggere la resistenza.

(László Krasznahorkai, Melancolia della resistenza; Zandonai 2013)

Dopo tanto peregrinare il ritorno nel vecchio continente di Peter Brosens e Jessica Woodworth giova alla loro idea di cinema. La cinquième saison (2012), rispetto ai due film precedenti Khadak (2006) e Altiplano (2009), ha un respiro nettamente più “europeo” pregno di riferimenti artistici che Manuel Billi ha prontamente riportato nella sua disamina (link) e a cui aggiungerei anche alcuni lavori di Bruno Dumont (per somiglianza di contesto più che di testo), il che non ci pone più davanti a lavori dove emergeva una dissonanza (voluta) tra sguardo occidentale e materia estera che per chi scrive non soddisfaceva in toto la compresenza di talune, incerte, dicotomie (da un lato l’esuberanza estetica dall’altro l’ostinazione di inserire delle tracce eco-ambientaliste sottotestualmente paraboliche). Qui potremmo dire che tutto l’impianto filmico si presenta in modo più asciutto (ma non di certo quell’asciuttezza tipica di un certo cinema autoriale, lo sottolineo) o perlomeno maggiormente incanalato nell’esposizione. Sarà la natura programmatica dell’opera, l’avvertibile ciclicità che conduce ad un declino inesorabile, il senso di Fine partorito da piccoli inquietanti segnali, fatto sta che uno dei pregi che emerge con più vigore è la solidità, quella robustezza propria delle Opere che mancava alle due pellicole passate. Nonostante, comunque, Brosens & Woodworth continuino ad affidarsi ad un velo allegorico pullulante di figurazioni e segni, quello che cambia è che ne La quinta stagione tale abbondanza non produce un disorientamento irreversibile né si ode l’eco di un virtuosismo sterile, ciò che c’è e che vediamo è parte integrante di un percorso senza biglietto di ritorno.

Premettendo che negli ultimi anni il “cinema della Fine” ha avuto manifestazioni molto più alte di questa (citare Tarr è necessario), è indubbia la bravura della coppia registica nell’imbastire formalmente il prodotto sotto esame riuscendo a sedurre l’occhio come sempre più di rado accade nell’arte narrativa, operando sulla geometria naturalistica (la verticalità [degli alberi e di quelle splendide rocce perpendicolari al lago] che sminuisce la bassezza umana) e la profondità paesaggistica senza scivolare nella stucchevolezza, anzi: insaporendo di continuo lo scontro architrave Uomo-Natura, mostrando la dipendenza del primo nei confronti dell’altra (il mondo si adombra, la coscienza anche) fino al crollo ineluttabile della categoria ritenuta superiore. C’è dell’altro ad ogni modo, un coacervo di segnali che non verranno approfonditi (per farlo si rimanda ancora a Billi) dove spicca un’incomunicabilità di fondo tra noi e il resto, tanto che l’episodio del gallo muto è paradigma di un’afasia linguistica dell’uomo nei confronti dell’ambiente sottovalutata eppure terribilmente urgente, si noti che gli unici in grado di comunicare aldilà della parola con richiami animaleschi sono i tre ragazzini, in una sintonia, dunque, che gli altri abitanti non hanno. A ben vedere, allora, anche La quinta stagione ha un substrato non privo di una certa morale, il punto fondamentale è che non siamo in presenza di una lezioncina indottrinante, più che denunciare B&W constatano, sollevato il filtro simbolico, rimane il dato di fatto del nostro tempo.

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