martedì 21 giugno 2016

In the Fog

Seconda e consecutiva incursione di Sergei Loznitsa nel campo della fiction, dopo il cupo My Joy (2010) il documentarista nato in Bielorussia ma cresciuto in Ucraina prosegue un lavoro di immersione storica e relativa ricostruzione; a differenza del film precedente il passato in V tumane (2012) non è più una parentesi all’interno della storia ma diventa, fondamentalmente, La Storia, quella dell’Unione Sovietica nel 1942, del nazismo, dei partigiani. Loznitsa pur impostando la propria opera su binari più classici, struttura il racconto attraverso un’alternanza tra la fuga dei tre uomini e le vicende che li hanno portati ad essere nelle condizioni in cui si trovano, tale avvicendamento, segnalato sempre da una dissolvenza in nero, permette alla pellicola di acquisire uno spessore morale che va obbligatoriamente sottolineato; perché questo è un film sulla guerra che accantona i gangli politici per focalizzarsi su delle “inutili” pedine che si muovono sopra ad una scacchiera funerea, viti di un meccanismo che li sovrasta, e dei loro tormenti Loznitsa ci fornisce un quadro più che convincente, scolpito nel rimorso, nella vendetta e nella codardia, un labirinto che si tramuta in ginepraio da dove non c’è un’uscita di sicurezza che non sia la morte (Sushenya che ormai ha perso la speranza di essere creduto perfino da sua moglie).

V tumane per vari motivi non è quel tipo di cinema che infiamma il sottoscritto e penso nemmeno voi che state leggendo, anche in relazione a My Joy che era decisamente crudo e votato ad una brutalità non facilmente dimenticabile, In the Fog si offre con meno impeto data la tendenza di affidarsi a lunghe sequenze prive di “azione”, anche dialogica. Il che contrasta con le tematiche affrontate e ne rende automaticamente più difficile la conseguente assimilazione, da una parte gli orrori bellici che a loro volta contengono quelli personali e dall’altra un andamento felpato che trattiene ogni possibile catarsi emotiva, c’è da pazientare un poco ma parallelamente riconoscere che anche questo è comunque un metodo per raggiungere un fine, d’altronde la rappresentazione di un conflitto può anche avvalersi della psicologia e dell’etica se vuole restituire sfumature ulteriori a quelle stampate sui libri di Storia. Ad ogni modo il (finto) torpore del film è scosso da stralci che scuotono (il viso tumefatto di Sushenya nell’interrogatorio, sempre Sushenya costretto a trascinarsi un peso sulle spalle che ha un che di sinistramente simbolico) oltre ad un finale in grado di dire moltissimo pur senza mostrare alcunché, dove un fenomeno meteorologico è figurativamente il sipario che dissolve nel nulla le anime di tre uomini e della loro piccola storia.

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