domenica 5 giugno 2016

Altiplano

Dalla steppa della Mongolia alle Ande del Perù passando per il Belgio: l’infaticabile duo Brosens-Woodworth rimbraccia la macchina da presa dall’altra parte del globo e subito troviamo una forte continuità con Khadak (2006): in Altiplano (2009) la coppia alla regia esplora di nuovo il folklore del luogo regalandoci cartoline di valido impatto visivo, allo stesso tempo fa scontrare la tradizione con l’innovazione mostrando gli squilibri che questa collisione partorisce (l’epidemia di cecità frutto – forse – delle attività minerarie), i due non si astengono poi dall’innervare la vicenda con un’altra storia sentimentale striata di epico eroismo (Ignacio che muore per una prova d’amore) e intrecciata a quella di un’ulteriore coppia che ne diventa la relativa copia carbone. Intatte, anche se leggermente meno in preda a scalmanate vibrazioni, le finestre surreali, screziature auree molto vicine alla videoarte che, senza dubbio, lasciano un’impronta e che elevano tutto un resto per nulla esente da difetti che tra poco vedremo. Di novità che cosa c’è? È evidente una sofisticatura tramica che si rispecchia nel tentativo di dare una dimensione psicologica con flessioni morali alla componente drammatica del film, il ruolo della fotografa e quello della promessa sposa sembrano orientati verso un percorso di autocoscienza non così dissimile dove si amalgamano senso di colpa e volontà di riscatto (d’altronde il suicidio è la presa di posizione più radicale possibile), una strada binaria che nel finale troverà l’immancabile convergenza.

A fronte di cotanto materiale, rintracciabile suppergiù anche in Khadak, il cinema di Brosens e Woodworth continua a non soddisfarmi. È vero che qui rispetto all’opera precedente vi è una maggiore solidità del racconto, ma è anche vero, purtroppo, che tale racconto verte su argomenti di scarsa presa, da manualetto bignamesco: né il discorso relativo al sacrificio dell’innocente a causa della cupidigia umana, né il conseguente amore tranciato, men che meno le vessazioni sui deboli sanno trasformarsi in aria fresca per i nostri polmoni, vieppiù che l’ostentazione di una continua ricerca del metafisico con imbottiture simboliche (la Vergine che si disintegra) e trovate enigmatiche belle ma tanto compiaciute (i tipi mascherati), lasciano Altiplano in un limbo che da una parte tende ad una grammatica mainstream con tutta l’esosità che può comportare (la scena della rivolta nei confronti dei minatori l’ho trovata goffissima), mentre dall’altra galoppa sulle praterie di un’autorialità prettamente estetica che comunque, sebbene parecchio egocentrica, si fa(rà) ricordare. In breve, i primi due film di Peter Brosens e Jessica Woodworth hanno qualità tali da saper cibare adeguatamente l’occhio, oltre a quello però la ciccia è veramente poca, e confusa.

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