lunedì 29 dicembre 2008

Solitudine

Turpiloqui interni, masturbazioni celebrali, pensieri frammentati.
Scampoli di un ego fragile e labile.
Ricordi che galoppano su cavalli neri dagli occhi scuri; lacrime silenziose,
poco speranzose. La solitudine al tuo fianco mentre ingrani veloce, le strade che sai a memoria fanno ormai parte della tua storia.
Una tetta e odore di sigaretta, borsa di preservativi e pelle ambrata, le sue mani con la sua bocca sanno che la notte è appena iniziata. La felicità tra il sedile ed il cruscotto è l’illusione inafferrabile di un cuore rotto.
Un bacio negato, sul suo viso manca il segno di un sorriso, ricordi un amore passato, ma resta solo un vago profumo di vaselina mista a fumo.
E allontanandoti guardi lo specchio sperando che qualcuno ti sussurri all’orecchio: “ Ti amo”,
ma non vedi altro che il suo prossimo cliente, e sai già che stanotte dormirai poco o niente.

martedì 23 dicembre 2008

Le feste dell'ipocrisia

Il numero di pacchetti sotto l’albero è stato inversamente proporzionale al crescere della mia età. In fondo credo che sia giusto così, c’è un tempo per tutto e quello dei regali è finito da un pezzo.

Sarà il mio carattere chiuso come un lucchetto, ma queste feste le odio con tutto me stesso. Cenoni, festoni, veglioni. Solo a pensare cosa mi aspetta nei prossimi giorni sento un peso adagiarsi sul cuore che si solleverà solo verso il sei di Gennaio o giù di lì.
E poi i parenti, dio i parenti sembrano arrivare da un mondo in cui il tempo si è fermato. Da quando sono in grado di proferire parola mi sottopongono sempre alle stesse identiche domande, che sono due: uguali, spiaccicate, irritanti: “Ce l’hai la fidanzata?” e “A scuola come va?”. Sono quasi quindici anni che rispondo: “No.” e “Bene.” Che poi magari non è vero, ma nel momento in cui mi vengono posti tali quesiti il baccano che regna sulla tavola improvvisamente si affievolisce fino a diventare un brusio, e tutte le loro teste si muovono simultaneamente nella mia direzione inarcando verso l’alto gli angoli delle labbra. Rabbrividisco. Ricevute le mie risposte sicuramente salterà fuori la replica dello zio più simpatico, o che almeno crede di esserlo. È solo aria fritta che si dissolve prima di arrivare alle mie orecchie.
Siccome sono un tipo silenzioso preferisco osservare, e tra ravioli rigonfi, faraone fragranti, spumanti strabordanti e panettoni plastificati, vedo un qualcosa che striscia tra le gambe delle sedie. Non gli serve salire sulla tavola perché a Natale siamo tutti più buoni, ci diamo una mano di bianco e diventiamo immacolati. Ma sotto restiamo sempre uguali. Allora osservo lo sguardo di mia zia che urla d’orrore per la pettinatura della sua dirimpettaia, ma le parole che le escono dalla bocca si complimentano per quella piega azzardata. Poi mi sposto in cucina. Aaah la cucina è un regno per sole donne, i pentoloni sfrigolano e fumano come una vaporiera arrugginita. Ed è proprio lì, lontano dagli occhi della combriccola che si asseriscono le cose peggiori: “Ormai la mamma è un peso, bisognerebbe metterla in un ricovero.” Ma quante altre frasi potrei scrivere? Centinaia forse, fino ad ingozzare quel grasso serpente che sguscia tra i nostri piedi durante le feste. State tranquilli che c’è anche nella vostra casa, e mentre le persone si saziano del cibo che ingurgitano, lui si nutre delle ipocrisie che essi proferiscono. “La mamma non si tocca, lei se ne sta nella sua casetta! Vero mamma?” Povera nonna, dei cinque sensi gliene sono rimasti due o tre, e sicuramente la vista e l’udito non rientrano tra questi.

C’è un tempo per tutto. Se quello per i regali è finito, spero che anche quello delle rimpatriate parentali non duri a lungo.

venerdì 19 dicembre 2008

Le notti porno nel mondo n.2

Partire dal sequel di un film senza aver visto il suo predecessore non è cosa buona e giusta, ma trattandosi di Massaccesi credo e spero di essermi guadagnato almeno un posto in purgatorio. Con questo non voglio svilire Joe D’Amato e nemmeno assumere una posizione “borghese e superficiale” nel mio intervento, perché così sono stato considerato secondo un arguto lettore che ha commentato il mio vecchio post su Polselli; caro Anonimo fatti sentire! A parte il suggerimento finale il tuo è stato un intervento molto interessante.

Tornando al film: trattasi di un documentario costruito con scenette girate per il precedente Le porno notti nel mondo (1977) intramezzate da brevi dialoghi fra Marina Lotar, nei panni di una giornalista, e Ajita Wilson, ballerina esperta della night-life che dispensa pillole di saggezza psicologica.
Giusto per allungare il brodo mi sembra doveroso soffermarmi sulle due attrici… cioè una attrice e mezza và. Marina Lotar (vero nome Marina Hedman), è l’ex moglie del compianto Paolo Frajese. Modella che si avvicinò al porno verso agli anni '70 e ne divenne una delle principali interpreti fino agli anni '90. Epica la parte in Marina e la sua bestia (1984) di Polselli dove dispensa amore ad un cavallo; se la scena sia vera o meno non posso dire perché non l’ho vista, ma si parla di un mezzo tarocco.
Aijta Wilson, al secolo George Wilson, salì alla ribalta con Gola profonda nera (1976) di Guido Zurli. Da quel momento in poi la sua presenza nei film di genere è costante, e sarà diretta da registi come: Batzella, Mattei, Franco, Sacco e Fulci.

Due con un curriculum così dove pensate che potrebbero finire? A letto, ovviamente. Prima di assistere alla lesbicata finale tra le due bisogna guardarsi però un’ora e mezza di assurde banalità tipiche di un mondo-movie. I balletti sono lunghi e parecchio noiosi, il porno millantato nel titolo non si vede. In compenso il pubblico presente agli spettacoli sembra apprezzare tanto da lasciarsi trasportare in effusioni amorose (vedi i due tizi che si baciano). Tra palline sparate mediante vagina, coprofagia tarocca, una grottesca lotta nel fango tra due donnoni teutonici, balletti improbabili, e la Wilson che danza intorno ad un pisellone di gesso, il suddetto trans operato dispensa chicche da ricordare nei secoli a venire. La donna (?) parte dal presupposto che in tutti i generi di spettacoli a sfondo sessuale sono i protagonisti ad esercitare una forma di violenza nei confronti degli spettatori. La cosa non mi sembra una stupidata, ma la voce in capitolo della Wilson è poco credibile viste anche le sue argomentazioni successive: tipo che la costituzione americana nasconde profondi simbolismi sessuali… se lo dice lei…
Il tutto è di una noia letale.
Oh, io un mondo-movie, non dico bello, ma almeno accettabile non l’ho ancora trovato. Continuerò la mia ricerca.

sabato 13 dicembre 2008

L'Uno per l'Altra - La donna d'ombra


Riassunto: I giorni passano lentamente al Mc Kittrick. Il peso dei pensieri grava su Uno a cui non resta che la nostalgia del passato.


Da due giorni Uno era rintanato nella sua stanza. Consumava le ore sdraiato sul letto a fissare il soffitto, non sentiva il bisogno di nutrirsi o di espletare le proprie funzioni fisiologiche, a dire il vero non sentiva più il bisogno di nulla, a parte di lei ovviamente.
C’erano due aspetti positivi in tutto questo. Primo: nessuno era più morto per sua mano. Secondo: le sue labbra stavano lontane dal filtro di una sigaretta dalla notte con Andrea.
Per il resto la sua vita stava andando a puttane.
Forse fu per il disperato bisogno di sentirsi ancora vivo, o almeno a credere di esserlo, che decise di aprire la porta della sua camera dopo gli innumerevoli tentativi del proprietario e del nanetto. Quando schiuse si accorse che di fronte non aveva né uno né l’altro.
“Cazzo.” Disse.
Un secondo dopo una misteriosa moretta completamente nuda lo spingeva sul letto zompandogli addosso.
“F-forse c’è un errore…” L’ultima “e” si tramutò in un gemito soffocato dalle labbra della donna che abilmente si districava tra le coperte e i vestiti di Uno.
Quando furono carne contro carne lei si accorse che qualcosa non andava, allora col suo sguardo felino graffiò: “Beh?”
Uno poteva percepire il fuoco umido che bruciava sopra di lui, quell’odore lo riportò indietro di molti anni, forse secoli, poi riavvolse il nastro dei ricordi e ritornò al presente.
“S-scusa…non è giornata…”
“Ma che è sei frocio mica?”
Improvvisamente il viso della donna cominciò a sfuocarsi, le sue forme si fecero inconsistenti, di lei non rimase che una sagoma nera, informe e opaca, solo in quel momento Uno capì: “Sei un’ombra.”
“Cosa?”
Un secondo dopo la punta di una forbice era divenuta l’escrescenza innaturale della sua tempia. Ebbe il tempo di voltare gli occhi ed emettere un rantolo, poi cadde svuotata tra le coperte che lentamente si stavano imbevendo del sangue che le fluiva dalla fronte.
Uno rimase sdraiato ancora con il pugno a mezz’aria nel gesto di infilare la punta metallica. Ci vollero alcuni secondi prima che realizzasse quello che aveva fatto: era tornato ad uccidere, e per un istante si era sentito infinitamente vivo. Poi scese dal letto e ancora nudo fece un grande sacco della donna misteriosa con le lenzuola, lo mise nella vasca da bagno e si fermò a pensare. Innanzi tutto chi era quella donna? Forse aveva sbagliato stanza, o forse l’aveva mandata Dio per ricordargli che un cacciatore di ombre rimane tale per sempre... Questa ipotesi gli piacque molto, e guardando il sangue che ancora le zampillava dalla testa si ringalluzzì tutto e decise che si sarebbe fatto una grossa dormita per occuparsi del cadavere solo il mattino seguente. Ma uscendo dal bagno vide che un pezzetto di carta era comparso sotto la porta. La calligrafia sghemba diceva:

Ciao bello, visto che non ci aprivi ho capito subito che eri in un periodo di merda, così ti ho mandato una puledra della scuderia di mio fratello. Oh un pezzo pregiato! Fottitela fino alla morte che tanto quella non sa fare altro.
Poi domattina quando passi in portineria mi dai i soldi.
Firmato: Scottie, il proprietario.

Uno accartocciò il foglietto tra le mani, il suo sonno doveva attendere.

giovedì 11 dicembre 2008

Giornata nera per l'ariete

Il limite di tutti i gialli italiani fin qui commentati è quello di scorrere su binari precisi, proponendo uno schema simile senza particolari guizzi. Beninteso, ci sono momenti all’interno di queste pellicole che sono memorabili, in particolare quelle di Fulci, ma il meccanismo che le sorregge è in linea di massima troppo prevedibile e scontato, quindi portatore di noia nello spettatore.
Giornata nera per l’ariete (che non c’entra con Alex l’ariete , 2000) non sfugge al solito canovaccio, e dunque si ha: un assassino, una serie di omicidi, un giornalista (Franco Nero) che segue il caso, una buona quantità di gnocca (Silvia Monti) e qualche bottiglia di J&B.

Scoprire chi è l’assassino vi assicuro che non è cosa difficile, magari ci si meraviglia un po’ per il movente che è relativamente spiazzante ma al contempo ingarbugliato e un po’ troppo forzato. Si decanta la cura formale di Bazzoni, ma a mio avviso il regista si comporta meglio sotto questo aspetto nel successivo Le orme (1975) in cui riproporrà alcune scene in controluce qui appena accennate; resta comunque bella la fotografia di Vittorio Storaro condita dalle musiche di Morricone. Da ricordare l’incipit che potrebbe tranquillamente essere quello di un qualunque episodio di Saw, e la sequenza finale con il killer che vuole uccidere il bambino.
Tutto quello che sta in mezzo non è particolarmente esaltante e finisce per infilarsi in quei binari citati all'inizio.

Il pessimista 2

"Dai è un periodo così, poi passa."
"Tutta la mia vita è un periodo così."

venerdì 5 dicembre 2008

Tunnel

Nel discorso iniziale di Marco dovrebbe fuoriuscire tutta la rabbia di una generazione alla deriva, sparando a zero sulla società, i mass media e i “moralisti del cazzo”. Dovrebbe. Perché il problema non sono le cose che vengono dette, ma chi le dice. Il difetto di fondo è l’aspetto che i due protagonisti, Helmut Berger e Corinne Cléry, hanno per tutta la durata della pellicola. Sempre lo stesso. Poi la Cléry può anche bucarsi la passera e Berger prostituirsi per l’eroina, ma se non vedo i segni tangibili sui loro visi, sui loro abiti, sulle loro vite, mi sembra quasi che dentro a quelle siringhe ci sia dell’acqua e basta. In Christian F. (1981), ad esempio, vengono messe due profonde occhiaie alla protagonista che testimoniano la sua caduta nella droga, nulla di che ma è già qualcosa. Ancora meglio con Ritorno dal nulla (1995), in cui Di Caprio appare quasi irriconoscibile. Il top è Requiem for a Dream (2000) dove la discesa nell’oblio dei protagonisti è rappresentata egregiamente e ha il suo apice nel braccio in putrefazione di Leto.

Qui sono altri tempi ok,ma un occhio di riguardo al make-up sarebbe stato auspicabile da parte di Pirri, perché mi rendo conto dopo aver visto parecchi droga-movie di quanto sia importante l’impatto visivo per lo spettatore, che, in questo genere, è sempre pervaso da un sottile voyeurismo e vuole vedere fino a dove si può spingere un tossicodipendente e come lo fa.
Oltre questo la pellicola di Pirri si trascina per la prima ora fra banalità e stereotipi, che forse sono tali ai miei occhi e che magari all’epoca non lo erano, comunque si susseguono i classici “riti” di compravendita tra pusher e tossici, ricerca di denaro attraverso le vie più illegali (prostituzione e addirittura furto della borsetta ad una peripatetica), perdita della dignità e di qualunque principio morale. Il tutto mentre Marco e compagna sembrano usciti da un fotoromanzo di quegli anni, sigh!

Ma verso i sessanta minuti Pirri sferra un pugno nello stomaco inaspettato e forse un po’ scorretto perché ha come protagonista un bambino. Già con L’immoralità (1978) il regista ci era andato parecchio pesante costruendo il film su un ambiguo triangolo fra un pedofilo, la bambina e la madre di quest’ultima. In Tunnel il climax della vicenda è rappresentato da un ragazzino (anche lui sembra sbucato da un fotoromanzo purtroppo) che dopo aver conosciuto la Cléry al parco si reca nella casa-pullman di quest’ultima ottenendo la promessa di farsi una trombata con lei in cambio di una dose portata da lui. Ovviamente all’interno del bus c’è anche Berger, il compagno della Cléry, ma non sembra essere troppo geloso, l’importante è che ci sia l’ero. Purtroppo per il ragazzino quella sarà la sua ultima pera. Morirà li dentro e Marco trasporterà il suo corpo su un furgoncino nella notte per poi lasciarlo su delle scale. È una sequenza drammatica ed inaspettata nel contesto, che ai giorni nostri creerebbe un “hype” incredibile. Dopo questo acuto il film rientra nei binari del “già visto” con una rapina, ovviamente fallita, da parte di Marco e un suo socio napoletano che ci rimette le penne durante una sparatoria. Così si arriva quasi al finale con un bel dialogo che cito a memoria: ”Adesso Tizio sarà già sul tavolo freddo dell’obitorio.” Dice Marco. “Come fai saperlo?” Risponde lei. “Gli ho visti, sono tanti e tutti uno di seguito all’alto. Poi fa freddo, come in questo momento… non senti che freddo fa?”
Loro due,è come se fossero già morti.

La fine per Marco arriva poco dopo. Viene caricato in macchina da alcuni tipi immischiati nella rapina rassicurandolo che è tutto a posto. Il regista qua è abile perché ferma la mdp su una stradina che attraversa una discarica, e noi vediamo la macchina prima andare e poi tornare. Infine l’immagine di un telo bianco della polizia sulla spazzatura fa da sfondo ai titoli di coda. Pregevole la scelta di non far vedere la morte del protagonista, in quel periodo di cinema bis non era da tutti oscurare un omicidio, dell’attore principale poi! Ottima soluzione a mio avviso.

La filmografia di Massimo Pirri è tanto esigua quanto introvabile. A dispetto di molti sui colleghi dell’epoca questo regista aveva qualcosa da dire e anche di molto graffiante, purtroppo i mezzi che ha usato non sono molto raffinati, avvicinandosi così al mero e gratutito exploitation di quel periodo. Tunnel è l'esemplificazione di quanto detto: il ritratto di una gioventù bruciata non è particolarmente incisivo perché non ha quella drammatica consequenzialità che trascina nella disperazione. È tutto troppo distaccato, ma due acuti ci sono eccome, ed è meglio che un calcio nel sedere.
Dimenticavo, azzeccata la colonna sonora dei The pretenders con Private life che fa capolino più e più volte.

giovedì 4 dicembre 2008

Notte di caccia

Occhiaie.
Luca fissa il suo doppio allo specchio: “Ci siamo.” Spegne la luce ed esce dal bagno, questa notte è una notte di caccia.
I pantaloni mimetici del militare ormai gli stanno un po' stretti, qualche centimetro di pancia sborda dai calzoni, la maglietta verde gli copre appena l’ombelico, ciuffi di peli neri sbucano da sotto l’ orlo della t-shirt. Gli anfibi incrostati di fango si muovono veloci per la stanza, il cacciatore sta prendendo le ultime cose necessarie: “Torcia, coperta, birra, binocoli e un panino. Ho tutto.”
Cinque minuti dopo ingrana la prima sulla sua Panda 4X4, apre il cassettino sotto il cruscotto e sfila via alcuni giornaletti porno. “Utili per il riscaldamento.” Ridacchia.
Quando arriva nella sua postazione tra le frasche la luna è già alta nel cielo nero, stende la copertina a quadri sulle foglie secche, si accovaccia, e comincia ad aspettare.
Le luci di una Punto illuminano la piazzola a pochi metri da lui, abbagliato dai fari scorge un uomo e una donna sui sedili. “Perfetto.” Sussurra. “Proprio davanti a me.” Con estrema cautela inizia a sfogliare “Casalinghe vogliose”, dà uno sguardo al giornale e uno nei binocoli in direzione della macchina. L’uomo dell’auto spegne gli anabbaglianti e accende la lucina interna.
“Ti piace farlo con la luce accesa eh maiale?” Intanto si sbottona i pantaloni mimetici fissando l’elastico delle mutande sotto le palle, poi inizia a smanettarselo molto lentamente.
Grazie ai binocoli si accorge che la donna è giovane, avrà all’incirca 18 anni, l’uomo invece è più vecchio e si muove agilmente tra il sedile ed il cruscotto. Luca nota lo stupore sul volto della ragazza che si trova senza reggiseno in un secondo, il sedile su cui è seduta crolla all’indietro, l’uomo zompa sopra di lei calandosi i pantaloni e mettendo in mostra le chiappe bianche e pelose.
Il cacciatore aumenta la velocità, una goccia di sudore scivola lungo la sua tempia.
La ragazza, sotterrata dal corpo del partner, inizia a picchiare il pugno destro contro il finestrino laterale, emerge una all-star che sbatte ripetutamente sul cruscotto. L’uomo si ferma per un attimo, parlano.
Luca fa qualche passo avanti tra i rami, si mette in ginocchio senza mollare la presa del suo uccello.
I vetri iniziano ad appannarsi, i lamenti della ragazza trapassano le pareti della Punto.
“Questa è musica per le mie orecchie.” Beve un sorso di birra e continua nel suo movimento frenetico.
L’ultimo grido della giovane corrisponde all’orgasmo di Luca che schizza sulle foglie. La portiera della macchina si spalanca, il braccio dell’uomo spinge giù sull’asfalto il corpo esanime di quella che fino a poco prima era la sua fidanzata. “Ciao bella.” La voce roca giunge fino all’orecchio del cacciatore ancora affannato per lo sforzo. La giovane, con il viso posato sull’asfalto umido, vede volare i suoi vestiti fuori dal finestrino, poi il sub-woofer inizia a spingere l’ultimo pezzo di Kylie Minogue che sfuma piano piano mentre l’auto si allontana dalla piazzetta. Adesso non restano che i singhiozzi della piccola che quasi si confondono ai lamenti di un gufo appollaiato da qualche parte sugli alberi. Intorno, il buio profondo.
Luca deglutisce. È in ginocchio, davanti a lui il suo sperma ancora caldo cola da una foglia all’altra. Si riallaccia i pantaloni e rimane in silenzio tra i rami.
La ragazza, che si chiama Serena, piange e pensa alle parole di sua mamma: “Non frequentare quel ragazzo lì, è un bastardo, lo sanno tutti.” “Come sei vecchia mamma, io ormai sono grande e so riconoscere quando una persona è innamorata di me, e lui lo è.”
Ora che sentiva il sangue colare lungo le sue esile gambe, odiava quell’uomo che le aveva appena strappato la sua verginità.
Luca esce a piccoli passi dalla boscaglia, con la torcia illumina il corpo di Serena distesa per terra.
Lei si mette seduta coprendosi gli occhi con una mano per il bagliore della pila: “A-aiutami…ti prego.” Sul viso porta i segni del mascara diluito con le lacrime, lungo i fianchi il cacciatore nota la pelle arrossata dalle manate dell’uomo, le mutandine macchiate di sangue sono scivolate quasi fino alle caviglie.
“Ti supplico…aiutami…ti prego…”
Gli occhi di Luca brillano come la luna sopra di loro, appoggia la torcia per terra e avvicinandosi a Serena le sussurra all’orecchio:”Io sono un cacciatore, e questa è la mia notte fortunata.” Con una mano schiaffa la testa della ragazza a terra, con l’altra spalanca le cosce insanguinate.
Nonostante si sia appena masturbato i corpi cavernosi all’interno del suo pene riescono a trattenere il sangue arterioso facendogli raggiungere un’erezione sufficiente. Quando percepisce il calore della povera ragazza, ben diverso da quello della sua mano, pensa che questa è la notte più bella della sua vita.
Serena non ha la forza di reagire, non prova più dolore, nemmeno odio o disperazione. Non prova più niente.
Luca si stacca dal suo corpo e sibila: “Ti sono venuto dentro.” E ridacchia allontanandosi.
Lei rimane distesa guardando andare via l’uomo che le ha appena strappato l’anima, tra le gambe si mischiano il suo sangue e lo sperma di due uomini diversi. Il giorno dopo potrà sciacquare via tutto, ma non dimenticherà mai la notte in cui le rubarono la sua dignità.

mercoledì 3 dicembre 2008

Gioco di seduzione

Habemus uccellum!

Non sto a raccontare il casino intorno a questo film.
Anzi sì, almeno guadagno qualche riga. Di sicuro è uscito nel 1981, contemporaneamente a Valentina ragazza in calore, altro film in cui compare Moana Pozzi. Un po’ di incertezze sul primo titolo visto che ha più nomi di un calciatori brasiliano: forse Erotic flash, o forse Homo eroticus, oppure Marina e Moana ingorde di sesso, magari tutti e tre insieme. Sicuramente non Gioco di seduzione che è la versione softcore rimontata dalla Kineo video qualche anno più tardi (ma la data precisa mi è oscura). Altro problema la regia: c’è chi assicura sia di Roberto Bianchi Montero, altri la affibiano a tale Giuseppe Curia, altri ancora ad Andrea Bianchi (Le notti del terrore, 1981), boh! È certa invece la presenza di Marina Lotar e Moana Pozzi, soltanto che la pornoattrice genovese qui rimane illibata affidando ad una controfigura le scene più spinte. In ogni caso, trattandosi della versione indegnamente tagliata, non si vede una mazza di niente.

La trama in soldoni racconta di un regista di fotoromanzi hard che vuole girare un servizio all’interno di un castello. Il regista, una brutta copia di un personaggio di Zulawski, è un gran furbone e distribuisce il proprio seme un po’ a tutte le donzelle del film, in particolare alla cameriera del castello che intorta per bene facendola credere un personaggio di Shakespeare e che poi castiga da dietro con un intervento da tergo da espulsione diretta. Comunque tra i vari inciuci si viene a conoscenza di un'antica leggenda che vuole un conte evirato nel passato e ritornante ogni tot anni nel mondo terreno,”stranamente” il conte ritorna proprio durante il servizio fotografico. Fortunatamente (per lui e per Moana) le sue discendenze hanno conservato il suo arnese nei secoli dei secoli come una reliquia, e così a mezzanotte in punto può riappropriarsene esclamando la frase lassù in cima e castigando la bella Moana, che, detto tra noi, ha due tette favolose, e che alla fine si terrà il fallo come ricordo. Il film si conclude con il buon conte che ritorna mesto nella sua tomba dichiarando che sono “cose da casse e non da cazzi”.

La parte comica è carente tanto quanto quella erotica, e trattandosi di una versione soft alcuni tagli potevano esseri fatti sicuramente meglio perché si viene sballottati da una scena all’altra in un batter di ciglio, non che questo provochi grossi spiazzamenti visto che la trama è più scontata dei saldi, ma certo non è proprio piacevole. Una piccola svolta si ha con l’entrata in scena del fantasma che rompe la noiosa catena di scenette erotiche facs-simile, ma è davvero poca cosa.
Fortunatamente non si prende sul serio, e questo è il suo modesto pregio. Se non ci fossero tutte quelle situazioni comico-erotiche, che di queste due categorie hanno davvero poco, ci troveremmo di fronte ad un mastodontico trashone al livello (basso) di: Quella villa in fondo al parco (1987), Terror! Il castello delle donne maledette (1974) o Patrick vive ancora (1980).

Se ancora questo commento non vi ha convinto del tutto guardate un po’ qua.
(grazie Trashopolis!)

martedì 2 dicembre 2008

Luca il contrabbandiere

Prendete Miami Vice (2006) di Michael Mann, sostituite le luminose coste della Florida con il golfo di Napoli, cambiate Colin Farrell con Fabio Testi e Gong Li con Ivana Monti, aggiungete un po’ di sangue ed una dose massiccia di violenza, levate un bel po’ di sceneggiatura. Ed infine inserite Fulci: il piatto è pronto per essere servito (più o meno).

Luca il contrabbandiere è un film irripetibile fin dal titolo. Vi immaginate un titolo del genere nei botteghini di oggi? Io no. E vi immaginate un noir così violento nel 2008 in Italia? A dire il vero è difficile immaginarsi solo che un noir di questi tempi, a meno che non si tratti di fiction televisiva…
Comunque questa invasione di Fulci nel poliziottesco è piuttosto apprezzabile, anche perché il regista si portò appresso due dei suoi storici collaboratori: alla fotografia Sergio Salvati (L’aldilà, 1981), alle musiche, adatte alla situazione, Fabio Frizzi. E insieme a loro la sua classe visionaria che ogni tanto durante il film fa capolino mandando in sollucchero l’amante del cinema bis.
Se il paragone col film di Mann è ovviamente impossibile, per i tempi diversi, e soprattutto per i denari a disposizione, Luca il contrabbandiere non si occupa certamente della camorra come ha fatto Andolfi con La croce dalle sette pietre (1987), trashone costellato da personaggi tipo Totonno il Cafone, anzi l’immagine che ne esce è abbastanza credibile, o almeno lo è per gli stereotipi che abbiamo dei mafiosi: donne, c’è anche Ajita Wilson (La principessa nuda, 1976), retate e droga. Interessante come “la roba” crei un cambiamento epocale all’interno dei traffici camorristi che fino a quel momento avevano trattato solo sigarette di contrabbando, e l’avvento di essa porta anche un bel po’ di soldini in più che fanno gola a molti, soprattutto al misterioso Marsigliese e la sua gang che vuole fare piazza pulita per avere il monopolio sul territorio. Divertente come in una riunione di contrabbandieri opposti al Marsigliese, Testi ed altri discutano sul fatto che la droga faccia male, che rovina le persone, e toglie il lavoro a loro… neanche avessero fatto i minatori per dodici ore al giorno fino a quel momento!

Dicevo di alcune chicche in pieno stile fulciano: impossibile non citare lo stupro di Ivana Monti “trasmesso” in diretta telefonica a Testi. Ma è davvero super la resa dei conti finale, in cui appare anche il regista, e dove spuntano uomini armati da un’edicola o da una cabina telefonica. Rido, ma non escludo che situazioni del genere siano accadute anche nella realtà. Poi sottolineo una tipa sfigurata con la fiamma ossidrica, un delinquente sciolto in una pozza sulfurea, e uno scommettitore di cavalli a cui vengono fatte saltare le cervella.
Fabio Testi mi è risultato un po’ fuori luogo, forse era voluto essendo cresciuto al nord e trasferitosi a Napoli per “affari”, ma sinceramente se fosse criccato non me ne sarebbe potuto fregare di meno. Buona la caratterizzazione dei personaggi secondari: i due poliziotti inermi su tutti, ma anche il boss che guarda i film western.
I difetti sono i soliti riscontrabili nel cinema di genere: dialoghi un po’ buttati lì, ricerca del gusto più che del senso, e sfx datati ma in questo caso accettabili.

Non sarà Miami Vice ma uno sguardo lo merita. Credo in dvd esistano solo versioni straniere, resta la buon vecchia cassetta, oppure l’instancabile muletto. Fate vobis.

lunedì 1 dicembre 2008

Amore camaleontico

Questa è solo una delle tante strisce presenti a questo indirizzo(clicca per vedere meglio): http://pbfcomics.com/, una più geniale dell’altra. Non ho mai segnalato un sito sul mio blog, ma questo cazzarola è fenomenale! Non smetterei mai di leggere queste strisce.