martedì 1 maggio 2018

Must Read After My Death

Piace assai il netto contrasto su cui poggia Must Read After My Death (2007) perché è un contrasto che si infuoca tra due punti estremi come il vedere e l’udire: sullo schermo scorrono immagini in super 8 di una vita famigliare ordinaria, istantanee in movimento di un’apparente felicità arcaica, americana e reaganiana, però la voice-over che accompagna questi sgranati fotogrammi è un pozzo nero pieno di dolore e sofferenza, è una lunga confessione che appartiene ad Allis, la nonna del regista Morgan Dews, così come appartiene, probabilmente, a tutta una società che nascondeva sotto la patina della perfetta famiglia nucleare delle profonde faglie personali, mentali ed emotive, un disgregamento inarrestabile che qui trova compimento nell’inglese di Allis, nevrotico e rovinato dal tempo, registrato su delle cassette lasciate poi in eredità dopo la sua morte, ed il peso di queste ammissioni che si susseguono in quello che è un vero e proprio crescendo drammatico non ha modo di mitigarsi se non con la morte del marito Charley, infatti se già all’inizio con lo scambio vocale-epistolare tra i due coniugi si cominciano ad intuire delle disfunzioni sentimentali (lui ammette di amare altre donne), con il passare degli anni l’instabilità relazionale della coppia si riversa sulla vita dei figli con effetti deleteri, uno viene mandato in un istituto di cura (ed è importante sottolineare la presenza di uno psicologo che probabilmente non è mai stato di vero aiuto), una scappa di casa appena può, un altro, fatalmente, muore in un incidente, in sintesi la famiglia si distrugge, si scompone, si annulla, e dopo la dipartita non chiarissima del marito, Allis tace per sempre.

Il film che ha forma e struttura semplici lavora molto e bene sottotraccia e come tutte le opere che fanno del materiale di repertorio strettamente personale e intimistico il proprio canale visivo/comunicativo possiede un’energia che trascende i fatti narrati e che abbraccia un ventaglio di sentimenti ragguardevoli, se penso ad Un’ora sola ti vorrei (2002) o a Quand je serai dictateur (2014) sento le stesse cose, certo diverse se osservate separatamente ma così simili una volta elaborate, di Must Read After My Death, ovvero l’afflato di un cinema che trasmette con una potenza che può essere solo della settima arte: l’incontrovertibilità del Tempo che non tornerà più, le zone iridescenti e pulsanti di una memoria che è sì singolare ma anche collettiva (è la storia di una famiglia statunitense ma potrebbe essere la famiglia di chiunque, anche della tua), l’irrimediabile piegarsi all’abbandono degli affetti, alla scomparsa delle persone, all’affievolirsi dei ricordi, tutto ciò trasporta in un altrove dove La nostalgia ci cinge in una danza malinconica fatta di sovrimpressioni ottiche (unici accorgimenti tecnici di Dews sul girato casalingo) e di uno score misurato (curato dal compositore Paul Damian Hogan). Alla fine del ballo, ritornati alle faccende che occupano mestamente la giornata, per un attimo penserete ancora a questa vicenda consanguinea, ad Allis, a Charley e ai loro figli, ai vostri genitori, e ai vostri fratelli.

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