venerdì 11 maggio 2018

Il grido

Luciano Funetta
2018
Chiarelettere; 165 p.

ATTENZIONE. SI STA ABBANDONANDO IL SENTIERO SICURO.
PROSEGUIRE COMUNQUE?
SÌ - NO

È doveroso spendere più di qualche parola per Il grido perché al suo interno si intralegge qualcosa che nessun recensore, nemmeno il più acuto, riuscirà mai a decifrare, è, per quel che il sottoscritto ha potuto captare sfogliando il primo volume della collana “Altrove” di Chiarelettere, un sentimento autunnale, una decadenza grondante meschinità e angoscia ma anche, attraverso prospettive sotterranee e completamente mimetizzate nei toni cupi che avvolgono la storia, un refolo di nostalgia, di nicchie e residui di umanità la cui luce trema flebile tra le volute dell’oscurità. Non male per uno scrittore giunto all’opera seconda che aveva esordito poco tempo fa con Dalle rovine (2015), il libro pubblicato da Tunué era sì interessante ma non manteneva a mio avviso una tensione costante nella sua interezza, e per tensione mi riferisco alla mera capacità che un testo ha di collegare gli elementi che lo compongono e da questo punto di vista Il grido possiede indubbiamente una conformazione narrativa più solida poiché adagiata su tre percorsi (due nel passato [la Casa delle Dame, l’Orto Botanico] e uno nel presente) pronti potenzialmente ad intersecarsi l’uno nell’altro (sebbene ciò non accada mai del tutto) e a far vibrare la lettura rischiarata dai fuochi fatui delle attese. Ma non vorrei farne una questione di trama”, di eventi, di quanto accade e quanto no, la bravura di Funetta, che già si scorgeva nel debutto, sta nel saper dare consistenza ad un mondo di cenere e fuliggine per mezzo di uno stile che flirta con il surreale (ma un surreale stinto, decommedizzato) senza mai eccedere. È diretto e preciso: dentro un sacchetto della spazzatura posato per terra qualcuno o qualcosa si muove. Basta, non c’è bisogno di dare altre informazioni.

In una intervista all’autore che avevo letto in passato e che ora non trovo più, Funetta diceva che, oltre ad Antoine Volodine, anche László Krasznahorkai era un punto di riferimento per la propria scrittura, e in effetti nel Grido l’apertura con le anime perdute del bar Kraken ricorda alla lontana il leggendario prologo de Le armonie di Werckmeister (2000), attenzione: del film, non del libro originario Melancolia della resistenza (Zandonai, 2013) che è costituito da un’introduzione non presente nella pellicola di Tarr [1], ed anche il lungo girovagare di Lena (Morse: il destino nel cognome, essere un possibile codice di comprensione, diventare i nostri occhi in una buia realtà) che si snoda tra ciò che è stato e ciò che è assomiglia, sempre mantenendo una certa distanza, alle lande disastrate dell’appena citato Volodine. Non c’è derivazione comunque, più che altro viene da chiedersi il perché delle letterature così liminari stiano smuovendo gli scaffali delle librerie nostrane, perché si tratta di penne sopraffine è una risposta troppo ovvia, diciamo che gli addetti ai lavori avranno di che ragionare in futuro sulle possibili concrete motivazioni, nel frattempo godiamo con piacere i semi impiantati nell’immaginazione di un trentenne che è facile, nonché un filo poetico, immaginare chino sulla tastiera illuminato dalla luce azzurrognola del foglio Word mentre riversa chilometri e chilometri di parole lette altrove e filtrate dal suo sentire.

Quello che ne è uscito è un romanzo al di là  dell’etichetta, non privo di imperfezioni (i dialoghi, non di Funetta, per carità, ma i dialoghi in generale li abolirei, sempre troppo impacciati ed estranei al flusso del racconto), eppure vivo, anche se un po’ morto, anzi risorto in ognuna delle strade che percorre le quali si tramutano per noi in finestre con pae(/s)saggio nel mistero, non so se religioso, umano o quel che è, sicuramente un interrogativo ubiquo che cavalca la carta del libro, se ne impossessa, la penetra, la violenta, in assoluto silenzio. Questo mistero, questo Grido, che tallona la protagonista fin da piccola è un’entità che Funetta si guarda bene dal descrivere in modo chiaro perché la letteralità, che lo si sappia, va bene al massimo per i poppanti, ed anche nel finale apocalittico, davvero bello perché lì avviene un fortemente auspicato sversamento dimensionale, l’incombente massa nera assassina rimane fuori campo, dopo centosessantaquattro pagine/notti/trip/Malthus/scopate/febbri/minestre/● Lena può trovare forse un po’ di pace.
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[1] C’è un altro libro italiano edito di recente che ha nel cinema del cineasta ungherese una fonte di ispirazione, è I vivi e i morti (minimum fax, 2018) di Andrea Gentile.

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