martedì 31 maggio 2016

Bestiaire

Il corteggiamento tra Denis Côté e il documentario si protrae fin dagli inizi della carriera dove ad un impianto di finzione veniva iniettata una ricerca di realismo tangente il contemplativo; c’è stato in passato un esempio di genere documentaristico come Carcasses (2009) che per buona parte della sua durata eludeva ogni vincolo narrativo, ma è con Bestiaire (2012) che Côté fornisce la prova maggiormente anti-fiction dell’intera filmografia. Al contempo risulta difficile intendere questo film come un normale studio zoologico su pellicola, al limite può apparentemente mimetizzarsi nella categoria (in fondo quel che si vede è una lunga carrellata su svariati esemplari di animali), ma è indubbio che non troverebbe mai asilo sul canale di National Geographic perché Côté non ha fini divulgativi o educativi, non si tratta di un lacerto animalista, è piuttosto una digressione tematica che rispecchia una coerenza autoriale cominciata con Les états nordiques (2005). Il cinema di Côté è infatti e prima di tutto un cinema etologico, analisi comportamentale dell’uomo posto nell’ambiente di appartenenza (sempre la provincia quebechiana) con il quale si rapporta spesse volte in modo problematico, il tutto approcciato con un distacco quasi hanekiano. Qui l’oggetto d’attenzione non è più l’Uomo bensì l’Animale, c’è quindi una sovrapposizione evidente che non coincide in modo perfetto perché gli animali di Bestiaire non si trovano nel loro habitat naturale e tale aspetto rende ancora più articolato il film.

Vero che i connotati da “denuncia di sfruttamento animale da parte dell’uomo” non appartengono a Bestiaire, però Côté non disdegna di posizionarsi dentro le gabbie di zebre o leoni che scalpitano come matti nel tentativo di guadagnarsi la libertà. Tali sequenze hanno acceso nel sottoscritto una lampadina interpretativa che non ha pretese di esaustività: l’assistere ad un leone che sbatte violentemente le zampe sulla porta di una cella mi ha subito riportato alla mente un detenuto dietro le sbarre di una prigione. L’operazione di traslazione uomo -> animale risulta una strada percorribile (nell’incipit un cerbiatto imbalsamato è come una modella per disegnatori) e in buona sostanza fortifica il concetto di cinema di Côté ancora una volta silente biologo. Praticamente nell’osservare il musetto curioso di uno struzzo, l’inespressività di un bufalo, il disorientamento di una iena, la goffa statuarietà di una giraffa, il relax di uno scimpanzé, sembra rivedere l’estraneità di persone colte di sorpresa da una cinepresa o incuriosite da essa rendendo Bestiaire una sorta di specchio che ci riflette sotto altre spoglie, superficie non priva di una strisciante inquietudine che sta lì davanti a noi, imperturbabile.

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