domenica 3 ottobre 2010

Ondine - Il segreto del mare

L’ultima fatica di Neil Jordan palpita nell’incantevole scenario di Castletownbere dove un pescatore ex alcolista (Colin Farrell) tira su con la rete una femme fatale che cambierà la sua anonima vita e quella della figlioletta malaticcia Annie.

Jordan è un regista che apprezzo. Non è uno dei miei preferiti, non mi ha mai fatto urlare al capolavoro e forse non mi ha mai realmente emozionato, che aldilà di ogni possibile dissertazione su un film la “questione emozione” ha sempre un peso autorevole nella valutazione, però lo apprezzo. A piacermi è la sua cifra stilistica, sebbene a volte pompata più del dovuto, che contiene una qualità visiva eccellente in grado di alimentare storie altrimenti smagrite se maneggiate da altri registi. Fine di una storia (1999) ne è l’esempio.
Questo tocco magico, che mi piace pensare derivi dalla sua meravigliosa terra natia, si impossessa anche di Ondine (2009), che risulta essere uno delle sue opere migliori nonostante si poggi su un’impalcatura costruita di cliché in cliché; di cui il più vistoso è quello della solita ragazza misteriosa inseguita dai soliti misteriosi uomini in nero.
Ondine però è nelle condizioni di elevarsi grazie ad una messa in scena che fa sublimare il racconto incorniciandolo nei crismi della fiaba. Merito (anche) di Christopher Doyle, direttore della fotografia già collaboratore di Wong Kar-wai e Pen-Ek Ratanaruang di cui sentirete parlare a brevissimo.
Ma merito soprattutto del garbo con cui viene trattata la vicenda; tocco delicato si direbbe, con il quale viene cucita una buona novella che si intreccia con la realtà diegetica tramite gli occhi che più di tutti gli altri sono in grado di sognare: quelli di una bambina, malata per giunta. Al pari di The Fall (2006), ma con minor slancio verso il fantastico, si assiste ad una piacevole invasione della favola nei territori del reale capace di prendere per il naso lo spettatore, e farlo abboccare, anche se solo per un paio di frangenti, al mito della selkie, le donna foca nella mitologia nordica. E tali frangenti sono rintracciabili nel dialogo che Ondine ha con il suo persecutore, o con la beffarda inquadratura che campeggia sulla locandina.

Tutto l’ambaradan della dicotomia leggenda/verità ha il suo climax negli ultimi concitati minuti adombrati dalla mano del male nei quali sussiste la speranza che abbia ragione la piccola Annie, tuttavia siccome è risaputo che le favole non possono esistere rimane un’attesa per capire quale sia davvero l’epilogo.
È un cinema che si permea dell’ingenuità dei bimbi, delle dolci illusioni, dei segreti tramandati di generazione in generazione fin dalla notte dei tempi, e che allo stesso tempo non perde il contatto con la contemporaneità fatta di miserie, uomini cattivi, trafficanti di droga. Due dimensioni che racchiudono il film in un orizzonte di convinte incertezze, allettanti nonché pindarici sogni ad occhi aperti.
Il scontato vissero felice e contenti pone il lieto fine ad un’opera non imprescindibile, ma che a noi duri omaccioni d’Oltre fondo non ha annoiato mai, e che anzi, ma questa è una confidenza top-secret, nei titoli di coda si sono un pochino più felici perché hanno capito che si può ancora credere in qualcosa, forse.

2 commenti:

  1. Io lo voglio vedere!
    Sono sempre affascinata da cià che riguarda le creature leggendarie acquatiche.

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  2. interessante, lo voglio vedere, cercherò di procurarmelo :)

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