venerdì 6 gennaio 2017

The Ornithologist

Film dopo film João Pedro Rodrigues si è confermato uno dei registi più interessanti dell’attuale panorama autoriale mondiale oltre che, restringendo il campo, uno dei migliori, fra tanti altri fuoriclasse, del cinema portoghese, una vera e propria culla di talenti che, guardando in casa nostra, ci sogniamo di avere. Dati alla mano erano sette anni che Rodrigues non dirigeva un film da solo in quanto, come ben saprete, nell’ultimo lustro il suo sodalizio con João Rui Guerra da Mata (comunque presente anche qui nelle vesti di art director) lo ha portato a creare un curioso ponte cinematografico fra l’Europa e la Cina, un collegamento che si attua anche ne O Ornitólogo (2016) ma solo in un breve inserto perché all’interno del film presentato a Locarno c’è ben di più e se vogliamo provare ad analizzare la sua forma, la sua parte più esterna e teoricamente più ricevibile siamo già disorientati: The Ornithologist inizia come un documentario naturalistico con tratti di finzione (le soggettive dei binocoli) ma nel giro di qualche fotogramma inizia a cambiare pelle e il suo essere camaleontico, tra la mutazione e la mimesi, diventa il manifesto programmatico non solo dell’opera in questione ma forse anche di tutta una carriera. Quello che accade lo si lascia alla visione, si sappia, comunque, che Rodrigues sfiora il mainstream di Un tranquillo weekend di paura (1972) e alla lontana le inquietudini di The Blair Witch Project (1999) facendo poi assurgere il tutto in una dimensione quasi dumontiana senza però che si realizzi completamente il processo di trascendenza, sostiamo in una suadente zona ibrida tra la terra (dove sta Fernando) ed il cielo (dove stanno gli uccelli).

Questo dualismo tra qualcosa di oltre e qualcosa di concreto è una costante che si perpetua assiduamente all’interno della pellicola e che ci porta nel suo cuore pulsante: la più originale agiografia che sia mai stata fatta su Sant’Antonio di Padova e probabilmente su qualunque altro Santo del calendario. La biografia del religioso dialoga comunque apertamente col cinema misterico e corporale di Rodrigues tanto che all’interno di O Ornitólogo vivono dei cortocircuiti ammalianti in cui si mette in atto l’antitesi terra/cielo sopraccitata e quindi ecco che il sacro ed il profano si palesano in quanto è vero che il macro-tema della religione è progressivamente sempre più presente nel film, ma è altrettanto insindacabile che Rodrigues si fa sberleffo dell’intoccabile e allora, per esempio, quando Fernando viene rapito dalle integraliste cattoliche cinesi il modo in cui è legato ricorda un po’ il San Sebastiano del Mantegna ma anche un tizio impegnato in una qualche pratica bondage [1], oppure, nella parte che meglio esemplifica tale discorso, l’incontro fisico che diventa scontro letale tra l’ornitologo ed il pastore Jesus, e la contrapposta scena con il fratello gemello Thomas, sono momenti che sublimano tra la carnalità e la spiritualità. Il percorso di Fernando punteggiato dagli eventi appena menzionati e da altri ancora di cui si lascia il piacere della scoperta allo spettatore, è un percorso iniziatico (con le cinesi Fernando, ancora uomo di scienza, nega l’esistenza di Dio, successivamente si metterà a parlare con i pesci come un profeta), un viaggio mistico che comporta una trasformazione [2], anzi, una trasfigurazione totale (dalle impronte digitali cancellate, magari una citazione di Qu’ils reposent en révolte (Des figures de guerre) [2010]? Fino all’apoteosi della metamorfosi con l’avvicendamento tra l’attore Paul Hamy/Fernando e Rodrigues/António) che approda nel soprannaturale (Fernando/António muore e risorge due volte nello spazio di un quarto d’ora) senza però perdere i gradi della finzione (basta guardare l’ultimo atto al chiaro di luna e la sua impostazione teatrale con fumi rossi a fare da sfondo).

Quindi, dopo The Last Time I Saw Macao (2012), il lungometraggio precedente, così diverso ma, per merito della stessa filigrana autoriale che lo cuce, così simile a O Ornitólogo, João Pedro Rodrigues continua ad essere una voce parecchio rispettabile per provare a capire quale sia la direzione che il buon cinema d’essai sta prendendo in questi anni iper-veloci (e una base di partenza imprescindibile sembra essere la commistione dei generi, aspetto su cui il regista di Lisbona ha spinto molto nel corso della carriera), e se vi chiedete quali benefici può portare l’assistere ad un weird-biopic su Sant’Antonio [3], la risposta è sita nel film stesso e nella sempre valida regoletta per cui non è affatto importante il cosa si racconta ma il come, e Rodrigues in quest’ottica è una garanzia.
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[1] C’era un precedente: la tuta in latex nero de Il fantasma (2000).

[2] Eccone un altro: To Die Like a Man (2009)

[3] Ce ne sarebbe anche un terzo che però il sottoscritto non è ancora riuscito a vedere: Manhã de Santo António (2012)

2 commenti:

  1. Sono riuscito a reperire il film in portoghese, ma devo lamentare l'esistenza di un qualunque tipo di sottotitolo in italiano o inglese. Sai se è possibile reperirli da qualche parte?

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  2. http://www.opensubtitles.org/en/subtitles/6827617/o-ornitologo-en

    Dovrebbero essere funzionanti

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