venerdì 13 gennaio 2017

Chevalier

Cinque anni dopo Attenberg (2010), sei dopo Dogtooth (2009), e di cose per Athina Rachel Tsangari ne devono essere accadute parecchie: ha visto, prima di ogni cosa, il consolidarsi di un movimento artistico che ha impressionato molti cinefili del globo, successivamente alla spinta artistica è subentrata una fase di inevitabile rinculo figlia, tra le altre cose, del proliferare di film-fotocopia che non hanno saputo far evolvere il discorso greco, infine con Chevalier (2015) la regista-produttrice è giunta ad una ritrazione che sa di ratifica: la new wave ellenica sta diventando una bassa marea che nemmeno l’influenza gravitazionale di quattro lune riuscirà a sollevare, e probabilmente è anche giusto che la cosa si sgonfi, che assuma altre forme, che si affacci in altri contesti (vedi The Lobster, 2015). Si può anche stare ad esaminare il lavoro della Tsangari trovandovi segnali di stile et collegamenti ad altre opere recenti della medesima cerchia, fatelo pure se avete tempo da perdere, alla fine convergerete comunque in un unico punto: Chevalier è un film che non sa colpire lo spettatore se non in termini di noia derivante da un’inaspettata assenza di un qualcosa che possa irrobustire la sezione “significati” aldilà di quello che si intuisce immediatamente (la competizione c’è già dall’inizio nella foto di gruppo dopo la battuta di pesca).

In generale sono d’accordo con il pensiero di Nicola Settis (link) che sostiene: “alla fine il film parla di una gara a chi è il migliore e non narra altro che questa gara, questo giochino, senza neanche fare una vera e propria analisi sociologica ma anzi cercando una specie di stupida morale ricavata con divertimento e leggerezza”. È esattamente così, e aggiungo: non era neanche indispensabile un approfondimento sociale o psicologico dei soggetti in scena, ma a ‘sto punto sarebbe stato meglio del vicino-niente a cui la Tsangari è arrivata. Il fatto è che mai come questa volta il metodo alieno e distaccato del recente cinema greco infiacchisce paurosamente la proiezione desertificando il gusto di poter accedere all’interno dell’opera. Se ad esempio nei film di Lanthimos l’ironia ha spesso avuto una forte componente caustica, qui i toni comici sono banalmente tali e risulta davvero difficile recepire la loro funzionalità, per chi scrive non è stato affatto appagante vedere un sestetto di uomini che su uno yacht-palcoscenico fa cose stupide in un susseguirsi di sketch filtrati da una pseudo-autorialità, non bastano alcune timide intuizioni che richiamano al fallocentrismo imperante (la locandina con il timone penedotato è esemplare) o all’idiozia adulta che non si è mai scrollata via l’età dell’adolescenza (il patto di sangue in stile boy-scout), è che latita quel mordente che sempre cerchiamo, quella fusione tra il dire e il significato soggiacente che in un film narrativo dovrebbe perlomeno toccarci.

Ma come detto all’inizio è plausibile che la Tsangari stia sondando altri contenitori per proporre il suo cinema e quello della commedia, visti i precedenti, poteva essere una buona variazione. Poteva. La realtà delle cose, come sempre insindacabile, ci serve nel piatto il surrogato di una settima arte depotenziata della risaputa carica detonante, il precipitato che si deposita di certo non fa deflagrare granché poiché sull’imbecillità della categoria maschile si sapeva già “qualcosina” e il ripensare di aver assistito alla sequenza dei banali siparietti in Chevalier mi toglie la voglia di scrivere. Quindi: antío.

2 commenti:

  1. Ciao, bella recensione.
    Dove si può recuperare il fim?

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  2. https://www.opensubtitles.org/en/subtitles/6761833/chevalier-en

    Al link trovi i sottotitoli inglesi e tutte le varie versioni del film rintracciabili in rete.

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