venerdì 2 dicembre 2016

The Lobster

Sarò brevissimo.

Dopo la prima visione che avvenne in sala al tempo della sua distribuzione italica (ottobre ’15), una seconda visione di The Lobster (2015), questa volta casalinga e in versione originale, ha chiarito le idee sul film e sul cinema di Lanthimos in generale. Siamo tutti figli di Dogtooth (2009), un’opera che era arrivata come un meteorite e che ancora adesso penso possa essere considerata un punto fermo per la contemporaneità, non a caso da lì è fiorito un movimento tutto ellenico che per quasi un quinquennio ha attirato l’attenzione di tutti i cinefili del globo. Poi è giunto Alps (2011) e dopo ancora The Lobster: bene. Credo si possano tirare delle conclusioni che così sintetizzo: ognuno di noi ha piacere nel vedere i lavori dell’autore ateniese perché dotati di una scrittura forte e originale, oggetti che non si conformano con il resto e che mantengono alla base un deciso monito verso l’umanità aldilà dello schermo, e qui arriviamo ad un punto interrogativo a cui non sfugge nemmeno l’ultima pellicola presentata a Cannes ’15. È vero che non si conformamo con buona parte della settima arte narrativa che c’è in giro, però, ad oggi, le sue opere si allineano tra di loro e ciò non è bene poiché Yorgos finisce per utilizzare un credo che addita talune istanze genuinamente umane divenute delle schematizzazioni sociali (la famiglia, il lutto, l’amore) attraverso... una schematizzazione, infatti il metodo di Lanthimos si sta dimostrando film dopo film una riproposizione di un preciso modello che fa esclusivamente leva sull’allegoria. È come se per mezzo dei suoi circuiti parossistici e delle sue accelerate paradossali avesse montato una gabbia dalla quale non vuole uscire, ogni cosa che racconta deve passare attraverso il filtro dell’assurdo trasformando così le storie narrate in una algoritmica fiaba caustica dotata di immancabile sottotesto. Con delle imposizioni del genere la visione scema di libertà “esperienziale”, non che The Lobster o gli altri fratellini soffrano di didascalia acuta, assolutamente no, ma latita una possibile e auspicabile apertura verso le vastità delle visioni autentiche. Su quanto appena detto ritengo si possa dibattere in modo da andare oltre agli elogi a senso unico.

3 commenti:

  1. In generale mi ritrovo particolarmente d'accordo con le tue considerazioni, e tutto ciò nonostante io non abbia nulla di realmente negativo da dire sui film di Lanthimos, compreso l'ultimo.

    Però devo ammettere che dopo la folgorazione di Kynodontas (che, come sottolinei giustamente, rimane a ragione un punto fermo e uno tra i film imprescindibili degli ultimi anni) il cinema del regista greco, forse proprio a causa della reiterazione di certi presupposti narrativi (che potremmo approssimativamente definire ironico-distopici) e dell'insistenza in una enunciazione straniante e programmaticamente schematica, ha perso gran parte del carattere sovversivo che si respirava nel suo capolavoro (e ancora, in qualche misura, in Alps). Sarà anche perché molti hanno ricalcato le orme di Lanthimos anche in ambiti decisamente più mainstream, o forse perché noi da spettatori rifuggiamo in un regista la fissità, ma è indubbio che qualcosa sembri scricchiolare nel cinema del regista greco, nonostante The Lobester non presenti gravi mancanze dal mio punto di vista.

    Spero che il suo prossimo film possa smentire i nostri sospetti. Io mantengo ancora una certa fiducia.

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  2. Eh sì Otesanek, cioè in verità non so bene il motivo dei perché, forse, aldilà di tutte le riflessioni possibili, c'è n'è una che sta a monte e che a volte ci sfugge, non è detto che sia la soluzione ma può contenere verità: il punto è che noi spettatori, in quanto esseri umani, col tempo cambiamo e di conseguenza anche la nostra sensibilità verso l'arte e la vita in generale muta. Può essere che io e te si sia arrivati ad un punto che è diverso rispetto ai tempi di Kynodontas, davvero non lo so, anzi lo so e sì, è indubbiamente un altro punto, e non ci si può fare molto se non guardare avanti. Poi si può dire come giustamente sottolinei che i vari epigoni del regista greco non è che abbiano fatto benissimo al movimento, più che fomentarlo mi pare che l'abbiano prosciugato a tal punto che adesso la new wave greca si è praticamente dissolta. I due mentori se ne stanno allontanando, Lanthimos ormai gira all'etsero con grandi star, mentre la Tsangari, con il suo ultimo Chevalier ha mitigato la vena grottesca e ne è uscita fuori una specie di commedia a mio modo di vedere orribile. Insomma, non so quanto valga la pena volgere ancora lo sguardo verso la Grecia, mah! Vedremo... intanto, così a caso, Alps arriva nelle sale italiane la prossima settimana.

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  3. Ma davvero esce ora nelle sale italiane Alps? È incredibile, a me pare di averlo visto ormai una vita fa e, per rientrare in tema, di essere molto cambiato da allora.

    Ad ogni modo, condivido anche le virgole di ciò che hai scritto.

    A presto

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