sabato 24 dicembre 2016

Abbacinante. L'ala destra

Mircea Cărtărescu
2016
Voland; 637 p.
 
Quando muore un fiore, o una mosca, scompare un mondo che non ha nemmeno saputo, per un istante, di esistere. Quando muore un feto abortito e gettato tra rifiuti e spazzatura, si spegne un cosmo raggrinzito prima di avere avuto la possibilità di esistere. L’apocalisse è banale e quotidiana quanto la genesi, in questo mondo che le mescola a ogni istante, genesi-apocalisse o apocalissi-genesi snodata sopra una caule neuronale.

375 + 571 + 637 = 1583. Tante sono le pagine che compongono l’edizione italiana della trilogia Abbacinante pubblicata dalla casa editrice Voland tra il 2008 ed il 2016 a firma del genio letterario Mircea Cărtărescu, scrittore incredibile che ha inciso il suo testo a mano con un inchiostro che mescola tutti i liquidi e gli umori contenuti nel corpo umano: sudore, urina, sperma, saliva, sangue, lacrime, e molto altro che ancora non ci è dato comprendere perché lo sforzo che sta dietro ad Abbacinante dà origine ad un’Opera che non sta dentro le unità di misura, dire che esonda è poco, che esorbita non è abbastanza, che universalizza non è esatto, davvero: non si può parlare di un libro che si aggiunge alla lista delle pietre miliari dell’umanità dall’Odissea ad Infinite Jest, non si può e non si dovrebbe perché il rischio è quello di trasformare il proprio pensiero larvale in una monca protesi del colossale organismo originario, ma è un rischio che va corso anche solo per far sapere al mondo che Orbitor esiste, che è sugli scaffali delle librerie italiche le quali per un miracolo incomprensibile riescono a sostenere il peso di una galassia di carta che non abbiamo mai vissuto, e che, al contempo, conosciamo come le nostre tasche perché come tutti i capolavori di qualunque settore artistico il dialogo che alla fine si instaura con l’annesso fruitore è figliale, ombelicale, leggere Abbacinante è come ripercorrere cent’anni dopo il canale vaginale della propria madre e acquattarsi nuovamente nel tepore ovattante del liquido amniotico.

Si è visto di quanto i postumi di una dittatura annichilente hanno contribuito in Romania al fiorire di un movimento cinematografico che dal 2000 in poi è salito in cattedra, i vari Puiu e Mungiu razzolano ancora oggi nei più importanti Festival internazionali e col tempo si sono costruiti una solida fama nel loro ambito professionale, ma il cinema rumeno degli ultimi anni, pur avendo una radice culturale inevitabilmente simile alle produzioni di Cărtărescu, è un manufatto che vuole aderire il più possibile al reale e che lo viviseziona con fare autoptico, il buon Mircea si colloca invece in una posizione opposta: parte sì da basi concrete, quotidiane e personali, ma innesta all’interno di esse un impianto che deflagra in ordigni di potente surrealtà. Come in fondo molti, se non tutti, i grandi (e non) scrittori fanno, Cărtărescu nel suo romanzo uno e trino racconta essenzialmente la sua storia, in particolare l’infanzia, che è quella di un ragazzino nato in Romania in una famiglia povera e che crescendo ha visto allungarsi sul suo Paese la minacciosa ombra di Ceaușescu fino ad un teso ed inevitabile punto di non ritorno. Quindi, all’interno della trilogia si alternano diversi piani narrativi che riguardano sia la biografia del suo autore che quella della nazione di cui fa parte, ma di certo non si può liquidare così la faccenda: la complessità e la varietà di punti di vista, di narratori interni, di digressioni rendono Abbacinante, e forse specificatamente L’ala destra, il testo massimalista che l’Europa non aveva ancora avuto.

Proprio in questa terza parte le due succitate componenti (storia & Storia) raggiungono apici altissimi in cui Cărtărescu dà l’impressione di poter proseguire oltre l’infinito. Attraverso un linguaggio che è colla e che stordisce tra riferimenti religiosi e voci da manuali di medicina (l’unico appunto lo faccio all’uso esageratamente frequente della parola “cranio”, non so se si tratta di un problema di traduzione ma è un lemma troppo diffuso nel racconto), L’ala destra è sia compendio e approfondimento dell’infanzia/adolescenza di Mircea segnata in modo indelebile dalle figure genitoriali così come è indelebile il ritratto che ci viene offerto dei due, in particolare quello della mamma, sia penetrazione nel tessuto politico della buia epoca di Ceaușescu (e questa è una novità rispetto ai due capitoli precedenti). In entrambi i casi l’ex poeta bucarestino strabilia per la capacità di compiere accelerazioni che folgorano e che divelgono letteralmente i paletti della logica, così piano piano, parola dopo parola, il confine che separa il possibile dall’impossibile si smaterializza e quello che si crea è un tutto che è Tutto, una visione dantesca che si avvicina al divino e, ovviamente, anche al luciferino. Non si contano i cortocircuiti spazio-temporali che crivellano la trilogia, come non si contano i salti in avanti bilanciati da ricordi ancestrali e da altre diramazioni sanguigne che sbocciano da una pagina all’altra, e questo smisurato quadro popolato da miriadi di personaggi che potrebbero essere usciti dal pennello di Bruegel e che invece sono figli dell’immaginazione dello sconosciuto Monsù Desiderio, artista d’apocalissi seicentesco, a sua volta cellula del mondo-abbacinante, arriva ad un suo completamento nella conclusione de L’ala destra, un imbuto dove quel tutto trova una collocazione nell’universo letterario che, alla fine, è l’universo tout court. Di quanto ci sarebbe da dire, mi preme sottolineare il compimento dell’ossessione rivolta al concetto di simmetria che attraversa l’intera struttura, e grazie ad un finale biblico viene sancito lo strepitoso incontro tra Mircea e Victor, tra un’ala e l’altra, tra un riflesso e l’altro, e quello che si scatena è una fine del mondo che si consuma tra l’amore fra due fratelli e l’ascensione di un popolo sottomesso al cielo, tra lo sfolgorio di un fiammifero ed il fragore immane del big-crunch tombale.

Io che non sono niente mi chiedo come abbia fatto Cărtărescu, una volta posto l’ultimo punto al suo monumento di carta, a rapportarsi con le bassezze dell’umano circostante, se scrivi un libro del genere, se dentro la tua scatola cranica gli impulsi elettrici del cervello trasmettono pensieri e idee di questo tipo, non sei una persona come le altre, sei una lanterna, una candela, una fiamma che arde e che irradia un bagliore, è il caso di dirlo, abbagliante. Abbandonate immediatamente qualunque romanzetto voi stiate leggendo e immergetevi subito nei tumulti di Abbacinante, perché ci sono tanti bei libri in giro, ma nessuno è come questo.

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