mercoledì 1 luglio 2020

A báró hazatér

DUE PAROLE SUL LIBRO (CON SPOILER)

Da noi è uscito nell’ottobre del 2019 grazie a Bompiani che credo e spero si sobbarcherà l’onere e ovviamente l’onore di pubblicare quanto è più possibile di questo scrittore ungherese. Perché László Krasznahorkai è un peso massimo della letteratura contemporanea e Il ritorno del Barone Wenckheim è un testo assoluto a cui rivolgere tutta la nostra attenzione, il motivo lo si può rintracciare guardandoci indietro, precisamente agli unici altri due libri tradotti in italiano sempre da Bompiani: Satantango e Melancolia della resistenza (apparso in origine sugli scaffali italici grazie alla defunta Zandonai), ebbene Il barone, rispetto alle due opere appena citate, è di quasi una trentina d’anni più “giovane” e quindi scritto e pensato in una realtà più vicina al nostro mondo odierno, e il Krasznahorkai che vi ritroviamo è uno scrittore in splendida forma, uno che deborda, ma per davvero, che non usa punti a capo e di conseguenza nemmeno capoversi, sicché le sue pagine sono blocchi granitici grondanti di parole, un profluvio di periodi-fiume difficile da equiparare allo stile di altri colleghi di oggi (perfino Pynchon, il massimalista dei massimalisti, tende a far rifiatare il lettore ogni tanto). La lettura del Barone si è rivelata molto interessante anche perché è stato il primo contatto con Krasznahorkai non preceduto da una visione cinematografica, non che i capolavori di Béla Tarr Satantango (1994) e Le armonie di Werckmeister (2000) abbiano depotenziato i loro corrispettivi stampati su carta, però, sai com’è, vedendo si incamerano situazioni, si creano immaginari che a volte inconsciamente entrano di forza nella testualità della pagina, qui un tale processo non si è potuto verificare (e il mio lato cinefilo ne è rimasto un po’ dispiaciuto, chissà cosa ne sarebbe uscito dalla cinepresa di Tarr...) per cui il vergine tuffo nella soffocante densità di questo romanzone ne ha implementato l’apprezzamento, fermo restando che, in piena tradizione tematica, alla fine pur sempre della Fine si tratta, ma all’Apocalisse conclusiva ci si arriva a piccoli passi affastellando una coralità di personaggi che assurge essa stessa a Personaggio Principale visto che, il timido e dimesso Barone, esce di scena ben prima che si arrivi al termine della storia. In estrema sintesi mi sento di dire che si tratta di un libro maiuscolo, uno dei migliori titoli del 2019.

ALTRETTANTE SUL FILM

Verso l’inizio si ha un tonfo al cuore, lo stesso che si prova per una persona che una parte di te non ha mai lasciato andare via, Ádám Breier, infatti, utilizza paraculisticamente le musiche di Mihály Víg per introdurre il ritorno di László, ché di questo si tratta: di un ritorno, in pratica viene instaurato un sottile gioco di rimandi tra la narrazione del libro e il documentario facendo sì che il Barone Wenckheim diventi Krasznahorkai che dopo molti anni fa visita a Gyula, la sua cittadina natale. L’idea è gradevole ed è intensificata dalla scelta di inserire una voce esterna che legge stralci di testo aderenti alle immagini in video, però, al di là dell’escamotage strutturale, A báró hazatér (2018) vale una visione per la vicinanza che ci permette di avere con uno scrittore elusivo, misterioso, ma comunque uno che è dentro la storia del cinema autoriale recente oltre che, da anni, un papabile per il premio Nobel. Perciò, nonostante Breier ci dica che tutte le richieste di mostrare al pubblico il lato umano di László furono negate da lui stesso, Krasznahorkai-persona emerge eccome e ci dà modo di comprendere il substrato autobiografico del Barone (i luoghi sulla mappa del libro e su quella della realtà: sono i medesimi) insieme a molte altre cose, tipo il racconto sui suoi genitori, il fatto che da giovane suonava in una rock band (ma ce lo vedete?!), il primo incontro con Tarr (considerato a primo impatto un modaiolo che ascoltava David Bowie) e tanti altri dettagli che aiutano a capire quali sono i confini (che forse nemmeno ci sono) della letteratura, concetto trasmessoci dall’ultimo affascinante monologo pronunciato da quest’uomo dagli occhi tersi come un cielo in estate. Se A báró hazatér ha un limite è che può essere fruito appieno solo da chi ha confidenza con certe manifestazioni audiovisive provenienti dall’Ungheria dagli anni ’90 in poi, è anche vero che chi non ha avuto contatti con la triplice alleanza Tarr-Krasznahorkai-Víg ha in seno un limite ancor più paralizzante che andrebbe divelto il più presto possibile, lo dico per il loro bene.

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