mercoledì 27 giugno 2018

November

A questo punto possiamo dire di aver scovato un altro alfiere del cinema estone, dopo Sulev Keedus e Veiko Õunpuu è la volta di Rainer Sarnet di cui ignoriamo i lavori precedenti (e sulla carta non sembrano troppo appetitosi) ma non quelli presenti, anzi: quello, November (2017), nonostante sia “solo uno” saprà attirarsi – come già ha fatto – una meritata attenzione dagli appassionati di mezzo mondo, e chi scrive può affermare che da tempo non si assisteva ad una manifestazione del genere in grado di appaiare un taglio estetico di primissimo livello ad un impianto narrativo venato da profonde faglie dedite al fantastico, probabilmente sarò influenzato dalla nazione d’appartenenza ma il primo film che viene da associare è proprio The Temptation of St.Tony (2009) che divide con November il responsabile della fotografia, tal Mart Taniel, collaboratore di Õunpuu fin dal lontano Tühirand (2006). Quindi: un racconto che parte dalla carta (vergata da Andrus Kivirähk) e si sviluppa su una forma-percorso che, banalmente, è un godimento per gli occhi, e oltre alla brillantezza dei potenti contrasti bianconeri schiudiamo scrigni di weirditudine (i kratt švankmajeriani quanto sono belli?) bilanciati da un filato fiabesco uscito dalla penna di un Krasznahorkai in vena di romanticismo. Se non si innova, e Sarnet non lo fa, è ammirevole tentare una variazione sul tema, cosa che di contro Sarnet fa, del resto di villaggi sperduti in balia di forze oscure ne abbiamo visti a iosa ed il fatto che November non risulti particolarmente derivativo è un ottimo punto a suo favore.

Nei quasi centoventi minuti di proiezione si profila la rappresentazione di uno smarrimento umano scalfito nel carbone e nella neve, un approdo riguarda la quasi indifferenza verso Cristo il cui corpo viene sputato dai villici poco dopo la Comunione per rendere le pallottole più performanti, ne consegue che il quadro mefistofelico del regista tende a lasciare gli abitanti del paese in una corrente occulta dove accadono cose che abbattono il muro del reale, si avanza, a volte, per frammenti, per episodi, per scene di accumulo dotate però di un’energia icastica esagerata, il tutto (fantasmi che tornano dall’aldilà; patti col diavolo; mutazioni animali; piaghe bibliche; streghe e pozioni) contribuisce a modellare un Mondo assolutamente credibile nell’incredibilità che propone, il che, onestamente, mi sembra una grande impresa portata a compimento da Sarnet e dall’intero staff (menzione obbligatoria all’elettricità soffusa di Michał Jacaszek). Il tessuto sentimentale si coniuga all’atmosfera da fine dei giorni con sotterranea speranza, l’unica dell’opera, impersonificata da Liina, luce che trema nell’atra notte, e rivolta al coetaneo Hans con l’amore puro e incondizionato delle favole, tuttavia questa è una fola sui generis ed il presentimento che puntuale si avvera è che non ci sarà possibilità di librarsi nel cielo (d’altronde... “che fiori pensate di raccogliere a novembre?”), al contrario l’epilogo è una discesa subacquea (da vedere il parallelo tra la ferita sul costato di Gesù ed il corpo di Liina che affonda sotto la superficie del lago) suggellata da un bacio che sa di addio.

November, in sintesi: siamo nel cinema autoriale e siamo dove la solennità è una sensazione che si avverte con gli occhi, è un film di e per sciamani, usa l’alfabeto della vecchia galassia sovietica aggiornandosi alle traiettorie odierne come fece German nel suo immane testamento, e pur essendo visivamente impeccabile ama rimestare la lordura del fango e della merda, ipnotizza degli esseri umani che sono dei poveri bifolchi, li muove su una scacchiera pagana piena di zolfo e amuleti, fa poesia, anche, e ulula angosciato nel gelo della steppa.

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