domenica 8 aprile 2018

2665

Due anni dopo.

Ho deciso di comprare la casa dove sono stato in affitto con lei. Tutti mi hanno detto ma come, perché vai a vivere in un posto che ha segnato la fine di una lunga storia, e a tutti ho risposto che ormai è passato un bel po’ di tempo e che il proprietario mi ha fatto un ottimo prezzo.

Prima dei vestiti e delle stoviglie ho portato i libri, alcuni, come Dieci dicembre, La cognizione del dolore e I dispiaceri del vero poliziotto erano già stati lì, nello stesso posto, sulla mensola in ardesia di fronte al letto. È confortante alzarmi al mattino e vederli tutti ritti sulle loro costine colorate, un arcobaleno orizzontale ricolmo di parole.

Quando preparo la cena e aspetto che l’acqua bolla appoggio il mento sui pugni e seduto al tavolo chiudo gli occhi. Non voglio ricordare nulla eppure sento nella stanza affianco delle mani che pescano le mollette per stendere dal cestino in plastica, l’anta di legno dell’armadio che scorre, la pressione di un peso sulle molle del divano, un cubicolo apribile pieno di trucchi riposto nello scaffale, una voce che parla al telefono in giardino. Non voglio ricordare niente, devo buttare la pasta.

La luce azzurrina del pc illumina le mie serate. Ho letto su Internet che in Danimarca ci sono dei posti in cui la gente va a fottersi i cani. Bordelli con animali. O a farsi fottere dai cani, se ne hanno voglia. Sul mobile del salotto, proprio là sopra, c’era una nostra foto dove io avevo il braccio ingessato. Fuori dalla finestra intravedo uno spicchio di città illuminata. A Mosul, invece, pare che i cani, abituati ormai ad azzannare i cadaveri abbandonati per strada, siano diventati dei mostri che attaccano ferocemente l’uomo per mangiarselo. Dormo profondamente e faccio incubi tremendi.

In primavera la parietaria cresce selvaggia tra le minuscole fessure del muro che delimita il giardino, in inverno secca ed il vento la spianta fino a trascinarla in un angolo vicino allo sgabuzzino, poi la pioggia battente compatta tutto. Quando mi accingo a ripulire e alzo quella lastra di palta è come se scoperchiassi un cranio in cui si annidano colonie di lombrichi.

Un’emersione improvvisa: ci eravamo lasciati da poche settimane e io ero tornato dai miei. A lavoro mi avevano offerto di passare una settimana a Dublino per incontrare certi clienti, accettai e con il primo pomeriggio libero decisi di camminare fino alla baia della città. Lasciai in St Stephen’s Green il vociare delle scolaresche e dei turisti per seguire una lunga strada trafficata che tagliava a metà una bella zona moderna con alti grattacieli e palazzi scintillanti, il cielo era azzurro ed anche io dentro mi sentivo azzurro, ma fragile e solo, e a mano a mano che procedevo su una cartina stropicciata le case invecchiavano, perdevano piani, le vetrine dei charity shop esibivano robaccia sottratta alla pace eterna di qualche polverosa soffitta, passeggiando sfioravo ragazze incinte esageratamente abbronzate che spingevano carrozzine di seconda mano, poi, superato un piccolo parco, le abitazioni divennero ancora più piccole, monofamigliari, oltre le tendine qualcuno guardava una partita di calcio gaelico mentre dei bambini fuori dalla porta si rincorrevano dicendo cose incomprensibili, nonostante i processi di riurbanizzazione si capiva che quelle, un tempo, erano case di pescatori, e infatti il mare si scorgeva all’orizzonte in una linea di spuma bianca lontana, sotto i miei piedi lo sfrigolio della sabbia iniziava a sostituirsi all’asfalto, presi l’imboccatura che conduceva alla spiaggia per ritrovarmi su una distesa ocra che sembrava sconfinata, il mare continuava ad essere una riga bianca fusa col cielo: non avevo mai visto da vicino la bassa marea. Mi sedetti proprio dove qualche ora dopo l’acqua avrebbe ricoperto tutto e pensai a te che eri a migliaia di chilometri di distanza.

Trovo spesso rifugio nel calore del termosifone. Mi siedo su un micro-pouff arancione con sopra stampato uno smile sorridente e appoggio la schiena sulla ghisa del calorifero. La fronte trova posto nell’incavo delle ginocchia unite e le braccia incrociate proteggono il mio stomaco. Sto così per ore fino a quando la notte si fa densa e dal pavimento del salotto emerge un imponente fuso che ruotando su se stesso arrotola un filo di lana nera proveniente dal soffitto.

Al piano di sotto abita ancora il Comandante. Una volta sono entrato in un suo sogno: lui era al timone di una nave mercantile che aveva appena salpato da Singapore e io un giovane marinaio che lo ascoltava rapito mentre raccontava di alcune sirene che aveva visto al largo delle Azzorre. Una, diceva, assomigliava a mia moglie.

La muffa ha invaso la camera da letto, sulla parete sud, quella che dà sull’esterno, una sottile peluria verdastra ne ha ricoperto l’intera superficie, avvicinandomi ho notato che le macchie in realtà sono delle complesse forme geometriche al cui interno si muovono microscopici esserini impegnati a fare chissà cosa, è possibile che il mio occhio, banalmente marrone, sia per loro un sole abbacinante.

È successo ieri sera, mentre dormivo. Ho avuto paura. È iniziato con un leggero picchiettio, credevo ci fosse qualcuno nella stanza invece il rumore giungeva dai libri sulla mensola d’ardesia, da uno in particolare, il più alto e spesso: ho avuto davvero paura. Una corona di luce ne circondava i bordi mentre il tomo continuava a tremare come se fosse percorso da scariche elettriche, allora ho sfilato via 2666 ed ogni cosa intorno a me, la casetta, i muri giallini, l’armadio Ikea, il divano rosso con gli scarabocchi dei bambini che c’erano stati prima di noi, le sedie in legno pieghevoli, i piatti comprati in un mercatino dell’usato, le catenelle dell’uncinetto, gli addobbi natalizi stipati in un sacco dentro lo sgabuzzino, le due tazzine viola pagate pochi euro, il soffione della doccia che aveva visto innumerevoli volte i nostri corpi nudi, Io, Tu, ogni cosa si è smaterializzata nello splendore dell’oblio.

Perché tu sei, tu sei dentro di me 
e poi tu sei molto più forte di me
(Lucio Dalla - Domani)


"TU SEI LALO"

La prima cosa che ho sentito è stato il pelo dei miei fratellini ricoperto dalla calda materia organica che ci aveva cullato per due mesi, poi è arrivata la ruvida lingua della mamma a ripulirmi la schiena e la coda, infine il latte dalla morbida mammella che tutti succhiavamo avidamente come se fosse la nostra unica ragione di vita. Solo dopo un paio di settimane ho capito che ero nato in un magazzino abbandonato ricolmo di sacchi di patate i cui germogli stavano iniziando a bucare l’ordito di iuta, c’era solo una finestrella crociata lassù in alto da dove ogni tanto un fascio di luce si proiettava sul pavimento polveroso rivelando un universo di micro-pianeti in sospensione. Dissi il mio primo bau quando finalmente uscii insieme alla mamma e ai miei fratelli fuori dal deposito, intorno a me vedevo solo lunghe gambe glabre che si muovevano di qui e di là, carretti ricolmi di pesci ancora vivi, polipi ammucchiati dentro secchi di pittura, metri e metri di sfilacciate reti arancioni intrise di salino, galleggianti pronti a sfidare la rabbia delle onde scavalcandole con noncuranza, e io muovevo le zampe in mezzo ad un mondo che mi sembrava un bellissimo destino, pieno di avventure e corse a perdifiato, almeno fino a quando qualcuno che trascinava l’elica arrugginita di un motore non mi diede un calcione sul fianco facendomi molto male e allora gli dissi proprio così: “bau”. Ben presto capii che loro, i pescatori, non erano tutti uguali, alcuni, quando tornavano al tramonto dalle loro battute di pesca, lanciavano dalla barca dei grossi naselli luccicanti che azzannavamo al volo sul ciglio della banchina ululanti e festanti, il sapore salato del pesce e la polpa fredda che si disgregava sotto i denti è un ricordo che mi trasporta indietro nel tempo, in una bolla di pura felicità dove comunque lo spazio è occupato inevitabilmente da lei. Non so dire, adesso, come iniziò, so solo che una mattina mentre gironzolavo per il villaggio una voce mi chiamò, ed io, che non avevo mai avuto un guinzaglio, avvertii al contatto delle sue mani che mi lisciavano il pelo di volerne uno, ma invisibile, di una materia che no, non credo si possa spiegare se non sentendosela dentro, e lei che continuava delicata a dedicarsi a me disse che mi chiamavo Lalo e io non ebbi dubbi sul fatto che quello era sempre stato il mio nome, anche se non l’avevo mai saputo. Tutte le mattine mi presentavo alla sua porta con il cuore pronto a battere per ogni corsa ed ogni rincorsa tra le stradine bagnate del centro, a rotta di collo dribblando cassette di frutta e signore dai culoni tondi con la cena nei sacchetti destinata ai mariti affamati, non c’era tempo per respirare se non quando arrivavamo sulla sommità di una collinetta da dove potevamo scorgere il promontorio che si inabissava nell’acqua, lì mi addormentavo tra le sue braccia dondolato da un respiro regolare che era brezza, che era respiro e di nuovo brezza, e più volte ho sognato di essere un pescatore alto e bello con la pelle temprata dal sole e gli occhi marroni che ritornava a casa prima della sera, in una casetta dai muri giallini, dove lei mi aspettava con un vestito a fiori. Poi ritornando al magazzino e accoccolandomi sul mio sacco di patate preferito chiedevo a me stesso perché? Perché io? Perché noi? Che cos’era questa capacità di potere percepire cosa lei provava nello stesso istante in cui lo provavo io? Come era possibile che al mondo esistevano delle prossimità così indispensabili di cui nessuno, né la mamma né i miei fratelli, mi aveva mai raccontato? In quel periodo i germogli che stavano nascendo dai tuberi mettevano già le prime foglioline verdi, avevo pace nel sonno, due braccia pronte ad accogliermi al mattino ed un nome che era solo mio e suo, non avevo bisogno di altro.

Arrivarono di notte perché facevano parte di essa. Per la prima volta la porta del magazzino si spalancò emettendo un clangore di catene arrugginite e ossa tritate, sulla soglia la sagoma nera era a capo di una lunga fila, i loro bastoni, nel silenzio del villaggio, schioccavano sui palmi delle mani aperte, drizzammo le orecchie, la mamma mostrò i denti ringhiando, fecero il primo passo e poi fu solo sangue: non serviva mordere, erano più forti, e non serviva nemmeno guaire perché non avevano pietà, le bastonate tagliavano il buio scaricandosi sulle nostre spine dorsali, la polvere che saliva dal pavimento ci annebbiava la vista, una luna tonda era sulla stessa traiettoria della finestra crociata, da lì potevo vedere quattro spicchi luminosi nel cielo nero mentre tutto ciò che rimaneva della mia vita stava finenendo nella rabbia delle ombre senza corpo. Quando venni avvolto da qualcosa che sembrava uno dei sacchi delle patate ma più liscio e freddo venni sollevato dal suolo e trasportato all’esterno, ero di nuovo nella pancia della mamma? Poco dopo fui liberato in un angusto spazio oscuro, tanfo di escrementi, vicino a me c’erano altri due dallo sguardo rassegnato, chiesi loro che cosa stava succedendo, dove ci trovavamo, e uno dei due disse che la carne degli esseri umani, sebbene un po’ dura da masticare, aveva un ottimo sapore, e allora domandai più a me stesso che a loro cos’era un essere umano, nessuno rispose e un rumore meccanico fece vibrare il vano in cui mi trovavo, qualcosa si mosse: eravamo noi, allora capii che in quel preciso momento finiva un’esistenza e ne cominciava un’altra, che non ci sarebbe più stata nessuna alba arancione né il profumo della salsedine portato dalla tramontana, basta panorami dalla collina, stop alle folli corse nel mercato inseguiti dai pescivendoli, addio alle lotte furibonde con i gatti smilzi che vivevano tra gli scogli, e soprattutto addio a lei, a quello che eravamo insieme e che non avrebbe mai conosciuto un futuro. Mentre ci spostavamo verso chissà dove e i miei compagni dormivano nervosamente rantolando bestemmie e improperi, vidi comparire al centro del rettangolo in ferro uno strano oggetto, alto, affilato, quasi indistinguibile nel buio, che girando su stesso attorcigliava un filo nero pendente dal tettuccio.

Il viaggio durò mesi, forse anni, ci furono molte tappe intermedie ed ogni volta che qualcuno moriva durante il tragitto veniva subito rimpiazzato da qualcun altro, e visto che ormai ero uno dei più longevi dicevo sempre ai nuovi arrivati che la carne degli esseri umani, sebbene un po’ dura da masticare, aveva un ottimo sapore. Le ombre ci nutrivano con pane secco e acqua sporca, nessuno di noi riceveva una carezza da un tempo tale che ormai eravamo affrancati dal bisogno stesso di calore, i ricordi erano così sbiaditi che il periodo passato al villaggio mi sembrava appartenere ad un’altra memoria tanto che, a volte, quel sogno ricorrente in cui ero un pescatore mi sembrava l’unica ed incontrovertibile verità. Nella noia delle giornate passate nel silenzio scalfito dal ronzio del motore ero arrivato a pensare che ciò che stavo vivendo poteva essere una specie di morte, che magari ne esistevano tante diverse, che forse ero trapassato durante il raid nel deposito e che tutto quello che stava accadendo non avrebbe mai avuto una conclusione, ma mi sbagliavo: perché quando venni trascinato giù a forza, pelle e ossa, mezzo cieco e quasi sordo, fui investito da un’aria gelida che mi tolse il respiro e notai che il paesaggio intorno era ricoperto da una sostanza bianca che precipitava dal cielo, sotto i miei polpastrelli ne avvertivo la consistenza farinosa e bagnata. Eccomi lì, tremante, con un’ombra al mio fianco in attesa che la porta davanti a noi si aprisse, ecco, poi, il battente che cigolando si spalanca ed io che entro in un altro mondo, io che, semplicemente, non ero già più io.

Questa è la stanza dove ho vissuto per un tempo che non saprei definire perché, a dirla tutta, non ho mai capito cosa sia il tempo:

E questo è stato quello che ho imparato a considerare Il Mio Padrone:

Lui stesso aveva un Padrone e spesso ci riunivamo tutti insieme facendo cose che non riuscivo a capire e che mi impedivano di dormire. Non avevo più un nome, non ero più Lalo, me ne avevano dati altri molto strani come posacenere, rottinculo, mangiammerda, succhiacazzi, frociobastardo, leccapiscio. Il ricordo di lei, davvero liso e flebile, era ciò a cui mi aggrappavo anche se il pensiero di morire era divenuto un agognato desiderio, sì, non pensavo alla morte, la desideravo.

Cicatrici/Ferite/Pustole/Tagli/Sperma/Sputi/Calci/Bruciature/Siringhe/Vibratori/Fruste/Urla/Urina/ Peli/Croste/Sudore/Diarrea/Zecche/Vomito/Sangue/Denti/Vermi/Lingue/Guanti/Divaricatori/Tacchi/ Abrasioni/Catene/Museruole/Cinture/Morsi/Capezzoli/Bile/Strap-on/Collari/Pus/Manette/Cerume/ Dildi/

Ho imparato che quanto accade di notte non appartiene a me, per questo non sono sicuro se quello che è successo ieri mentre dormivo sia frutto di un’allucinazione o meno, di certo ho avuto paura. È cominciato con un lontano tump-tump, mi è parso per un attimo che qualcuno si trovasse nella mia stanza, ma in realtà il rumore arrivava dal muro laido e gonfio di umidità, era come se dall’altra parte vi fosse un congegno elettrico ad un passo dalla detonazione, invece, con assoluta naturalezza, d’improvviso un rettangolo della parete è scivolato nello spazio attiguo ed un caldo fascio luminoso mi ha raccolto da terra per farmi planare verso il chiarore della fessura trasformandomi nel gamete maschile di mio padre diretto in quello di mia madre, rinascere non per rinascere ma per chiudere finalmente un cerchio o aprirne un altro, ritornare al passato che è già futuro e sciogliermi nelle miriadi di esistenze che circolano e si incrociano come girini nello stagno dell’eternità.

O

Sette anni dopo.

Sono di nuovo nel villaggio ma non c’è niente che io riesca a riconoscere.

I nostri fantasmi prendono il caffè in cucina e guardano il centrotavola pieno di petali secchi e profumati, io, in lacrime e ossa, cerco di non fare rumore. Cerco di non provare dolore.

Il magazzino dove sono nato è un cumulo di macerie dal tetto sfondato, intorno sono state costruite delle nuove abitazioni ma questo mio mausoleo personale non è ancora del tutto scomparso, da fuori è possibile vedere dei ciuffi verdi che sbucano dall’uscio. Sono piante di patate.

Non penso a niente in particolare. Solo durante quegli strani dormiveglia ho l’illuminante consapevolezza che tu, anche se magari con il cuore stretto da altre mani, mi stai pensando.

Non ci sono nemmeno più pesci qui. Alcune imbarcazioni abbandonate con le chiglie ricoperte di viscido muschio dondolano attraccate alla banchina dove aspettavamo il crepuscolare rientro dei pescatori. Dove sei finita? Ti ho immaginata mille volte venire a cercarmi dopo quella notte, avrai visto il sangue e forse il corpo esanime di alcuni dei miei fratelli trucidati, allora sarai salita sulla collina in cerca di conforto nell’infinità del mare e ti sarai messa a piangere esattamente come sto facendo io adesso, annuso un vento che spererei sapesse di te e che pettina l’erba circostante. Il cielo è azzurro e anche io, dentro, mi sento azzurro.

La figlia di una coppia che spesso invitavamo a cena mi ha visto per strada senza riconoscermi. Sono cambiato. Ho perso molti capelli e sono dimagrito. Perdere, perdere e ancora perdere. Il senso non ammette interpretazioni ulteriori: prosciugati, inaridisciti, disidratati, fossilizzati, mummificati. Ci siamo poi incrociati nuovamente pochi giorno dopo, mi ha riconosciuto e con una punta di stupore ha chiesto che cosa facessi lì, allora le ho spiegato che ero tornato.

Poi sono sceso lungo il declivio della collina.

Anche se è primavera mi piace ancora appoggiare la schiena al calorifero. Quando la lavatrice finisce la sua corsa vorticosa tiro fuori dal cilindro d’acciaio la copertina di pile che è quasi asciutta.

E sono giunto sulla spiaggia ocra.

Riciclo le buste della spesa infilandole in una specie di pupazzo cavo appeso vicino al contatore della luce.

La sabbia è ancora umida, mi ci sono adagiato sopra guardando l’orizzonte che è mare, che è orizzonte che è di nuovo mare.

Lavo i piatti sempre. Sempre. Non mi piace lasciarli ammucchiati nel lavello.

1 commento:

  1. ...semplicemente FLUIRE COME...:-) "Pì"..SEI UN GRANDE...

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