domenica 7 giugno 2009

Grido di pietra

Hinerkofler (Vittorio Mezzogiorno, padre di Giovanna) detto Roccia, soprannome che deriva dalla sua bravura da alpinista, e Martin, campione di arrampicata sportiva.
Due uomini e una montagna, Cerro Torre, una guglia di ghiaccio e pietra situata sulla catena delle Ande tra Argentina e Cile.
Roccia e Martin dunque, il primo ha anni e anni di esperienza alle spalle, il secondo sostiene di potersi arrampicare su qualunque superficie che abbia almeno 15 millimetri di sporgenza. Una sfida per misurare se stessi, e misurarsi tra loro. Dopo parecchie vicissitudini la scalata si trasforma in una gara, la vittoria vale un sogno.

Insomma...
Potrei dire che questo non è il miglior Herzog, ma il fatto è che Grido di pietra non sembra neanche un suo film. In effetti il regista bavarese, caso eccezionale, si occupa soltanto della regia mentre la sceneggiatura scritta a tre mani si basa su un soggetto del celeberrimo alpinista Reinhold Messner che aveva già collaborato con Herzog per il documentario The Dark Glow of the Mountains (1984).
L’ambientazione glaciale sembra influire sulla storia che di riflesso è rigorosamente fredda, poco avvolgente. La rapidità con cui viene decisa la prima spedizione fa un po’ storcere il naso, al pari del triangolo amoroso fra Roccia, Martin e Katharina che sembra messo lì giusto per dare un po’ di pepe alla vicenda (senza riuscirci).
Adesso non vorrei stare qui a dire cose del tipo “Ah se c’era Kinski (che tra l’altro moriva proprio nel 1991) sarebbe stata un’altra cosa”, ma il personaggio di Mezzogiorno è troppo anonimo: un tizio che vuole scalare una montagna deve avere qualche “sana” rotella fuori posto, lui sembra così formale, così rigido. Allora molto più valido lo scalatore pazzo che ha perso quattro dita su Cerro Torre, sembra realmente segnato (e legato) a quella montagna.
Ne Il mondo contemplativo di Werner Herzog, documentario dell’89 e quindi precedente a questo film, il regista afferma che nelle sue opere non è possibile dal punto di vista tecnico rintracciare uno stile preciso, Herzog dice di non porsi mai il problema di come girerà una sequenza: arriva sul set e assorbe fisicamente la scena, fare il contrario vorrebbe dire per lui scrivere una lettera d’amore facendo più attenzione alla calligrafia che al contenuto.
Beh, vero è vero, ma tant’è il finale di Grido di pietra, in cui è stato fatto uso di uno storyboard, ovvero un disegno preventivo delle inquadrature, è forse la cosa migliore del film. Aldilà della perizia con cui è girato (è uno dei set più estremi della sua carriera), il finale, di cui non scriverò niente per non rovinare la sorpresa, ha un retrogusto amaro, una vera e propria inaspettata beffa. Inoltre è parecchio evocativa quella ripresa che gira intorno a Roccia giunto in cima alla montagna, mi ha ricordato un po’ la conclusione di Aguirre (1972).

Insomma.
Se Herzog “sente” poco suo Grido di pietra ci sarà un motivo. Non così male, ma neanche così bene.

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