mercoledì 3 giugno 2009

Fire

Fire (1996) è il primo capitolo della trilogia degli elementi di Deepa Mehta, gli altri due film sono Earth (1998) e Water (2005).
Dire che so poco del cinema hindi è un eufemismo, non conosco un regista, un attore, una casa di distribuzione, niente di niente. L’unico contatto che ho avuto con questo mondo è avvenuto parecchi anni fa con Salaam Bombay! (1988), ma oltre a non ricordare più nulla di quel film, credo che esso sia solo la punta dell’iceberg, scendendo in profondità c’è un vero e proprio universo tutto da scoprire.
Deepa Mehta, laureata in filosofia a Nuova Delhi ma residente da molti anni in Canada, è considerata dalla critica una delle migliori registe indiane degli ultimi anni. Nonostante queste premesse ero partito un po’ prevenuto pensando ad un eventuale professionismo dozzinale e scadente. Col cavolo, Fire potrebbe portare la firma di un qualunque regista occidentale che non si avvertirebbe alcuna differenza.

In breve: in un ristorante a gestione famigliare si incrociano le vite di due donne: Radha e la giovane Sita, rispettive mogli dei due fratelli Ashok e Jatin. A completare il quadretto vi sono Biji, la nonna muta ed immobile, ed il servo innamorato di Radha che si masturba guardando film porno.
Trascurate dai mariti, Radha e Sita sfiorano le proprie anime fino a lasciarsi trasportare dalla passione ardente (eh sì), ma il nucleo famigliare non può accettare questo amore e così le due decideranno di andarsene via insieme.

Come direbbe Pizzul, tutto molto bello.
Brilla la fotografia avvolgente con toni caldi che dall’arancione sfumano nell’oscurità delle ombre segnata dalle piccole lucine della città. Da ricordare il bacio in controluce fra le due donne dove i lineamenti di esse si fondono insieme. Ma che belle anche le ambientazioni esterne che mi hanno catapultato nei mercatini indiani o nei palazzi arabeggianti dai contorni tondi, e come non citare il ristorante che appare rustico ma non grezzo, naturale ma non rozzo.
Qui, comunque, si parla di fuoco, e in qualche modo ogni personaggio “brucia”. Aldilà della relazione fra Radha e Sita, anche Ashok è eroso dalla sua devozione verso un guru al punto che sceglie la via della castità, e pure Jatin ed il servo sono infiammati dal fuoco. Il primo verso una giovane ragazza di Hong Kong con cui ha una relazione extraconiugale che non riesce a tranciare, ed il secondo verso la bella Radha che però non potrà mai avere e allora sfoga la sua frustrazione (la sua passione) masturbandosi dinanzi alla vecchia Biji. Mehta dirige l’orchestra armonicamente, ed ogni interprete ha il suo spessore personale e la sua ragione di calcare la scena: anche Biji, praticamente un fantasma, è artefice di simpatici siparietti con gli abitanti della casa che alleggeriscono la narrazione.
Ci sono due difetti a mio parere: il primo è un’inezia, si tratta della pronuncia inglese degli attori che sembra quasi scolastica, leggermente impostata. Per me che non sono proprio madrelingua è un bel vantaggio, ma per un inglese o un americano il suono di alcune frasi risultererà un po’ buffo. Il secondo è più riprovevole, e riguarda la genesi della liaison fra le due donne. Ho come avuto la sensazione che la regista abbia forzato la psicologia personale di Radha e Sita al volere della storia, ovvero: le due donne diventano omosessuali perché hanno problemi con i rispettivi mariti… Mmm, mi è parso un escamotage poco convincente in quanto il cambiamento di orientamento sessuale è troppo repentino.
Sono due difetti che però vengono compensati dall’ammaliante atmosfera, e non inficiano sul livello della storia che resta comunque alto.

1 commento:

  1. per saperne di più sul cinema hindi:

    http://cinehindi.blogspot.com/

    troverai anche la recensione dell'ultimo film della mehta: 'videsh heaven on earth'

    ciao

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