lunedì 2 luglio 2018

Il sacrificio del cervo sacro

Abbiamo già ampiamente decodificato il sistema-Lanthimos: partire da un tema portante (la famiglia; il lutto; l’amore) e trasportarlo in un meccanismo paradossale dove attraverso una spinta esacerbazione si metaforizza il tutto, non voglio parlare esplicitamente di dispotismo ma lo ricreo in scala in un nucleo famigliare altamente deviato, non voglio apparire didascalico nell’affrontare i sentimenti umani per cui imbastisco un’allegoria dei suddetti portata all’esasperazione. Con Il sacrificio del cervo sacro (2017) le cose stanno così: non voglio trattare in modo diretto l’argomento “senso di colpa” pertanto mi impegno a vestire tale miccia narrativa con uno script che trasla la materia in oggetto dentro ad un focolaio consanguineo. I limiti di un approccio del genere, ovvero che il regista greco pur apparendo anticonvenzionale alla fine non fa che conformarsi a se stesso autoimprigionandosi in una gabbia figurativa, li avevo ravvisati ai tempi di The Lobster (2015), adesso non c’è stato un cambiamento significativo, magari con il film presentato a Cannes ’17 ci si può impegnare a scovare qualche divergenza (parliamo, forse, di un apparato simbolico un po’ meno manifesto rispetto al passato), ma il cuore dell’opera batte in sostanza la medesima strada. La portata illogica entra prepotentemente in campo quando il diabolico Martin scopre le carte e si mostra per quel che Lanthimos ed il fido Filippou hanno voluto che fosse: una piccola piaga biblica, un contrappasso dantesco in Terra, e come sempre credo tutti abbiamo pensato di fronte alle idee lanthimosiane c’è un che di stuzzicante sui possibili sviluppi del racconto, il nodo da sciogliere è: giunti alla quinta opera, e perciò forti di una discreta dose di abitudine, possiamo venir ancora colpiti dal codice-Yorgos?

La riflessione soprastante fa subito da apripista ad un’altra: non dovrebbe essere una colpa imputabile a Lanthimos quella di proporre, anche con una rispettabile coerenza, un metodo artistico figlio di uno stile riconoscibile, in fondo ogni grande maestro è passato ai libri di storia per marchi di fabbrica identificabili nella massa cinematografica, ma non sarà mica che l’impostazione autoriale dell’ateniese al di là del primo impatto sia meno solida di quel che appare? Risposta: mi assumo ogni responsabilità nel dire di sì. Prendiamo The Killing of a Sacred Deer, pur non negando un mero coinvolgimento spettatoriale dato da un livello professionale oramai altissimo unito al mantenimento di tic personali (la recitazione alienata; l’ attenzione estetica degli interni), la piena soddisfazione non è raggiunta poiché capiamo di trovarci al cospetto di quello che è più un prodotto da filiera che un manufatto autentico, ovvio, si tratta di un lavoro dalla pregiata confezione e sviante dalle frequenti banalità, ma non intacca più di tanto la nostra coscienza pur essendo estremamente caustico, sopratutto in termini di risoluzione sceneggiaturiale, sicché il problema, a mio modo di sentire, è, appunto, che non si va più in là della sceneggiatura, e non mi riferisco alle scelte che portano all’atto brutale del medico né all’atto in sé, discutibile (dal punto di vista filmico è la chiusura maggiormente fragile dell’intera filmografia) finanche iconicamente derivativo (dài, un bambino incapucciato nel salotto di casa: Haneke, mi ritorni in mente), gli scricchiolii generali provengono a monte, dalla necessità per Lanthimos di affidare il suo pensiero totalmente ed esclusivamente ad una scrittura che sappiamo avere il pilota automatico, se è vero che è meno importante il cosa del come, adesso che conosciamo a menadito il come dell’ellenico non ci divertiamo come una volta a stare al suo gioco.

Che sia dunque arrivato il momento per una rivalutazione di Dogtooth (2009)? Uhm, no. Ogni visione è il risultato di un preciso momento storico e personale, ergo lasciamo il capostipite lì dov’è, piuttosto volgiamo lo sguardo a Lanthimos e al futuro, pare ormai che la patria natia sia un ricordo lontano, i progetti in cantiere dovrebbero essere addirittura tre (una serie tv sempre con Farrell, un film tv con Kirsten Dunst e un film in costume con Emma Stone e Rachel Weisz) con buona pace degli inguaribili romantici che sperano di trovare illuminanti verità lontano dai perimetri commerciali (presente!), per chi scrive Lanthimos è libero di fare ciò che lo aggrada, ma se adotterà una prassi diversa allora potrà incamerare nuovamente larghi consensi.

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