giovedì 2 marzo 2017

Vi presento Toni Erdmann

Donna di cinema, Maren Ade prima che regista è produttrice avendo finanziato, tra gli altri, anche alcuni film di Miguel Gomes, compresa la titanica triade Le mille e una notteVolume 1, Volume 2, Volume 3 - 2015, mentre nel campo della direzione si segnala il debutto datato 2003 con The Forest for the Trees ed il successivo Everyone Else (2009) che chi scrive trovò al tempo parecchio insipido, Toni Erdmann (2016) giunge quindi sette anni dopo l’ultima fatica della cineasta tedesca la quale, da adesso in poi, verrà probabilmente presa molto ma molto in considerazione dalla critica cinematografica perché l’opera sotto esame ha un pedigree festivaliero con annessa valanga di premi vinti in grado di rendere il prodotto più vendibile e perciò più vedibile, non a caso eccolo qui nelle sale italiane, e dunque si prospetta alla pellicola e alla sua autrice un’accessibilità su larga scala, anche grazie al fatto di essere giunta ad un passo dal cariato cuore hollywoodiano. Capirete che con tali informazioni si parla di un cinema codificato che potrà trasmettervi svariate cose ma di certo non lo stupore delle visioni che ben conosciamo, ci si può rifugiare al massimo dietro a qualche espressione costruita ad hoc, del tipo: Toni Erdamann è un film carino e il corsivo è dato dal fatto che dovete leggerlo pensando alla possibile tenerezza che gli occhi di una donna serbano per il proprio attempato padre, oppure Toni Erdmann è una commedia intelligente perché fa riflettere (dio mio, rinnego già ora di aver scritto questa frase), o anche Toni Erdmann ha i suoi momenti che tradotto sta a significare di come alcune scene siano carine (e di nuovo): direi l’inaspettata apparizione di Mr. Erdmann ed il naked party con abbraccio riconciliatore conclusivo.

Non vorrei apparire uno spocchioso critico da tastiera (che in effetti sono, mio malgrado), ma credo con l’elenco soprastante di aver fornito un’idea della dimensione che concretizza il film, poi se si vuol sapere che cosa riempie due ore e quaranta minuti di proiezione è altrettanto presto detto: c’è una figlia, Sandra Hüller già vista nel lungometraggio precedente, e c’è un padre, la Ade si concentra nella volontà di far riavvicinare queste due persone che il tempo, la distanza e le rispettive vite, professionali e non, hanno allontanato. La lettura del meccanismo con cui entriamo in contatto è piuttosto agevole: Ines si è deumanizzata, è diventata il lavoro che fa, pippa cocaina insieme ad aridi colleghi uguali a lei, mentre Winfried tenta di riportarla sul pianeta famiglia e non riuscendoci nelle vesti di padre da buon mattacchione si inventa il personaggio del titolo. Questo è, e nient’altro se non un susseguirsi di scene tarate su ciò che ho appena detto, ergo: lei dimostra ogni volta le sue doti di squalo del businnes, lui desidera riavere una figlia e non un robot. L’agevolezza con cui si accede al nucleo semantico di Vi presento Toni Erdmann non può essere considerata un’esperienza artistica piena ed appagante, né un’esperienza tout court, si tratta piuttosto di “vedere un film” nell’accezione più logica e basilare che tale atto contempla, si provano emozioni ma sono oculatamente indotte, si avverte uno spessore oltre la tiepida comicità ma non è abbastanza per parlare di profondità, si testa un’empatia coi personaggi ma sempre filtrata dall’incolmabile distanza tra l’osservatore e l’osservato. Occhio: lodi smisurate ai due interpreti principali e un diffuso apprezzamento generale stanno per sopraggiungere dovunque.

2 commenti:

  1. il film precedente era terribile, altro che insipido, sei troppo gentile (https://markx7.blogspot.it/2012/07/alle-anderen-maren-ade.html).
    ci sono cose migliori al cinema, è un mio pre-giudizio

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  2. Questo è meglio, ma anche peggio.

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