martedì 14 marzo 2017

P'tit Quinquin

Una manciata di constatazioni/riflessioni/impressioni/interpretazioni di P’tit Quinquin (2014) figlie di una seconda visione:

- dovrebbe essere la prima volta che Bruno Dumont lavora su commissione (del canale Arte) e lo fa attraverso una scelta che in quasi vent’anni di carriera non aveva mai adottato, come infatti tutti sanno in questa serie tv (pensata però come un unico film) il regista nato a Nord-Passo di Calais utilizza un registro che tende al comico sfruttando maggiormente le sfumature che colorano il grottesco e la caricatura. Inoltre rispolvera per l’occasione un impianto crime di cui si era servito nel lontano 1999 con L’umanità, mood diversi ma affinità comunque riscontrabili, ambedue i casi investigativi hanno come soggetti due detective improbabili e per questo molto più memorabili di qualunque altro “duro” televisivo

- sull’affaire commedia si è rimasti un bel po’ spaesati perché oggettivamente era impensabile che il cinema di Dumont potesse razzolare in questi territori, onore a lui dunque per la voglia ed il coraggio di reinventarsi dopo una già solida carriera alle spalle, e da tale prospettiva il risultato complessivo si può anche definire dignitoso, l’aspetto cialtronesco che oscilla tra finezze e slapstick si costruisce una sua dimensione che fidelizza lo spettatore. Non è “divertente” P’tit Quinquin perché non doveva esserlo, piuttosto è gradevole assistere alla concertazione complessiva del tutto che contempla una stintura drammatica in favore di toni più surreali che non erano nel bagaglio di Dumont. Mi sento comunque di dire che in suddetta ottica le cose sono belline ma non sempre funzionanti alla perfezione, ad esempio la scena del funerale ha una cifra tragicomica ammirabile ma la scelta di inserire la gag dei campanelli è risultata al sottoscritto un po’ forzata, non ci stava così e così lunga all’interno di quel segmento. Va detto poi che buona parte del carico umoristico-farsesco ricade sulle spalle del comandante Van der Weyden che è una maschera talmente strepitosa che potrebbe tranquillamente essere il protagonista di una serie a se stante, e il suo peso nell’economia dell’opera risalta ancora di più se prendiamo come metro di paragone il successivo Ma Loute (2016) dove Dumont tenterà di ricalcare lo schema di Quinquin senza però riuscire a trovare un attore altrettanto efficace nel ruolo di poliziotto né in quello della sua spalla

- Bernard Pruvost nella vita fa il giardiniere, ovviamente non aveva mai messo piede su un set cinematografico, pertanto durante le riprese il nervosismo da debuttante ha ulteriormente amplificato i tic che già lo flagellavano, inoltre Dumont, dopo due settimane di riprese in cui Pruvost era poco incline ad imparare le proprie battute, lo ha dotato di auricolari con le quali gli comunicava cosa dire, per tale motivo il comandante compie quegli strani movimenti con la testa. Fonte

- è opportuno concentrarci più di un attimo sulla figura del piccolo Quinquin, in particolare nell’interpretazione (del tutto personale) che lo potrebbe vedere come alter ego di Van der Weyden. È una supposizione che trovo interessante e che arricchisce il film poiché dà spessore all’indagine di facciata, d’altronde lo vediamo noi stessi durante la proiezione di come all’uscita di scena del poliziotto corrisponda l’entrata del bambino o viceversa, quasi si trattasse di un’unica entità sdoppiatasi nell’età e nella morfologia; vi sono anche altri piccoli indizi che potrebbero corroborare l’ipotesi e che Dumont piazza en passant nella storia, si veda il ragazzetto che fa il dito medio dietro la schiena e successivamente l’agente fare la stessa cosa in macchina, oppure si noti che il giorno della Festa Nazionale alcuni anziani reduci sottolineano il fatto che il comandante non ha l’aspetto del leader, osservazione traslabile anche a Quinquin e alla sua banda di discoli, o si appunti che durante un tragitto nell’auto della polizia il protagonista e la fidanzatina si stringono la mano con piena e apparentemente immotivata soddisfazione da parte di Van der Weyden. Insomma, non sarà così evidente tale legame ma i presupposti ci sono e l’idea che Quinquin sia il vero investigatore (è lui che scopre il tunnel segreto tra i due bunker) o che il comandante sia il vero bambino (il desiderio di montare a cavallo) non è affatto campata in aria

- sarà anche una mia possibile interpretazione quella appena succitata ma in realtà si instrada nella perfetta analisi di Alessandro Baratti (link) che offre uno spunto a dir poco condivisibile, attraverso il pensiero del critico si può facilmente ritenere che tutto P’tit Quinquin non sia nient’altro che il frutto dell’immaginazione di un bimbetto con la faccia sghemba, e a supportare la tesi ci sono parecchi elementi ben enucleati nel link appena suggerito. Ad ogni modo, anche se non fosse così, ed anche se si trattasse di una sovrainterpretazione, è comunque bello che si arrivi ad avanzare ciò poiché è sinonimo di un’opera aperta che si presta a letture differenti

- gli si potrà dire, non a torto, che dopo Hors Satan (2011) Dumont non è stato più lo stesso, che sarà anche libero di fare ciò che vuole ma che noi spettatori intransigenti desideriamo altro rispetto ad un Camille Claudel 1915 (2013) qualunque, gliene si potrà dire di ogni, tranne di non scegliere un cast che, ogni volta, è semplicemente indimenticabile, e non per chissà quali doti recitative, al contrario, nei film di Dumont ci sono delle persone in scena e non degli attori, come qui del resto, dove grazie a questi volti così terreni ci ricorderemo a lungo dei fratelli Lebleu, di Carpentier, di Dany e di tutti gli altri compaesani mai così simili a noi

- mi sono chiesto se l’inserimento di uno stralcio che si colora di politica (“Allah akbar!”) fosse pertinente al resto della narrazione e mi sono dato anche una risposta: sì lo è, non troppo forse ma non stona nemmeno tanto perché comunque Dumont avendo dei precedenti nella sua filmografia (Hadewijch, 2009) sa come analizzare questioni delicate e profonde come la religione in rapporto alla società. In P’tit Quinquin il tema della discriminazione religiosa/razziale pur non essendo centrale irrobustisce lo spartito e ben si amalgama con l’investigazione principale che è la traccia portante del film ossigenandola poi di ulteriori verosimili moventi, tutti ovviamente sconfessati dall’evidente impossibilità di giungere ad una soluzione

- SPOILER
perché comunque aldilà del tratto autoriale e aldilà dei dialoghi più o meno forti con i titoli passati del regista, P’tit Quinquin ha una detection travirgolette classica con annessi sospettati assassini che si avvicendano sullo schermo. Come era doveroso attendersi questo non è un film per killer e vista la piega che la storia prende (un maiale si mangia una ragazza?) l’ultima cosa di cui ci sarebbe stato bisogno era trovare un colpevole, tuttavia negli ultimi intensi minuti quando Van der Weyden e l’aiutante si recano alla casa di Quinquin per arrestare lo zio, se fate attenzione potrete notare che è il disabile a trattenere per il giubbotto Carpentier come se si fossero invertiti i ruoli. Potrebbe essere un abbaglio come potrebbe essere un suggerimento per un tipico colpo di scena in un crime oltremodo atipico
/SPOILER

- ma quindi come è ‘sto P’tit Quinquin? Se ci mettiamo nei panni di un appassionato di serie tv con la mente abbastanza elastica si potrà comprendere di quanto i prodotti americani (vengono tutti da lì in buona sostanza) siano ben lontani da poter essere definiti “cinema”, sono dell’opinione che basta un silente primo piano sulla faccia asimmetrica di un bimbo a radere al suolo un True Detective di turno, rispettabile sì, ma giusto nel recinto delle altre seriette con cui può fare la voce grossa. Se invece ci caliamo nelle vesti del cinefilo oltranzista e dell’ammiratore di Dumont, la soddisfazione piena non giunge ad un decollo totale, per il francese ci sono state un tempo esplorazioni più profonde generatrici di appagamenti superiori. Però ci sta. Cosa non ci starà è il successivo Ma Loute, ma se ne parlerà…

- Allez Carpentier!

1 commento:

  1. anche per me è un film lungo, diviso in quattro pezzi, e mi è piaciuto un sacco
    https://markx7.blogspot.it/2015/01/ptit-quinquin-bruno-dumont.html

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