domenica 3 luglio 2016

Free Range/Ballad on Approving of the World

Free Range (2013), ovvero la necessità di una visione dopo le luminose tenebre di The Temptation of St. Tony (2009). Ma nello stolido giochino del recensore che cerca connessioni/somiglianze tra i due film si finisce per restare delusi. È così: c’è un notevole gap tra l’opera del 2009 e quella del 2013, perché l’Õunpuu di Free Range abbandona totalmente lo slancio metaforico e l’ostinato estetismo in favore di una storia dalla natura più classicheggiante, sia nei temi (paternità; crisi: di coppia e lavorativa) che nella correlata esposizione. In una intervista (link) Õunpuu elenca tutta una serie di questioni contemporanee che dovrebbero soggiacere al film, io onestamente ho fatto fatica a rintracciare un aggancio alle suddette problematiche para-sociali, più che altro è il narrato in sé ad essere troppo circoscritto intorno alle dinamiche lui-lei, anzi si può anche estromettere Susanna dal discorso, nell’occhio di bue può entrarci solo Fred, ne consegue in sintesi l’impossibilità di potersi riversare in un’area per così dire universale. O la storia non ha il potenziale necessario per compiere un salto qualitativo (ma credo che ogni storia, anche la più banale, abbia potenzialità infinite), oppure Õunpuu non è stato sufficientemente bravo a maneggiarla, livellando al posto di scavare, chiudendosi invece che aprirsi. “Classicheggiante” è la parola chiave (in negativo) di quanto finora scritto.

Un po’ come Reprise (2006) di Trier, abbiamo un intellettuale o pseudo tale diviso tra i propri miraggi professionali (con la sarcastica scenetta della stroncatura di The Tree of Life [2011] che gli costa il posto di lavoro) e i doveri di una vita adulta. Certo è che il Nostro Fred è un personaggio con cui è arduo entrare in sintonia a causa del suo atteggiamento infantile e dissoluto, ma aldilà della mancata empatia che di sicuro non può essere usata come metro di giudizio, è il nucleo della pellicola a non avere una direzione soddisfacente: non è di denuncia perché c’è un’atmosfera naif che lo permea e che lo allontana da pretese realistiche, al contempo però non riesce a funzionare nell’ottica dell’astrazione come invece faceva il suo illustre predecessore. Free Range galleggia insomma in un limbo che lo paralizza, aldilà di un’ardita e onnipresente colonna sonora (abbiamo anche una Forever Young in slow-motion) e accenti disseminati qua e là (gli stacchi colorati tra le scene; la finezza degli uccelli che nel momento d’apice amoroso volano nel cielo mentre in quello di possibile rottura si riducono a disegni su un muro), il quarto film di Õunpuu non entra nell’ordine della memorabilità, al regista estone non gli si chiede sempre un diamante oscuro come The Temptation of St. Tony, basterebbe anche un lavoro in tono minore come quello dell’esordio nel lungometraggio (Autumn Ball, 2007) il quale, pur impostandosi su schemi narrativi già visti, perlomeno utilizzava un registro grottesco capace di rendere più pungente tutta la faccenda.

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