sabato 9 luglio 2016

Mea Maxima Culpa: Silenzio nella casa di Dio

Alex Gibney, prolifico produttore e regista documentaristico statunitense, alle prese con gli abusi sessuali della chiesa cattolica su dei ragazzini sordomuti americani. Attenzione attenzione, mai come in un caso del genere che tratta un argomento così delicato, si chiedeva un aspetto degno di saper elevare il tema trattato, ci voleva tatto artistico, sapienza anti-rappresentativa, insinuazione senza mostrare, che non ce n’è bisogno, instillazione e successivo spalancamento sul Raccapriccio. Invece no. Sciaguratamente è troppo facile constatare la pochezza formale di Mea Maxima Culpa (2012) che è, in tutto e per tutto, un prodotto sfacciato, quindi televisivo, che rema contro ai temi presi in esame. L’impostazione da programma in prima serata è corroborata da degli evitabilissimi intervalli raffigurativi dove si ricreano le malefatte del prete nell’istituto, in questo modo la presa sul reale svanisce e di riflesso anche la portata divulgativa diviene fiacca. Se io guardo la tv, so che guardo la tv e ne accetto i limiti strutturali, ma se cerco in un film del cinema, del cinema vero, allora non posso accettare la proposta di Gibney. E forse la sparerò grossa ma mi sento di affermare che tale impianto si genera direttamente dalla spettacolarizzazione a stelle e strisce che non vuole lasciare mai niente allo spettatore e quindi ci invade, ci imbocca, ci strafoga con la sua opulenza.

Certo, i segmenti di fiction sono piuttosto brevi e in fin dei conti non dovrebbero risultare urticanti, sarà, ma aldilà di questa caduta assenza di stile il documentario pur maneggiando un tubero incandescente non arriva, resta nella vetrina del già visto: “ok, è la solita vicenda di preti pedofili”. La mole di informazioni fornita dal film era già rintracciabile in Rete e alla mercé di chiunque avesse avuto voglia di andarsela a spulciare (la storia di Maciel è risaputa e qui non si aggiunge niente di nuovo), così come è arcinota la galassia ecclesiastica estremamente reazionaria, omertosa, conservatrice e sigillata intorno ai suoi patetici dogmi. E tutto questo viene riportato da Gibney con i lustrini della scoperta dell’acqua calda. È un documentario privo di potenza, carente nella patina di cui si avvale e autolimitato nel riferire argomenti già di pubblico dominio (il che non vuol dire che se già conosciuti non ci sia più bisogno di parlarne, tutt’altro, ma la differenza si gioca sempre sui modi, c’è poco da fare). Alla fine l’unico momento che tocca è quando le tre vittime, una volta adulte, si mettono alla ricerca di padre Murphy e filmano il rapido incontro: lì c’è del cinema, perché quando la settima arte ti sbatte di fronte il Mostro, quando c’è la Realtà e non la rappresentazione, allora si può solo che tacere.

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