martedì 23 febbraio 2016

The End of the Tour - Un viaggio con David Foster Wallace

UN AUTOBIOGRAFISMO (perdonatemi)

Come tutti, anche io ho avuto il mio periodo-Wallace. Ed è stato un periodo fantastico, forse l’unico da lettore in cui la necessità di sapere cosa c’era nella pagina successiva mi faceva divorare le parole, andavo così veloce ed ero così bramoso di sapere che spesso le saltavo involontariamente durante la lettura, mi smarrivo in una mole poderosa di lemmi, trovavo instabile rifugio nelle note a piè di pagina. Dirò una cosa scontata: Wallace ti cambia, come persona-che-legge, come persona-che-vive, da quando acquistai per sentito dire la raccolta di racconti Oblio ed incominciai a leggerla fui, al pari di voi, trascinato in una letteratura aliena, quello che c’era scritto, il come, non aveva niente in comune con le stronzate che ci avevano imbottito la testa fin dalla scuola. Ogni singola lettera che DFW ha battuto in tutta la sua vita è un segno di assoluta e cogente contemporaneità, ma non solo: perché un genio è tale quando sa anticipare i tempi e Infinite Jest, che ritengo un testo parificabile alla Divina Commedia, è stato un libro profetico, colossale, la materializzazione cartacea della complessità odierna avvolta nella tecnologia globale. Dentro IJ c’è Facebook, Twitter, Instagram e una miriade di altre cose che con ogni probabilità non sono stato nemmeno in grado di cogliere. Potranno sembrare parole da fanboy le mie, di uno che ha seguito Wallace perché è di moda sbandierare una lettura da oltre mille pagine, potrà anche essere, non so, tuttavia ho cercato di saltare lo steccato del recinto wallaceiano esplorando altri massimalisti americani e ho tremato e tremo tuttora dall’emozione davanti a giganti come Pynchon o Vollmann. Ma con DFW è stata un’altra cosa, una connessione oserei dire personale, nonostante età e contesti sociali differenti, posso affermare che, come penso tutti quelli che lo hanno letto e apprezzato, nei suoi libri ha saputo dare voce ai nostri pensieri e alle nostre paure, anche quelle di un ragazzo qualunque come me nato nell’anno in cui venne pubblicato La scopa del sistema. Io credo che a questo figlio d’America, corpulento, depresso, alcolista e tv-dipendente, ho voluto bene davvero, ed ogni volta che mi ricapita fra le mani la biografia di D.T. Max Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, non riesco a reggere lo sguardo di David in copertina che è come se mi dicesse: “ehi tu, che cazzo stai combinando nella vita?”.

In riferimento a The End of the Tour (2015) direi che è un film totalmente inutile. Non è colpa di Ponsoldt, Lipsky o Segel, il lavoro che c’è dietro immagino sia molto meticoloso e molto fedele alla realtà dei fatti, il problema è che i film biografici et similia sono inutili di per sé. Anche questo si accoda alla moda statunitense degli ultimi vent’anni di ritrarre i propri pargoli per consegnarli all’attenzione del pubblico, un pubblico che in buona parte dei casi non ha neanche la lontana idea di chi si sta parlando (e per DFW è probabile che sia così), il problema, sottolineato paradossalmente proprio dal Wallace di quest’opera spaventato da come Lipsky avrebbe potuto travisarlo nel suo articolo (“vorrei decidere io la percezione che gli altri hanno di me”), è che in un biopic la resa del personaggio è per forza di cose deformata dalla lente del demiurgo di turno che potrà anche essere il più certosino possibile nella ricostruzione del personaggio ma che comunque sia attua una finzionalizzazione, inquina l’originarietà col suo punto di vista, sporca l’icona. Potrà apparire un discorso assurdo, ne convengo, in fondo alla maggior parte degli spettatori non gliene frega nulla della restituzione descrittiva di una biografia, il sottoscritto, al contrario, ha sempre avuto una marcata intolleranza nei confronti del genere, soprattutto in un caso come questo dove il focus d’attenzione è un argomento che mi permetto follemente di definire “mio”, eppure, e ora fornirò una prova di grande squilibrio mentale/argomentativo/emotivo, proprio per una sorta di affetto letterario che mi avvicina a DFW è stato aldilà di tutto “bello” vedere una sua concretizzazione corporale dentro al mezzo cinema, l’apparizione bandanesca, seppur artefatta, ha acceso l’interruttore dei sentimenti diffondendo quella specie di felicità che si prova nel rivedere un amico lontano, un amico che in questo frangente non avevo mai visto, a parte Youtube.

Costituito da un impianto classico tutto giocato sul campo/controcampo, The End of the Tour si modella nello scambio dialogico riuscendo a non risultare tedioso, l’avvicinamento del pianeta-Wallace da parte del satellite-Lipsky è punteggiato da una piacevole ironia (tipica dello scrittore), tutto scorre in modo ordinato e, per la dimensione del film stesso, ovvero cinema americano di seconda fascia (quindi più dignitoso della prima), irreprensibile. Almeno fino alla conclusione. Qua, per questioni puramente soggettive, mi sono sentito come uno dei personaggi de Il re pallido che nei momenti di massima concentrazione raggiungeva una piccola estasi capace di sollevarlo di due dita dalla sedia, perché quando un brano a cui sono particolarmente legato come The Big Ship [1] (vedi qui) inizia ad accompagnare le immagini finali, io non so proprio più che dire a Ponsoldt, se non grazie.
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[1] Il capolavoro di Brian Eno era apprezzato anche da Wallace che pare lo ascoltasse ininterrottamente ai tempi del college.

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