venerdì 2 marzo 2012

Bunker Palace Hôtel

Un cielo così cupo come quello dei crediti iniziali, direbbe qualcuno, non può schiarire senza una tempesta. Per di più a questi nuvoloni grigi si aggiungono rimbombi di spari, lontani non troppo, vicini più che mai. Parafrasare Shakespeare in rapporto ad un autore di nome Enki Bilal, che bazzica un campo poco conosciuto da questo blog, è un azzardo bello e proprio perché il regista in questione, essenzialmente un fumettista prestatosi di tanto in tanto alla settima arte, è, almeno in Italia, un perfetto signor nessuno, e aldilà delle sue produzioni grafiche in cui non metto becco vista la mia aderente ignoranza, per il singolo giudizio di Bunker Palace Hôtel (1989) resta la convinzione che aver scomodato Sir William sia decisamente troppo.

Poiché il film è ambientato in un ipotetico futuro bagnato da piogge acide in cui i potenti del circondario si sono riuniti in un resort sotterraneo a prova di intruso (ma non troppo), il sesto senso di chi scrive aveva iniziato a dare segni di interesse dato il pressoché feticismo verso quelle ambientazioni post-qualunquecosa dove la razza umana scende al grado zero, e tutto diventa specchio futuribile della nostra società.
Mai fidarsi troppo del sesto senso però. È vero che la pellicola presa in esame ha richiami alla categoria sopraccitata, ma è ancora più vero che il grosso della storia, aldilà dell’incipit e dell’excipit, è tutto concentrato all’interno dello strambo hotel, e quindi di visioni/situazioni annichilenti non vi è traccia.

Ovviamente, potrete obiettare, si vuole denunciare comunque una certa deriva umana che non sarà lesiva come quella di un post-nuke ma che comunque squaderna, o almeno tenta di farlo, una delle piaghe più putrescenti della nostra epoca, dicasi il potere. Ed è vero, si tratta quindi di un film che attraverso la sua intransigente asetticità (né il dove né il quando vengono detti) ci parla di politica(/i), di leader, di giochetti meschini, di nuovi corsi presumibilmente uguali ai precedenti. Bersaglio all’incirca colpito – c’è una certa attualità, non trovate? – ma certamente non cinematograficamente scolpito a causa della sua realizzazione che si contrassegna di due colpevoli squilibri.
Del tipo: se è vero che fuori le cose vanno così male, nelle riprese esterne non viene trasmesso un quid di dolore parificabile all’agiatezza della mansione segreta. Perciò la presenza di quegli uomini appare slegata a ciò che accade in superficie, e visto il grigiore della loro esistenza, anche la fruizione della vicenda si adegua a tale tono. Inoltre la “maschera cattiva” (Trintignant) supera per carisma e presenza scenica quella buona (Bouquet), la quale è anche oggetto di rapporti non limpidi con uno dei potenti e di un’entrata nel bunker che convince pochissimo, il che finisce per creare disinteresse verso l’eroina e le motivazioni per cui si è infiltrata là dentro.

Finale decisamente allegorico finanche surreale (quella specie di gigantesca trivella) che vuole cercare di chiudere il cerchio dopo aver tracciato sconclusionatamente più righe, sicché l’apparizione dell’attesissimo presidente non stupisce più di tanto, anche se almeno si riesce ad osservare un minimo di precipitato: la tempesta non è servita a molto, il cielo sarà sempre cupo.
E che Shakespeare mi perdoni.

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