martedì 15 marzo 2016

Code Blue

Ancora più asciutto dell’esordio Nothing Personal (2009), l’opera seconda della polacca (ma olandese d’adozione) Urszula Antoniak ci pone al cospetto del dramma nudo, i fronzoli non esistono: è dramma che causa scomodità, qui che la nascita è nociva come l’aria ospedaliera (ultimi respiri, aliti fognari, puzza di piscio, cloroformio) che la regista filtra oltre l’apparecchio, ci sono degli odori e dei dolori che trapassano (lo dice l’incipit quasi vontrieriano [1], il volto ritorto e soffocato), lo si ribadisce nel procedere autoptico con una scena che è scolorita come la vita (la tinta rossa è solo sogno, forse), e allora non si fa disdegnare l’idea che la Antoniak ci trasmette nella prima porzione: fare un film su un’infermiera sola al mondo che cerca un riscatto nell’alleviare la sofferenza altrui. Potenzialmente c’era della politica nella tesi del film, perché non affrontare il discorso sull’eutanasia con una prassi d’essai? C’era. In realtà la Antoniak adopera la questione delle iniezioni letali più per costruire il suo personaggio che per costruire un proprio pensiero sul suicidio assistito. Ma può comunque andare bene, si vada oltre: oltre c’è l’accentramento completo sulla figura di Marian, Code Blue (2011) è nel concreto un film marianocentrico (Bien de Moor è frusta e fiore avvizzito), disinteressato perciò ad esportare una riflessione più alta, concentrato unicamente sul mondo-solitudine della donna (il tic maniacale di conservare gli oggetti dei defunti è un sintomo che rimbalza tra la tenerezza e il feticismo).

La solitudine sembra apparire come un motivo di studio per la Antoniak, infatti dopo alcuni accenni (l’autobus, il citofono) il film segue pedissequo le orme del suo predecessore allestendo l’incontro tra due esseri umani soli, ecc. Dalla scena posticcia dello stupro vissuto on air con lui (è Lars Eidinger visto in Everyone Else, 2009), si narra lo schema d’incontro fortuito, tutto è molto rapido (il film non durerà neanche settanta minuti netti), troppo: qui il giudizio mi si è biforcato: una parte ha gradito la falsa pista rischiarante del possibile feeling amoroso (la cordialità alla festa, il film in comune) spazzato via dalla ferocia conclusiva, e quindi: nessuna speranza, l’umanità fa schifo e via dicendo, l’altra parte invece ha ragionato sul finale in sé e su ciò che lo precede, e analizzando al setaccio aldiquà della rete restano i dati concreti: una buona forma e del materiale con spunti di potenziale a cui si è preferito seguitare con tragediette dentro il particolare, quando invece è l’Universale che fa la differenza.

Nel riproporci una versione assiderata de La pianista (2001), d’altronde sfido chiunque a non porre in parallelo la de Moor e la Huppert entrambe in cerca di viscosi residui postcoitali, Urszula Antoniak pare aver precisato quale sia la sua idea di cinema, un telo funebre intrecciato dalla fibra del dramma e da quella di un’ipotetica mitigazione, finora sempre venuta meno. Di più non vi è riscontro. Si rimane in attesa di altri elementi per valutare meglio.
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[1] Sarà una coincidenza il fatto che quando Marian si reca in un negozio di dvd vediamo chiaramente quello di Antichrist [2009]?. Le coincidenze, come dicono i due protagonisti di Code Blue, sono divertenti.

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