martedì 1 marzo 2011

Invisible Waves

Una donna uccisa e (forse) fatta a pezzi.
Un uomo che vive in un paese straniero.
La criminalità che fa da sfondo alla vicenda.

Il cinema di Ratanaruang ha una forte coerenza interna (ma anche esterna, penso all’eterogeneità della troupe) che non si riferisce soltanto all’utilizzo dei soliti attori, qui ritroviamo Tadanobu Asano, ma in modo specifico a dei topoi narrativi che ritornano con investente potenza simbolica.
Un omicidio, e quindi una morte, mette in moto tutto il meccanismo che andrà a sorreggere materialmente il film come accade in 6ixtynin9 (1999). Ciò che noi vediamo è un uomo in viaggio perseguitato da strani incidenti che forse incidenti non sono, ma quello che in realtà sentiamo va aldilà della mera impostazione crime che il film ha. Se è vero che il protagonista è l’esecutore per conto di un boss, e che quindi la sua partenza verso Phuket segnata da ambigue coincidenze [1] dovrebbe stimolare l’Angela Lansbury che è in noi, quello che invece la pellicola suscita è una sensazione di distacco dalla realtà diegetica, ovvero dalle implicazioni/motivazioni dell’assassinio, in favore di una riflessione, l’ennesima e comunque sempre necessaria, sull’esistenza (“so cosa c’è fuori: la guerra”) che quindi pone un velo di classica spiritualità orientale sulla storia.

Il plot a ben vedere è piuttosto esile se si pensa che è stato spalmato su una tartina lunga due ore. Il fatto che vi sia qualche zona scoperta passa però in secondo piano se confrontata all’eleganza che Pen-Ek riesce a donare al suo lavoro. Invece di arrovellarsi il cervello su come Kyoji riesca, per esempio, a ritornare a Hong Kong, è meglio gustarsi lo stacco del montaggio: inquadratura immobile sul mare disegnato dalle onde. Cosa è successo? Non ha importanza, come non la ha una regolazione di conti quanto mai buffa e anti-genere controbilanciata da un finale che lascia parecchi interrogativi.
Insomma, vedere Invisible Waves cercando di capire i passaggi concreti della pellicola è un’operazione riduttiva, meglio viaggiare sui soliti binari dell’estremo est che trasportano in mondi oltre e soprattutto altri. Le lente carrellate laterali ostruite, spesso, da muri invalicabili (certe cose restano invisibili) coadiuvate dalle preziose ambientazioni di Christopher Doyle proiettano in una dimensione cinematografica di sconfinata bellezza a cui comunque non manca un significato.
Magnetico.
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[1] L’uomo che sulla nave si ostina a dire di essere stato un suo compagno di classe a Osaka è un aggancio a Last Life in the Universe (2003).

3 commenti:

  1. bellissimo, e il film e il post :)
    a livello formale questa è l'opera di Pen-ek che mi ha catturato di più, finora. è, appunto, magnetico: hai trovato il termine più appropriato.
    le magagne- e son d'accordo con te- stanno in certi passaggi di sceneggiatura, però non sono nulla rispetto all'atmosfera rarefatta che crea il maghetto thailandese.

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  2. non l'ho visto,ma le altre sue oere mi son piaciute molto..solita bellissima rcensione..ciao amico

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  3. Grazie brazzz, ma questo Guardalo con la g maiuscola perché è quello che c'è da fare, e comunque non è mica poco :).

    Anche per me Einzi il top stilistico di Rat è questo film insieme a (forse) Nymph, mentre il top contenutistico è sempre per me Ploy, al quale cmq non manca una bella impronta visiva. Ma mi sa che questa sia una cosa che ho già detto in qualche altro commento e quindi taccio.

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