venerdì 5 luglio 2013

Casus belli

Il cortometraggio di Yorgos Zois presentato a Venezia ’10 (palcoscenico che ricalpesterà due anni dopo anche per la sua seconda opera, sempre short, Out of Frame, 2012) sembra prendere come punto di riferimento il lavoro breve di un maestro come Tarr che con il suo Prologue, segmento del film collettivo Visions of Europe (2004), viaggia su un asse molto vicino a Casus belli (2010), e non si tratta di un’attinenza puramente visiva riguardante il lungo carrello laterale che accomuna i due film (anche se le angolazioni non sono perfettamente sovrapponibili è il concetto estetico che più di ogni altra opzione formale li parifica ai nostri occhi), piuttosto di un obiettivo condiviso che è quello di fare un cinema sulla crisi [1] che converge sullo stesso punto, ovvero l’ultimo anello della catena sociale, quello ridotto alla questua.

Zois però rispetto al collega magiaro va oltre l’osservazione degli eventi e con uno slancio utopico [2] mostra gli effetti del “dopo”, effetti che si tramutano in un domino umano trasversale: difatti i quadri progressivi offerti con l’avanzamento iniziale rappresentano i molteplici spicchi della collettività, una suddivisione categoriale che sebbene poggiata su substrati differenti ha come comun denominatore l’immagine della “coda” (per pagare la spesa, per baciare una reliquia religiosa, per entrare in una discoteca, ecc.), simbolo di un’agiatezza economica (ma anche morale e culturale) che stona con l’ultima fila laddove si annida il principio di un’insurrezione che ha la capacità di riavvolgere la pellicola con un rapidissimo carrello a ritroso e di ottenere dopo un lungo tragitto all’indietro ciò per cui ha lottato, anche se lo sguardo dell’uomo rivolto verso di noi alla fine sta lì a chiedere se ciò che lo ha appena urtato sia o meno un’illusione.
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[1] In questo senso il corto di Tarr essendo datato 2004 non può certamente riferirsi alla crisi finanziaria attuale anche perché le consegne per i venticinque registi coinvolti erano quelle di occuparsi di un tema difficile come quello dell’immigrazione, tuttavia lo sguardo dell’ungherese, ad una revisione odierna, risulta quasi profetico e quindi per chi scrive l’assonanza con Zois diventa evidente.

[2] Interpretazione personale: nella messa in scena della rivolta sottoproletaria la rabbia degli ultimi che si ripercuote su chi sta prima di lui nella fila-società lo trovo, appunto, un contraccolpo utopico, prova ne è che quel carrello pieno di cibarie compie un’impossibile rincorsa in backwards che si conclude in maniera ancora più impossibile. Forse, invece che parlare di utopia, lemma ormai inteso sempre di più in un’ottica chimerica, sarebbe meglio fare riferimento alla speranza, soprattutto tenendo conto che la patria di Zois è proprio quella Grecia da tempo sull’orlo dell’implosione. 

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