lunedì 6 agosto 2012

Harpya

Suggestioni cinefile: la figura mostruosa, sub-umana, ibrida, avvolta nelle spire malefiche del buio, riporta alla reminiscenza iconica del lontano Häxan  (1922), stesso isolamento scenico di chi sta davanti all’obiettivo, stessa cappa sigillata dalle tenebre. Ma c’è di più: Raoul Servais, animatore belga di lungo corso, si appaia ad un maestro come Švankmajer nell’uso dello stop-motion laddove la somiglianza non riguarda la specifica tecnica quanto il contesto surreale in cui viene proposta, e a traino si lega un utilizzo del sonoro straniante che sovraccarica le sue componenti (la voce dell’Arpia!). Ultimo ma non ultimo è il souvenir ciclico-strutturale che Dario Argento – e chissà quant’altri come lui – riproporrà nel suo Jenifer (2005).[1]

Fatte evadere queste epifanie che mi appartengono, vale davvero la pena parlare bene di Harpya (1979) perché aldilà delle interpretazioni possibili, il cortometraggio riesce a raggiungere il suo scopo con appena 8 minuti a disposizione, in una parola: inquieta. Oltre la rilettura moderna del mito greco e oltre la propria polisemia, è opportuno notare come Servais si orienti nel mondo del perturbante in modo convincente senza l’utilizzo di particolari accorgimenti innovativi. Infatti, a parte la trovata del cibo agognato e ingerito solo mentalmente, il film utilizza i classici “appostamenti” di genere da parte della bestia ai danni del protagonista. I balzi sulla sedia sono ridotti in scala alla costituzione dell’opera, eppure il mood globale, giusto per ripetere l’antifona, inquieta non poco e molto probabilmente la silhouette dell’Arpia, una volta vista, è destinata a sedimentarsi per sempre nell’immaginario personale.
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[1] E in fatto di assonanze estetiche possiamo infilarci anche il testone lunare di Kinski in Nosferatu (1979).

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