lunedì 18 marzo 2013

Whole

Forse ci s’aspettava che, tornato intero il visconte, s’aprisse un’epoca di felicità meravigliosa; ma è chiaro che non basta un visconte completo perché diventi completo tutto il mondo.
(Italo Calvino, Il visconte dimezzato; 1952)

Whole (2003) fa parte di quella cerchia di documentari il cui nome che sta dietro la mdp passa in secondo piano, potrebbe esserci Steven Spielberg o una Melody Gilbert qualunque che il risultato non cambierebbe: l’interesse è focalizzato invece su ciò che sta davanti alla lente della cinepresa, e il tema trattato in questo film può essere definito senza possibilità di smentita davvero intrigante. Si parla infatti di Body Integrity Identity Disorder, e cosa sarebbe tale patologia che si può tradurre come Disturbo d’Identità dell’Integrità Corporea? Che ci crediate o meno riguarda persone (assolutamente normali come viene più volte mostrato nella proiezione) che vivono uno stato di sofferenza a causa del corpo completo che nei loro desideri vorrebbero mutilato. Proprio così: nelle varie interviste tra l’America e l’Europa effettuate dalla regista, la carrellata di soggetti (tutti maschietti) affetti da questo disturbo descrive, in alcuni casi fino alle lacrime, il peso che i “malati” si sono dovuti portare appresso praticamente da sempre; c’è chi rileggendo il diario segreto rimembra già in giovane età l’estraneità della propria gamba, e chi ancora del tutto integro sogna in un futuro quanto mai vicino l’amputazione dell’arto.

Lo stile è sobrio e lascia il palcoscenico agli intervistati che ci mettono la faccia, il nome e i sentimenti. Alle loro confessioni vengono alternati interventi di esperti o direttamente di famigliari coinvolti dal disagio del caro. Aldilà della facile ilarità che l’argomento può scatenare, nel vedere degli uomini che fanno di tutto per alleviare il dolore che li affligge, e fanno davvero di tutto: dall’utilizzare calze elastiche che legano la tibia al femorale, alla modifica di fotografie “normali” (la locandina è un’immagine ritoccata), fino a soluzioni più drastiche come spararsi alla gamba o ad immergerla nel ghiaccio per anestetizzarla, insomma nel sentire quest’ennesima pagina oscura della mente umana, non possiamo far altro che porci domande prive di risposta e ringraziare il cinema che ci offre l’opportunità di venire a conoscenza delle crepe che venano la nostra fragile razza.

6 commenti:

  1. molto interessante,avevo già sentito parlare di questa paurosa patologia...me lo cerco..grazie carissimo

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  2. già in raccolta pomi succulenti ;)
    questo disturbo l'avevo letto non molto tempo fà citato per Dans ma peau.
    corro a vederlo.ma dove scoverai mai i tuoi tesori?

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  3. hai una buona memoria tarantola, l'avevo citato in quel film appunto perché già conoscevo questo doc che però al tempo non avevo ancora visto. Comunque non aspettarti troppo dalla confezione, è una sequenza di interviste e niente più. Sottotitoli latitanti temo, bisogna affidarsi al proprio inglese.

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  4. ne terrò conto,ma è proprio un personalissimo interesse per la tematica e a questo si aggiunge anche il suo primo doc altrettanto intrigante su l'insensibilità congenita al dolore, presente per intero sul tubo, per Whole è un pò che giro invece... vieni in soccorso con le fonti?;)

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  5. Purtroppo tra il momento dell'entrata in possesso e il momento della visione è passato un sacco di tempo, forse più di un anno. Ora ho provato a ricercare ma non c'è stato esito positivo, ricordo solo che la strada era... fluida.

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  6. si chiama 'sindrome di cotard'

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